Silvio Berlusconi Story: 31 anni e 29 trofei alla guida del Milan

È sempre dopo il buio più profondo, che arriva la luce più splendente.

Rivivendo adesso la storia di Silvio Berlusconi al Milan questa frase sembra la più adatta. Quando 31 anni fa, nel febbraio del 1986, l’imprenditore milanese acquistò la società rossonera (dopo aver provato qualche anno prima a prendere l’Inter), il Milan era una squadra lontana dalle grazie del Dio del calcio. Reduce da due brutte retrocessioni, una avvenuta per lo scandalo Totonero, l’altra invece sul campo, ma soprattutto con il rischio di fallire, per via della cattiva gestione Colombo, oltre che degli sprechi degli anni precedenti.

Quando Berlusconi arriva a Milanello con il suo elicottero, sembra un alieno che atterra sulla terra. I calciatori lo osservano, e stentano ad essere seri, mentre lo staff del centro sportivo freme di curiosità. Nella sua prima intervista da presidente del Milan, l’imprenditore lombardo fissa degli obiettivi, fa impressione vedere come persino il quinto posto al primo anno, con la conseguente qualificazione alla Coppa UEFA, sia stato già previsto qualche mese prima.

 

L’INIZIO DELLA GRANDE ERA

Il Cavaliere eredita un grande allenatore, dalla gestione Colombo. È Nils Liedholm, artefice del grande Scudetto romanista del 1983, ma anche giocatore del Milan di cui Berlusconi era tifoso da piccolo, e campione d’Italia per quattro volte. Forse per rispetto, il nuovo presidente decide di tenerlo in panca, non solo per finire la stagione 85-86 ma anche per continuare nella prima stagione intera da presidente del Milan. 

Liedholm, tuttavia, ha dei limiti da ascrivere al suo calcio, che sembra ormai troppo compassato, quasi passato d’epoca, e Berlusconi vuole qualcosa di diverso. Per anni ed anni, da quel 1986, andrà sempre a scontrarsi anche con i suoi migliori allenatori perché non ama il calcio rinunciatario, il catenaccio, la filosofia tutta italiana del difendere e ripartire. Nella sua vita, anche extra-calcistica, ha dato dimostrazione di come sia più bravo ad attaccare che a difendersi, così vuole che anche il Milan segua questa strada. L’epifania arriva dopo una cocente sconfitta negli ottavi di finale di Coppa Italia 86-87. Sulla panchina del Parma c’è Arrigo Sacchi, e il Cavaliere ha deciso che sarà lui l’allenatore della svolta.

 

Berlusconi comincia a comprare i calciatori di grande livello che aveva promesso: arrivano Donadoni, Bonetti, Galli, Massaro, ma soprattutto Van BastenGullit e Ancelotti. Le idee di Sacchi sono così rivoluzionarie, così straordinarie che ancora una volta dobbiamo utilizzare una metafore fantascientifica: il Milan di Sacchi sembra una cometa che impatta su San Siro, e sul calcio in generale. Il pressing, la difesa a zona, la trappola del fuorigioco, la riaggressione, le transizioni, diventano fondamentali, e Berlusconi ha ancora una volta il grande merito di aver visto lungo, e con testardaggine di aver confermato Sacchi proprio quando tutti gli erano contro: quando nessuno lo capiva, c’era il Presidente.

Nella stagione 1987-88 arriva il primo Scudetto dell’Era-Berlusconi, 11esimo nella storia del Milan. Il primo titolo di 29. Un numero impressionante. Quella stagione verrà ricordata per la grande lotta con il Napoli di Maradona, ma anche e soprattutto per il primo scudetto di Sacchi e Berlusconi. Avevano preso il Cavaliere per pazzo, adesso lo idolatravano, avevano parlato di Sacchi come uno sconosciuto, adesso è il profeta di Fusignano.

Il Milan festeggia a Como

Il meglio doveva ancora venire, così in estate un altro olandese, Frank Rijkaard, fresco vincitore insieme a Gullit e Van Basten dell’Europeo 1988 con la maglia orange. Il Milan di Sacchi, diventa anche il Milan degli olandesi, e la squadra ha qualche difficoltà in campionato, ma vola fuori dall’Italia. A maggio 1989 arriva la realizzazione dei sogni di Berlusconi, dopo 2 anni e mezzo di gestione, dal buio, arriva la luce più grande: al Camp Nou di Barcellona 80.000 tifosi milanisti festeggiano insieme alla squadra la prima Coppa dei Campioni dopo 20 anni. Il 4-0 allo Steaua Bucarest è un manifesto della squadra che Berlusconi voleva: un undici che domina, che fa divertire, che si fa amare, che vince.

I successi arrivano uno dopo l’altro, così nella stagione 1989-90, si comincia con la prima Supercoppa UEFA della storia del Milan, ma soprattutto con la Coppa Intercontinentale alzata al cielo di Tokyo, in dicembre. Il Milan è sul tutto del Mondo, ma non vuole scendere, e a Maggio arriva la seconda Coppa dei Campioni consecutiva. 

 

INTUIZIONE CAPELLO

L’era Sacchi sembra non possa finire mai. Così alla seconda Coppa dei Campioni consecutiva, segue la seconda Coppa Intercontinentale, e la seconda Supercoppa UEFA. La bacheca del Milan non sembra poter contenere tutti quei trofei, il Milan di Berlusconi ha superato persino le più rosee aspettative, ma c’è qualcosa nello spogliatoio del Milan che non va.

Il Presidente, sempre attento alle vicende della squadra nonostante i mille interessi anche in altri settori, capisce che è ora di cambiare allenatore. A malincuore lo capisce anche lo stesso Sacchi, Berlusconi però sa che lasciare andare un tecnico del genere verso una rivale del campionato sarebbe un errore, così gli paga lo stipendio per il resto dell’anno, e Sacchi andrà poi ad allenare la nazionale italiana. Per succedere al grande profeta di Fusignano, Berlusconi non perde il vizio, e segue un’altra sua intuizione: Fabio Capello.

capello milan berlusconi

 

Ancora una volta la stampa non crede a quel Milan, come potrà, uno che ha a malapena allenato la Primavera, avvicinarsi a Sacchi? Capello fu già giocatore rossonero a fine anni settanta, dirigente, allenatore della Primavera nella prima metà degli anni ottanta e allenatore della prima squadra nel 1987 quando aveva sostituito Liedholm nelle ultime gare di campionato, ma non aveva esperienza. Inoltre nella prima annata, il Milan non può giocare le coppe europee per via dello scandalo di Marsiglia, una casualità che però permette ai rossoneri di concentrarsi sul campionato. 

I rossoneri diventano invincibili, vincono quasi tutte le partite, non ne perdono una, Van Basten segna 25 gol in campionato, 29 in totale, continuando a mostrare al Mondo qual è la via per il centravanti del futuro, mentre Rossi (arrivato in estate) in porta è già una saracinesca. Il Milan cannibalizza il campionato, e vince il suo 12°Scudetto. Il primo dell’Era Capello, che diventa anche l’Era degli Invicibili.

Fra 1991, 1992, e 1993, a livello nazionale non c’è gara. Capello vince tre campionati consecutivi, rimane imbattuto per 58 giornate consecutive, dal 26 maggio 1991 al 21 marzo 1993. Un’eternità, un record che ancora oggi sembra impossibile da superare. Nel 1993 arriva anche la possibilità di giocarsi una Coppa dei Campioni, ma il Marsiglia batte i rossoneri in finale. Poco male, esattamente un anno dopo Berlusconi tornerà sul tetto d’Europa, nella stessa notte in cui otterrà la fiducia per diventare Primo ministro del governo italiano.

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Atene, una città che probabilmente Berlusconi ama, anche più di Milano.

 

Il Milan perderà la seconda finale di coppa Intercontinentale consecutiva, nel dicembre seguente, cominciando a subire i primi scricchiolii, che diventano dei grossi rumori, quando viene battuto dall’Ajax di Van Gaal in finale di Coppa dei Campioni. Così Berlusconi interviene pesantemente sul mercato, portando a Milano nell’estate del ’95 Roberto Baggio, probabilmente il calciatore italiano più famoso, e più forte, all’epoca, ma anche George Weah. Il Milan torna invincibile, al centro del progetto c’è ormai un sempre più forte Paolo Maldini, figlio del grande Cesare. Maldini cresce all’ombra di Baresi, pronto a sostituirlo come capitano, mentre qualche anno prima era arrivato il genio Savicevic

Il 1996 è un anno di apoteosi, ancora una volta Capello porta il Milan al trionfo nazionale, il 15° scudetto, ma a fine stagione lascia, per andare al Real Madrid.

 

LO SCUDETTO DI ZACCHERONI

Andato via Capello, qualcosa si rompe, di nuovo. Il Milan nel 1996-97 arriva addirittura 11esimo, con una serie di avvicendamenti in panchina. Da Tabarez, a Sacchi, che torna, ma non fa più miracoli, mentre a fine stagione Franco Baresi lascia il calcio. La squadra sente forte il contraccolpo dell’addio del grande capitano, Berlusconi decide di richiamare Capello per provare a ristabilire un po’ di tranquillità, e acquista Patrick Kluivert dall’Ajax, dando però l’addio anche a Tassotti e Baggio. Ancora una volta i rossoneri deluderanno, finendo decimi. Il presidente, così, capisce che è l’ora di provare un’altra ricostruzione, partendo però da alcuni giocatori che non verranno mai ceduti: Maldini su tutti, ma anche Albertini e Costacurta.

Berlusconi decide di affidarsi alle colonne portanti del miracolo Udinese, arrivata terza nella stagione dei veleni, 1997-98. Sbarcano a Milanello Zaccheroni, l’allenatore, il capocannoniere Bierhoff e il terzino Helveg.

 

Dopo un girone d’andata che sembra sorridere alla sorprendente Fiorentina di Trapattoni e Batistuta, a spuntarla è il Milan, il nuovo Diavolo di Zaccheroni, nato dalle idee del solito presidente Berlusconi e di Adriano Galliani. Nell’anno del centenario (1999) il Milan potrà dunque mettere al petto il tricolore, che però vincerà con meno frequenza dal quel giorno in poi. 

I successi dei rossoneri si focalizzeranno infatti di più sull’Europa, con delle stagioni indimenticabili, basate su una serie di campioni che di anno in anno la coppia Galliani-Berlusca porteranno all’ombra del Duomo. Quando nel maggio del 1999, infatti, la società di via Turati mette a segno l’acquisto di Shevchenko, dalla Dinamo Kiev, in pochi conoscono il giovane ucraino, che farà le fortune del Milan, così come l’arrivo di Gattuso viene quasi accolto con delusione. La svolta, arriva quando nel 2002 Berlusconi decide di chiamare ad allenare il suo Milan un certo Carlo Ancelotti, storico centrocampista di Roma e Milan (appunto), reduce da una disastrosa esperienza sulla panchina della Juve.

I due si capiscono al volo, Berlusca vuole tornare a far giocare bene la sua squadra, Ancelotti è d’accordo, in estate la stampa prende per pazzo il presidente quando acquista dall’Inter due scarti: Seedorf e Pirlo, mentre dalla Juventus arriva un giovane e promettente attaccante, Filippo Inzaghi, che viene anche lui accolto con scetticismo, vista la contemporanea cessione di Bierhoff al Monaco. La campagna di rafforzamento viene infine completata da Rui Costa, punta di diamante della Fiorentina.

Le basi per il ritorno di un grande Milan ci sono tutte, Ancelotti riesce ad arrivare quarto nel 2001-02, potendo così giocare la Champions League 2002-03.

IL SOGNO DI OLD TRAFFORD

In estate dalla Lazio arriva un grandissimo acquisto, è Alessandro Nesta, viene pagato 31 milioni di euro. Una cifra considerata uno sproposito per un difensore, i tifosi della Lazio sono indignati, perché Nesta è il loro capitano e una bandiera, Berlusconi aveva detto più volte di non voler comprare le bandiere delle altre squadre, ma appena ha saputo della possibilità che il centrale romano venisse messo sul mercato da Cragnotti, si è tuffato sull’affare. Da Barcellona arriva anche Rivaldo, dal Corinthians invece un portiere sconosciuto, Dida.

La cavalcata del Milan in Champions League, è entusiasmante. È l’edizione della Champions “più italiana”, alle semifinali arrivano Inter, Juve, e Milan, con l’unica intrusa che è il Real Madrid. In semifinale si giocano due derby di Milano che sono carichi di tensione, di scontri, e vengono decisi da una rete di Shevchenko in casa dell’Inter, una rete che vale doppio nel confronto fra le due milanesi perché segnata in trasferta.

La finale si gioca dove il calcio è stato inventato, in Inghilterra, a Manchester, nella casa dello United. La giocano due squadre italiane, ed è la realizzazione dei sogni di Berlusconi. Il Milan batte la Juventus, dopo una gara super equilibrata ma emozionante, ai rigori. Dida e Buffon parano 5 tiri dal dischetto, il brasiliano uno in più del collega, e alla fine è proprio lui che Sheva andrà ad abbracciare dopo aver segnato il rigore decisivo.

Dopo 40 anni è un altro Maldini ad alzare la coppa più ambita sotto il cielo della perfida albione, dopo 9 anni il Milan torna a vincere in Europa. 

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L’entusiasmo è a mille, ma Berlusconi da sapiente uomo di calcio e di finanza, sa che non bisogna mollare la presa per adagiarsi sugli allori, in estate dalla Roma arriva il forte terzino destro Cafù, mentre dal San Paolo arriva un giovane sconosciuto, con un soprannome strano. Luciano Moggi, appena sentirà dell’affare concluso, dirà “Uno con un nome così non potrà mai giocare alla Juve“. È un vero peccato però, forse se Ricardo Izecson dos Santos Leite, detto Kakà fosse andato alla Juve, non starei scrivendo questa parte della storia.

È un giocatore incredibile, totalmente lontano dal solito cliché del brasiliano genio e sregolatezza. È un atleta di Cristo, un professionista vera, ed ha un talento straordinario. È l’uomo che mancava per chiudere il cerchio, per disegnare una squadra indimenticabile.

Il primo gol di Kakà al Milan è in un derby. Un bel biglietto da visita.

 

Nella stagione 2003-04 l’avversaria per lo Scudetto è la forte Roma allenata dal grande ex, Fabio Capello, che basa tutto sul duo Totti-Cassano. Ancelotti vara il suo 4-3-2-1, l’Albero di Natale che lo ha reso uno degli allenatori più vincenti della storia del calcio, e mette al centro di tutto Kakà, accanto a Rui Costa, e togliendo un attaccante (Inzaghi sarà il prescelto per la panchina). Questa scelta farà innervosire Berlusconi, abituato a un gioco di squadre diverso, ma il tecnico ex-Juve ha bisogno di dare anche i giusti equilibri alla squadra. Alla fine la scelta di Ancelotti risulterà azzeccata, nonostante una disastrosa eliminazione ai quarti di Finale di Champions, con il Milan eliminato dal Deportivo La Coruña nonostante la vittoria per 4-1 nella gara di andata giocata al Meazza, i rossoneri vinceranno il campionato dopo 4 stagioni. Lo scontro diretto contro la Roma a San Siro sarà decisivo.

L’INCUBO DI INSTANBUL, LA VENDETTA DI ATENE

Nelle due stagioni seguenti il Milan lotterà contro la Juventus per il primato in Italia, finendo secondo in entrambi i casi, concentrando molte delle energie anche in campo europeo, dove i rossoneri sembrano quasi vivere di una luce diversa. Scendono in campo con una consapevolezza nuova, la squadra sembra quasi più assemblata per vincere gli scontri diretti che i campionati.

Durante la campagna acquisti del 2004 arrivano Stam ed Hernan Crespo, Berlusconi vince il braccio di ferro con Ancelotti, e il tecnico torna a giocare con un 4-3-1-2, mettendo Kakà dietro al neo-acquisto argentino e il solito Sheva. Le due punte segneranno 6 gol a testa in Champions, trascinando il Milan fino alla nefasta sera di Instanbul: 25 maggio 2005, una data che in pochi potranno scordare.

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Poche settimane fa Berlusconi ha parlato di questa finale come della partita più triste che abbia vissuto come Presidente del Milan. 

 

Nel 2006 il Milan prova a riprendersi dalla delusione dei rigori di Instanbul, ma esce in semifinale contro il Barcellona. La strada per la vendetta contro il Liverpool è comunque tracciata, ma deve passare da una tappa inattesa.

Calciopoli investe infatti il calcio italiano, proprio alla vigilia dei Mondiali tedeschi del 2006. Anche il Milan (oltre a Juventus, Lazio, Fiorentina, Reggina e Arezzo) è indagato nello scandalo di intercettazioni telefoniche che fanno presumere illeciti sportivi riguardanti la stagione 2004-2005. Si scopre che il dirigente Leonardo Meani avrebbe richiesto dei guardalinee compiacenti, ma la responsabilità della società di via Turati è oggettiva, e quindi meno grave rispetto alle altre. Il Milan viene penalizzato di 30 punti nella classifica del campionato appena conclusosi (quello 2005-06, nel quale era arrivato secondo alle spalle della Juve) mantenendo comunque il terzo posto utile per l’accesso alla Champions, partendo da -8 nel campionato 2006-07.

In estate saluta Stam, ma va via soprattutto Shevchenko. Un duro colpo per il cuore dei tifosi del Milan, acuito dal fatto che il sostituto designato da Galliani, Oliveira, si rivela un flop incredibile. Così nel mercato invernale arriva un colpo sensazionale per il nome che porta, un po’ meno per l’età: Ronaldo, il Fenomeno, storicamente legato ai colori nerazzurri.

https://youtu.be/O5o0ChM_9tw

Il 2007 però è l’anno di un altro brasiliano, ultimo umano a vincere il Pallone d’Oro prima del duopolio continuo Messi-Ronaldo: è Kakà che trascina il Milan in Champions League, che distrugge le divese avversarie con la sua velocità, che impreziosisce le serate di San Siro, Old Trafford e dell’Allianz Arena, prima della vendetta, consumatasi ad Atene proprio contro il Liverpool.

La serata indimenticabile del 23 maggio 2007 è di fatto l’ultimo vero acuto del Milan di Berlusconi in Europa. Nella stagione successiva vince il primo Mondiale per club della storia della società rossonera, ed i successi fuori dall’Italia si concludono così.

Il Milan si mantiene comunque ai vertici del calcio italiano, battagliando con l’Inter e la Roma per i primi posti. I nerazzurri, in particolare, vivono un momento molto positivo sotto la guida di Mancini prima, di Mourinho poi, quasi sempre seguiti in classifica dalla Roma di Spalletti. 

Nella stagione 2008-09 arrivano Ronaldinho e Zambrotta dal Barcellona, ritorna Shevchenko dal Chelsea, in inverno addirittura David Beckham dal Real Madrid. Il Milan è ancora un brand importante, un nome illustre, ma non torna a vincere. Così, il 24 maggio 2009, in un afoso pomeriggio milanese in cui è in programma un divertente Milan-Roma (deciso da Francesco Totti) il pubblico rossonero che affolla San Siro dice addio al capitano di una vita: Paolo Maldini, e contemporaneamente anche a Carlo Ancelotti.

Il 2009-10 è un anno di transizione, in cui la squadra viene affidata all’estroso centrocampista brasiliano Leonardo, diventato manager con idee abbastanza confuse. Il Milan arriva terzo giocando un buon calcio, mettendo in mostra in particolare Pato, ma finendo la stagione vedendo festeggiare ai rivali più acerrimi un triplete storico.

Il presidente Silvio Berlusconi, con l’allenatore Massimiliano Allegri posano per una foto durante il raduno della squadra a Milanello, in una immagine del 20 luglio 2010.

 

Nell’estate del 2010 Berlusconi si affida ad un arrembante tecnico toscano che aveva fatto una buona stagione con il Cagliari, Massimiliano Allegri, e gli regala 3 acquisti da sogno: Robinho, Boateng e soprattutto Zlatan Ibrahimovic, strappato al Barcellona grazie ad una magia di calciomercato di Galliani. Il Milan torna ad essere, almeno per un paio di stagioni, una squadra veramente forte, basandosi molto su Thiago Silva, un’altra scoperta brasiliana di Braida e Galliani, un centrale difensivo che allieva un po’ la nostalgia per l’assenza di Maldini, e forma una grande cerniere difensiva con Nesta, e sui gol del gigante svedese. Ibra è una garanzia, dove va lui, si vincono i campionati, così il 2011 è l’ultimo anno veramente felice per Berlusconi, il Milan vince il suo 18esimo ed ultimo (finora) Scudetto.

TURBOLENZE E ADDII

Dalla stagione 2011-12 comincia l’era Conte alla Juventus, un’era che verrà poi consolidata nei successi anche da Massimiliano Allegri. Il tecnico toscano guida il Milan nella stagione post-Scudetto, arrivando secondo e ai quarti di finale di Champions, ma la fiducia del presidente vacilla.

Il 12 maggio 2012 al termine di Milan-Novara, danno l’addio al Milan e al calcio Pippo Inzaghi, Nesta, Seedorf, Gattuso e Zambrotta. È la fine di un’epoca, nel frattempo i tempi sono cambiati, il presidente perde molto energie per la politica ma soprattutto per le note vicende giudiziarie, e la società entra in regime di autofinanziamento.

 

Si susseguono anni difficili, in cui si parla più di quello che succede fuori dal campo, che dentro, nonostante la squadra guidata da Allegri sia in maniera costante fra le prime 3 in campionato, e partecipi alla Champions League. Fra il 2013 e il 2014 comincia ad inserirsi in società una delle figlie di Berlusconi, Barbara, che ha gran voglia di far carriera nel Milan e di ereditare il potere di Galliani, anzi di scansarlo definitivamente. Fra i due nascono degli attriti che sono difficili da sedare per il presidente, che alla fine insieme al CDA decide di suddividere in due aree  l’assetto organizzativo della società: una parte si occuperà dell’attività tecnico-sportiva, che continua a rispondere ad Adriano Galliani quale vice presidente vicario e amministratore delegato, la seconda, che comprende tutte le funzioni aziendali non riconducibili alla prima, che risponde al nuovo vice presidente e amministratore delegato Barbara Berlusconi, appunto.

Non è chiaro se questa decisione sia l’inizio della fine, ma all’inizio del 2014, intanto, dopo una sconfitta per 4-3 contro il Sassuolo il Milan esonera Allegri, e comincia la grande girandola di allenatori: Tassotti, Seedorf, poi Inzaghi, Brocchi, Mihaijlovic. Nessuno riesce a sedersi abbastanza sulla panchina, per ottenere qualcosa di buono. Il Milan esce stabilmente dal suo habitat naturale, l’Europa, e ne soffre soprattutto economicamente. È chiaro a tutti che l’era Berlusconi sia ormai finita.

La storia del Milan dal 2014 al 2017 è ormai cosa nota, è cronaca. Berlusconi prima pensa ad un progetto per un nuovo stadio, ma poi ritira tutto, prima da il potere a Galliani di progettare una grande campagna acquisti contattando di nuovo Ancelotti, Ibrahimovic, Jackson Martinez e Kondogbia, per poi ritrattare tutto. Non è più convinto di voler investire sul suo più grande amore sportivo, e cerca qualcuno che possa dare via ad un nuovo ciclo. Quel qualcuno, quasi per uno strano scherzo del destino, è un cinese, Li Yonghong, che assicura (al momento) un futuro nuovamente glorioso per il Milan, ma intanto eredita una buona squadra, che grazie al nuovo allenatore, probabilmente il migliore del dopo-Allegri, Vincenzo Montella, ha messo in vetrina nuovi giovani italiani che potranno creare un’ossatura dalla quale ripartire.

Alla vigilia di un derby di Milano Berlusconi saluta, con una lunga lettera, nella quale parla del suo amore per il Milan, e cita un solo nome nei ringraziamenti: Adriano Galliani.

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La figura di Berlusconi, soprattutto per via della sua vita politica, è sempre stata controversa. Ha probabilmente direzionato una buona parte della storia del nostro paese, diviso il popolo, ma quello che ha fatto per il Milan, e di riflesso per il calcio italiano, non può non essere sottolineato. Al di là dei successi, al di là delle sconfitte, ha lasciato una grande impronta nell’organizzazione di una società sportiva portando il movimento calcistico italiano su un altro piano, stabilmente a concorrere per diversi anni con le grandi d’Europa.