Giovanni Trapattoni, una vita da vincente

Quando nel 1939 a Cusano Milanino un piccolo comune in provincia di Milano che contava 5000 anime, nel giorno di San Patrizio, nasce il piccolo e biondo Giovanni Trapattoni, nessuno potrà immaginare che a distanza di 70 anni da quel giorno, il neonato allenerà proprio la nazionale di calcio che rappresenta l’Irlanda, il paese più devoto al Santo che si festeggia il 17 marzo. La famiglia Trapattoni è dedita all’agricoltura, il piccolo Giovannino sogna di fare il tipografo, ed in effetti a 14 anni lavora già, ma nel tempo libero da i calci a un pallone, in un oratorio vicino casa. Lui, a differenza di molti altri amici, ama gestire la palla, e i momenti della partita, pensa che imparando a gestire, si può giocare di più. La sua determinazione e la sua caparbietà, nascono dalle sue origini umili, di un’Italia che sta rinascendo dalle ceneri della guerra, e che lavora ogni giorno per farlo.

Quando un osservatore del Milan lo nota, e chiede alla famiglia di portarlo nella grande Milano, non gli sembra vero. Ma il suo spirito, da Cusano a Milano, da Torino a Firenze, da Monaco a Salisburgo, fino ad arrivare a Dublino, non cambierà mai. 

ROCCO E IL SUO GIUANIN

Il Trapattoni calciatore è un mediano di nascita, non poteva essere altrimenti per un lottatore come lui. Arriva al Milan nel 1957, i rossoneri hanno già vinto il sesto campionato della loro storia, ma la nostra nazione, dopo la tragedia di Superga, cerca ancora una squadra capace di poter dominare così tanto, da esportare il calcio all’estero e vincere qualcosa di importante.

Il Milan c’era andato vicino nella prima edizione della Coppa dei Campioni, vinta dal grande Real nel ’56. I rossoneri furono sconfitti da Di Stefano e compagni in semifinale, ma nel ’57 arriva Trapattoni, qualche giovane importante sta crescendo, la squadra milanese va ancora vicina al grande trofeo, sconfitta in Finale ancora una volta dal Real Madrid. La Coppa dei Campioni sembra una maledizione per l’Italia, il Milan vince sì, ma non convince mai del tutto, fino a quando sulla panchina non si siede nel 1961 un certo Nereo Rocco.

Con i suoi modi burberi, tipicamente triestini, Rocco conquista pian piano lo spogliatoio, sopratutto Trapattoni, che diventa una delle colonne portanti della sua squadra. Giuanin diventa fondamentale, è l’uomo che copre, che ordine, a volte da anche ordini, nel primo anno di Rocco il Milan vince il suo ottavo titolo, la stagione 1962-63, tuttavia, è quella che fa svoltare la vita di Giovanni Trapattoni. Ci sono dieci giorni, in un anno, che cambiano tutto.

PELÈ ED EUSEBIO

Alla nona presenza con la maglia della Nazionale azzurra, il 12 maggio 1963 il Trap affronta il Brasile, nel suo stadio: San Siro. La partita è un evento vero e proprio, arriva infatti Pelè in Italia, per la prima volta. Milano è pronta ad ammirare il grande numero 10, ma finisce per ammirare la marcatura perfetta di Trapattoni che annulla O Rey, costretto ad uscire dopo 26 minuti.

trapattoni pelè
A fine gara, i due protagonisti si scambiano la maglia.

Dopo diversi anni con la consueta onestà e simpatia Trapattoni ammetterà il fatto che il suo non fu un vero e proprio miracolo: il fuoriclasse brasiliano era infortunato e fuori forma, era sceso in campo solo per motivi pubblicitari.

Da Pelè, ad Eusebio, nel giro di 10 giorni dicevamo. Questa volta la gara è più importante, a Wembley il Milan torna in finale di Coppa dei Campioni, ed affronta il grande Benfica. Nel primo tempo la Pantera Nera realizza una rete delle sue, con una progressione incredibile ed una botta al limite dell’area imprendibile, ma nel secondo tempo Rocco cambia la marcatura: ad Eusebio ci pensa Trapattoni, e la gara cambia.

https://www.youtube.com/watch?v=7bkrynQT2WA&ab_channel=djoscuro84

 

Il Milan è la prima squadra italiana a vincere una Coppa dei Campioni, il Trap alza al cielo la prima di tre coppe con le grandi orecchie che vincerà, due da giocatore, una da allenatore. Il connubio con Nereo Rocco infatti continuerà, e nel 1969 i rossoneri alzeranno al cielo la seconda coppa, battendo l’Ajax di Cruijff (ma non ancora del Calcio Totale). 

La carriera di Trapattoni come giocatore si svolge tutta in Lombardia, il suo arrivederci al Milan, nel 1971, è seguito da una stagione a Varese. Quando sembra che sia finita però, comincia l’avventura più grande di questo straordinario uomo.

ZONA MISTA

Trapattoni sembra nato per fare l’allenatore, e già dai tempi dell’oratorio leggeva le situazioni di gioco prima, le studiava, ne parlava con i suoi allenatori. Dopo alcuni anni di difficile tirocinio al Milan, arriva la chiamata della Juventus.

Sulla panchina dei torinesi batte tantissimi record, è il primo a vincere in Europa con la Juventus, ed allena la big del calcio italiano per 10 anni consecutivi, vincendo 6 campionati, 2 coppe Italia, 2 Coppe Uefa, 1 Coppa dei Campioni, 1 Intercontinentale, 1 Supercoppa UEFA, e ancora facendo crescere i talenti più puri del calcio di quei tempi “allevando” quella che sarà poi la classe del 1982 e del grande Mundial.

Ma la base di tutto questo è di sicuro il suo nuovo modo di vedere il calcio.

Alla metà degli anni ’70 è chiaro che il calcio nostrano abbia bisogno di una svecchiata. I venti che arrivano dall’Olanda portano un nuovo modo di pensare, ma la nostra penisola non è pronta ad accogliere del tutto il Calcio Totale. Tuttavia, sia Gigi Radice (allenatore del Toro) che Giovanni Trapattoni, pensano di accogliere qualche concetto, plasmarlo alla italiana, e fare un passo avanti. Prima di loro si giocava quasi sempre con un catenaccio tipico, un libero davanti il portiere, una difesa a tre aiutata da un mediano che aveva compiti difensivi, due mezzali che dovevano aiutare la squadra, e il peso offensivo della squadra era in mano al tridente, che in realtà era veramente atipico (le due ali pensavano molto a tornare, poco ad attaccare). Si decide così di unire il catenaccio a qualche nuovo concetto, e nasce la Zona Mista

Mista perché? È bene capire come il calcio olandese stesse esportando la difesa a zona pura, un modo di difendersi dividendo il campo in zone, assegnando ognuna di queste ad un proprio calciatore, e chiedendogli di tenerla d’occhio e coprirla. In Italia non si è ancora del tutto fiduciosi di questa filosofia, così, sopratutto contro i giocatori più abili, si preferisce avere un uomo che agisce a zona e uno pronto a riparare a eventuali errori, a raddoppiare

Alla base dei successi del Trap c’è un 4-4-2 asimmetrico, molto duttile, plasmato sulle caratteristiche dei calciatori, non solo fisiche e tecniche, ma anche caratteriali.

La formazione della Juventus nella finale di Coppa dei Campioni persa contro l’Amburgo.

 

La prima Coppa dei Campioni bianconera arriva in un giorno in cui quasi nessuno pensa alla vittoria sul campo. Ancora oggi il Trap parla di quel giorno, 29 maggio 1985, come di una grande macchia nella storia, ma una vittoria ottenuta sul campo. 

Sul Web si trova solo questo video di appena 50 secondi, al termine del quale vediamo la faccia triste, quasi imbarazzata ma orgogliosa di Trapattoni. Vuole legittimare il risultato, ma parla prima ancora della tragedia.

 

Quasi come frutto di una maledizione, quella sarà l’ultima Coppa dei Campioni vinta dal Trap, nonostante la sua carriera sia andata avanti per decenni, allenando squadre ancora più forti. Chiude la sua avventura alla Juventus nel 1986, vincendo uno Scudetto. Adesso è ora di tornare a Milano.

ANNI ’80 E ’90

Milano sì, ma non sponda rossonera. Il Trap apre un nuovo ciclo, questa volta all’Inter, dove per 5 stagioni allena una grandissima squadra, vincendo il campionato dei record, nella stagione 88-89 infatti con 58 punti sui 68 disponibili supera chiunque, e lascia una traccia indelebile nella storia dell’altro grande club del nostro calcio. Due anni dopo vincerà anche un’altra Coppa UEFA, nella finale contro la Roma, per poi lasciare la panchina dell’Inter da vincitore.

I primi anni ’90 per Trapattoni sono tormentati, il calcio sta cambiando, per merito soprattutto di Sacchi, e lui non riesce a cambiar pelle. Torna alla Juventus, ma ormai ha attaccata addosso l’etichetta di noioso, difensivista, catenacciaro, vecchio.

Mai dare del vecchio, a Trapattoni. 

Dopo tanti anni passati calcando solo campi di allenamento del Nord d’Italia, con l’unica eccezione di Cagliare nel 1996, decide di andare all’estero. Lo aspetta la Baviera, e la squadra più gloriosa del Sud della Germania: il Bayern.

Se pensi al Trap in Germania, pensi subito a questo momento indimenticabile. I sottotitoli rendono il video ancora di più un capolavoro.

Oltre ad aver rivoluzionato (in un certo senso) il calcio dal punto di vista tattico, Trapattoni è stato uno dei primi allenatori ad averlo cambiato con la comunicazione. Le sue conferenze stampa sono diventate più famose dei suoi trofei e delle sue vittorie, i suoi gesti, le sue parole, sono nella storia. E lui, col suo atteggiamento auto ironico che ancora oggi utilizza per parlarne, le rende ancora più epiche.

La conferenza stampa dedicata a Strunz, e ai giocatori molli del Bayern Monaco sembra quindi l’unico momento memorabile del tecnico lombardo sulla panchina in Germania, ma non lo è: ovunque è andato, ha vinto, così una Bundesliga, una coppa di Lega ed una coppa di Germania sono finite nel Palmarés del Bayern grazie al suo lavoro. 

Tornato in Italia, alla Fiorentina, ha reso ancora più magici quegli anni in cui Batistuta sembra una sorte di eroe medioevale atterrato sul Pianeta Terra, a Firenze, per portarla ad un nuovo Rinascimento, ha vinto anche in Portogallo ed Austria. Il tutto, dilazionando i successi in decenni che sembrano secoli. Trapattoni, ai più, sembra eterno, ed instancabile.

CAPITOLO NAZIONALE

Un allenatore così non può non essere scelto per allenare la Nazionale Italiana, ma di fatto quella è stata l’unica squadra con la quale Trapattoni ha fallito.

Ha fallito forse anche per colpe altrui, ma anche perché il suo calcio seppur non difensivista come tutti lo ricordano, era quanto meno arretrato e lontano dai nuovi standard dei primi anni 2000. La Nazionale che porta ai Mondiali nippo-coreani del 2002 sembra più una All Star, lui inscena una staffetta che sa di Mazzola-Rivera, con Del Piero e Totti, e lascia a casa addirittura Roberto Baggio. Basa molto sulla solidità difensiva della squadra, e a pensarci adesso, cosa avreste fatto voi, nei suoi panni, avendo in squadra Maldini, Nesta, Cannavaro, Panucci, Di Livio, Pessotto e Zambrotta?

La storia di Corea-Italia la conosciamo tutti, il più grande rammarico della nostra storia dopo la finale di Pasadena 1994, prima di Berlino 2006. Un rammarico che diventa rabbia, una rabbia che prende un nome, e un volto: Byron Moreno.

https://www.youtube.com/watch?v=1x9tHk0vspk&ab_channel=FaroukStoryandmelodies

 

Con le nazionali, a dir la verità, Trapattoni sembra avere una maledizione: eliminato da Moreno nel 2002, nel 2004 prima perde il calciatore più in forma in Europa in quel momento per un brutto episodio poi cade nella trappola biscotto, infine, quando si siede sulla panchina dell’Irlanda subisce un altro sopruso, un gol di mano di Henry che estromette l’Eira dai Mondiali del 2010. 

Insomma, un destino beffardo, che però fa notare come la carriera del Trap fosse costruita per il campo ogni giorno. Molti suoi giocatori parlano del suo modo di allenare con un entusiasmo incredibile, Platini ricorda come nelle partitelle d’allenamento fosse proprio il coach a volerlo marcare, facendo diventare anche una semplice seduta un evento indimenticabile, come se la sua voglia di esserci e di vincere non fosse mai spenta.

Le ultime notizie che abbiamo di Trapattoni risalgono a un anno fa, per qualche partita ha commentato le partite della Nazionale. Ci ha provato, a seguire la sua Nazionale in maniera asettica, ma non ce l’ha fatta: è ancora un uomo di campo, non può calcolare il modo e il momento giusto in cui intervenire, vive ancora la partita come se fosse sua, giocata dalla sua squadra, così facendo però ha allungato ancora di più l’epicità del suo modo di comunicare e di vivere lo sport più bello del mondo.