Ronaldinho si ritira: quando il calcio era felicità, spettacolo e divertimento

Il Barcellona ha annunciato l’accordo con Ronaldinho, nuovo ambasciatore del club nel mondo, una sentenza sulla decisione del brasiliano di appendere le scarpette al chiodo: riviviamo insieme la sua carriera

Ci sono certe storie che è difficile raccontare. Ci sono molte storie che non vorremmo mai raccontare. Le favole sono belle proprio perché vorremmo che fossero realtà, non solo una semplice illusione, un sogno nel quale abbandonarci. Racconti di un tempo perduto o di un ‘quel non so che’ di magico, in cui ci piacerebbe vivere. 

Questa è la storia di Ronaldo de Assis Moreira, l’uomo che ci faceva sognare anche solo guardandolo palla al piede. Questa è la storia di Ronaldinho, il Gaùcho, colui che ha rappresentato più di tutti l’essenza stessa del calcio. Quello fatto di spettacolo e divertimento, quello giocato sempre e solo con il sorriso, a colpi di classe e giocate sopraffine. Il calcio come gioia, felicità, un modo per fuggire e, allo stesso tempo, difendersi dalle angherie della vita. 

Perché il calcio, in fondo, è prima di tutto un gioco. Al di là di tutto, senza pensieri, ma solo divertimento. Divertirsi e divertire, un dogma per Ronaldinho, l’uomo dei due mondi, il giocatore che ha collegato due epoche di intendere e vedere il calcio in maniera diversa: prima troppo romantico, dopo troppo mercerizzato. 

Ma nel mezzo si è collocato il Gaùcho, che non riusciva a staccarsi da quel velo romantico, ma era fin troppo attratto dalla fama e dal successo. E’ stato capace di non perdere di vista la realtà, il vero senso di questo sport, perché Ronaldinho ha continuato a viverlo sempre nello stesso modo: sorriso stampato sul volto e gioia nel regalare spettacolo, divertendosi e divertendo il pubblico. 

Uno showman in campo, un businessman al di fuori del campo. Eppure, Ronaldinho è l’emblema più fulgido della metafora del calcio, fatta di vita vera, vita vissuta. Un romanzo di formazione basato su trame e parabole: prima iperboliche, poi da stella cadente. Ma, poco male, resta il retaggio della sua eredità: si gioca a calcio per divertirsi e divertire, nient’altro. Il resto è solo un qualcosa in più. 

E’ questo quello che manca ai giovani talenti di oggi: la fame di arrivare senza perdere di vista l’essenza di questo sport. Proprio per questo, il Gaùcho rimarrà uno di quei pochi fuoriclasse e campioni nella storia del calcio amati da tutti. Al di là delle bandiere, al di là delle rivalità, al di là degli avversari. Al di là del rumore dei nemici, che non possono fare altro che applaudire con una standing ovation di fronte ad un sogno diventato realtà. 

Si diceva, Ronaldinho emblema della metafora del calcio come vita vera, perché la sua storia è la classica affermazione dei valori più importanti di questo sport: rispetto per tutti, uguaglianza e fratellanza con compagni e avversari. Ma, soprattutto, la classica evoluzione ‘dalle stalle alle stelle’, intesa come capacità di conquistare una rivincita sulle avversità, raggiungendo il successo con il sudore del proprio lavoro, non solo grazie al talento. 

C’è un qualcosa di così nostalgico nella storia del Gaùcho sin dalle sue origini, molto umili. Dopo aver trascorso la sua infanzia nel distretto Vila Nova di Porto Alegre, il terzo figlio di Dona Miguelina Elói Assis dos Santos, negoziante con diploma di infermiera, e di João de Assis Moreira, operaio in un cantiere navale ed ex calciatore di una squadra locale, morto di infarto quando Ronaldinho aveva otto anni, la firma del fratello maggiore Roberto de Assis con il Gremio fece respirare la famiglia e diede un futuro al Gaùcho

Il piccolo Ronny fece notare subito il suo immenso talento sin dai tempi della scuola, quando realizzò tutti e 23 i gol con cui la propria squadra vinse una partita durante un torneo. E’ il 1995 quando entra nelle giovanili del Gremio, che gli farà firmare il primo contratto da professionista già nel 1997. Nel giro di quattro anni realizzò la bellezza di 55 gol in 105 partite.

Impossibile restare in Brasile, perché un talento simile deve sbocciare nel calcio che conta. L’Europa chiama, Ronaldinho risponde presente. C’è il PSG nel futuro del brasiliano. I parigini sborsano circa 6,4 milioni di euro. 

Be’, c’è un retroscena che pochi ricordano nel suo approdo in Francia. Infatti, il Gremio non aveva dato l’approvazione al trasferimento, suscitando polemiche e, soprattutto, l’intervento della Fifa, che bloccò l’operazione, ritardandola solo di tre mesi. 

Era destinato il Gaùcho a diventare leggenda, perché, nonostante la squadra non fosse competitiva ad alti livelli, il suo talento era brillante agli occhi degli addetti ai lavori, troppo forte per giocare in un club con poche ambizione. In due anni furono 25 i gol in 77 partite, che confermarono ciò che si era già visto nel Gremio.

Sì, il giocatore ha talento. E, sì, può fare il definitivo salto di qualità. Ad accaparrarselo è il Barcellona nell’estate del 2003, un assegno da 30 milioni di euro, forse i soldi spesi più benedetti nella storia del club catalano. Perché, inutile girarci attorno, quel Barcellona non era questo, arrivava da anni bui ed era alla ricerca del grimaldello per aprire il cancello dell’Olimpo del calcio. 

Ecco perché Ronaldinho è l’uomo dei due mondi. Ecco perché il Gaùcho rimarrà per sempre un giocatore indimenticabile. Semplicemente, il brasiliano è colui che ha permesso al Barcellona di gettare le basi per il futuro, l’attuale presente, fatto di record, vittorie e trofei. Una leggenda, che nemmeno il Ragnarok potrà cancellare. 

Il resto è storia, l’inizio di un mito. Si scrive Barcellona, si legge Ronaldinho. Partendo dai numeri, 94 gol in 207 presenze in cinque anni, passando per i trofei. Ma è l’essenza del calcio il dono che portò il Gaùcho in Spagna, quella voglia di giocare a calcio per divertirsi e divertire il pubblico, offrendo spettacolo e vittorie, donando gioia e felicità. Perché il dogma non può essere sconfessato e deve essere esportato altrove, come una religione. 

E’ proprio nel Barcellona che Ronaldinho si trasformò nell’uomo dei due mondi, diventando anche il simbolo del calcio mercerizzato moderno. Giocatore con lo stipendio più alto, sponsor a gogò, addirittura un fumetto e un cartone animato, oltre a documentari e biografie. Il più ricercato da tutti, insieme, ovviamente, a David Beckham… ma questa è un’altra storia. E’ lì che il Gaùcho divenne il simbolo delle due epoche del calcio. 

Dopo aver vinto tutto, qualcosa si ruppe in quel di Barcellona. O, meglio, c’era il futuro che avanzava e quel Lionel Messi da coccolare e far crescere senza l’ombra di un qualcosa di irraggiungibile… ma anche questa è un’altra storia. Forse, semplicemente, era finito il suo ciclo in Spagna. Forse, in realtà, Ronaldinho aveva capito che il nuovo calcio voluto dal futuro tecnico Pep Guardiola lo avrebbe reso solo un comprimario, diversamente dall’esperienza con Frank Rijkaard

Dinho era un genio e non solo in campo. Il giorno in cui non si sentiva felice non giocava bene. Spesso però arrivava nello spogliatoio sorridente e felice mi diceva: “Samuel, come ti senti?”. Se gli rispondevo anch’io “bene”, lui replicava: “Perfetto, andiamo a vincere”.

(Samuel Eto’o)

Il futuro è nel presente, perché è solo il presente che può costruire il futuro. A Barcellona lo sanno bene, in Spagna è capitato anche agli acerrimi rivali di sempre di salutare bandiere o grandi fuoriclasse solo perché in avanti con l’età. 

Eppure, quel Ronaldinho aveva ancora qualcosa da dare al calcio. Forse, perché il Gaùcho è il calcio. Sempre, comunque e dovunque. C’erano altri paesi da conquistare, altri mondi da colonizzare. C’era quella religione da diffondere nel resto del pianeta. Ma, soprattutto, c’era quel Milan che lo reclamava già da un paio di anni. Un corteggiamento iniziato nell’estate del 2006 con l’acquisto di Ricardo Oliveira per fare un favore al fratello Roberto e gettare le basi per il colpo del secolo. 

Ebbene, sì, perché quel trasferimento si concretizzò nell’estate del 2008 per circa 25 milioni di euro, ben altre cifre rispetto a due stagioni prima. Era troppo forte l’attrazione del Milan per Ronaldinho, quasi una calamita. Per alcuni, l’ennesima figurina da collezione nell’album di Silvio Berlusconi. Solo uno sfizio, quindi, dispendioso, questo è certo, ma pur sempre l’ennesimo trofeo da collezionare nella bacheca della propria storia nel mondo del calcio. 

Fu amore a prima vista, nonostante con Carlo Ancelotti non scoppiò mai la classica scintilla. Ad onore del vero, quel Ronaldinho non era più lo stesso. Aveva perso un po’ di smalto, ma la classe era rimasta intatta. L’anno con il connazionale Leonardo dimostrò che il Gaùcho era ancora tutto in questo sport, un mix perfetto di fuoriclasse e campione, uomo squadra e uomo spogliatoio. Ma, soprattutto, la consapevolezza che un campione, se punto nell’orgoglio, si riprende sempre la propria rivincita. 

Il dogma del giocare a calcio per divertirsi e divertire segnò anche l’esperienza in rossonero. D’altronde, quel 4-2-1-3 era perfetto per esaltare il giocatore più forte del nuovo millennio, almeno fino a quel momento. Ma, anche questa volta, l’addio di un tecnico segnò la fine dell’idillio. Non con il pubblico, né con il presidente. Se è per questo, in realtà, nemmeno con una dirigenza e una società che avrebbero voluto fare di Ronaldinho l’emblema della propria rinascita. 

Questa volta la colpa fu di Massimiliano Allegri e del suo calcio molto più pragmatico, meno spettacolare, meno divertente, ma sicuramente più vincente. Sono i risultati a dirlo. E, pazienza se Ronaldinho non era più al centro del villaggio. Meglio tornare a vincere, che puntare ancora al mero aspetto di marketing.

Troppo umiliante la panchina per Ronaldinho, che decise di interrompere la sua storia con il Milan nel mese di gennaio del 2011, dopo aver collezionato 26 gol in 95 partite. Basta Europa, basta stress, basta pressione. Era giunto il momento di mettere da parte il calcio che conta e tornare in patria. 

A spuntarla nell’asta tra club brasiliani fu il Flamengo per la simbolica cifra di 3 milioni di euro. E’ a Rio de Janeiro che Ronaldinho ritrova se stesso e il suo calcio, regalando ancora magiche giocate e la sensazione che, probabilmente, troppo presto aveva deciso di abbandonare l’Europa.

Dopo 26 gol in 72 partite in un anno e mezzo, l’approdo all’Atletico Mineiro, dove regalerà ancora spettacolo con 27 gol in 85 presenze in due anni e mezzo. 

Saranno le ultime vere esperienze di Ronaldinho, che deciderà di abbandonare ufficiosamente il calcio e dare inizio al suo declino. Prima il Queretaro, squadra del massimo campionato in Messico, con cui comunque colleziona 8 gol in 29 partite.

Poi un ritorno in Brasile alla Fluminense, durato solo un anno, dove però vede il campo poco, chiudendo la sua avventura con 9 presenze e nessun gol. 

Una storia vissuta a suon di trofei quella di Ronaldinho con i club. Il suo palmares consta di 1 Campionato Gaùcho, 1 Copa Sul Minas, 2 Liga, 2 Supercopa del Rey, 1 Campionato Carioca, 1 Campionato Mineiro, 1 Coppa Intertoto, 1 Champions League, 1 Copa Libertadores e 1 Recopa Sudamericana

La sensazione è che, dopo quell’ultima esperienza patriottica del 2015, Ronaldinho aveva perso la voglia di giocare a calcio. Forse, non si divertiva più come un tempo. Forse, semplicemente, non aveva più stimoli. Può accadere se hai vinto tutto ciò che si poteva vincere. Non c’era più quella voglia di calcio come spettacolo e divertimento. Saranno mesi e anni difficili fino alla fine del 2016, vissuti da calciatore a gettone per partite da esibizione, spesso con il suo idolo Diego Armando Maradona, che addirittura si inchinò di fronte a lui, baciandogli il piede destro, in Cina

Quasi come se fosse un animale da circo, insomma. Quello show che Ronaldinho era abituato a regalare a tutti, prima di tutto a se stesso, pur di giocare quel suo calcio, tutto spettacolo e divertimento, gioia e felicità. 

Un calcio che non poteva che trovare la sua apoteosi che con le nazionali brasiliane. Dopo aver giocato in tutte le Under, l’esordio con il Brasile arrivò contro la Lettonia in amichevole in quel lontano giugno del 1999. In quella squadra c’era anche un certo Ronaldo. Proprio la presenza dell’altro fuoriclasse brasiliano obbligò il Gaùcho a cambiare nome in Ronaldinho, il soprannome affibbiatogli sin dai tempi del futsal e del beach soccer, quando era il più piccolo nelle partite che giocava. 

L’apoteosi con la nazionale brasiliana fu ovviamente la vittoria del Mondiale in Giappone e Corea del Sud del 2002. Impossibile, però, dimenticare anche il Mondiale Under 17 in Egitto nel 1997, la Copa America in Paraguay nel 1999, la Confederations Cup in Germania nel 2005 e il bronzo alle Olimpiadi di Pechino nel 2008. 

Ma Ronaldinho è probabilmente ricordato per i suoi premi individuali: capocannoniere nel Campionato Gaùcho, in Confederations Cup e nel Mondiale per club; 3 volte Bola de Prata; 2 volte Miglior Calciatore Straniero del Dòn Balon; 2 Fifa World Player; 2 volte Calciatore dell’anno World Soccer; Pallone d’Oro nel 2005; nell’All Stars Game nei Mondiali del 2002; 3 volte nella Squadra dell’Anno ESM, del FifPro World XI e della Uefa;  2 volte Miglior Giocatore Uefa; 1 Onze d’Or; 1 Golden Foot; Calciatore del decennio 2000-2009 World Soccer; 1 Bola de Ouro; e, infine, Calciatore Sudamericano nel 2013. 

A ciò, ovviamente, si devono aggiungere le onorificenze: Medaglia d’oro al Merito Sportivo nel 2012; Medalha Machado de Assis nel 2011; laurea honoris causa in Lettere dall’Accademia brasiliana. Infine, nel 2004 è stato inserito nella FIFA 100, la lista dei più forti calciatori viventi. 

Impossibile dimenticare Ronaldinho, il creatore di un calcio spesso trasformato in musica. Perché le sue stesse caratteristiche di calciatore lo rendevano perfetto per rappresentare la gioia, la felicità, il divertimento nello spettacolo di questo sport. Il Gaùcho era tutto dribbling, tecnica sopraffina, classe che sprizzava da ogni centimetro del suo corpo, quasi come se volesse contagiare anche gli altri in ogni giocata, volta a divertirsi e divertire, come quel difficilissimo elastico, diventato un qualcosa di così efficiente, quanto naturale. 

Ma anche un giocatore altruista, perché è vero che l’assist spesso è più emozionante del gol. Non che disdegnasse segnare, come dimostrano i suoi 263 gol in 679 partite con i club e i 33 gol in 97 presenze con la nazionale maggiore brasiliana. Ma non erano gol normali i suoi, come quelli dai calci piazzati, talvolta assolutamente geniali. 

Penso ad un nuovo gesto tecnico e poi lo provo a realizzare sul campo; ma tutti i miei numeri sono finalizzati alla squadra, nessuno è fine a se stesso.

(Intervista 2006)

Il suo futuro è già scritto, visto che sarà il nuovo ambasciatore del Barcellona nel mondo. E Ronaldinho non ha mai nascosto che gli piacerebbe dedicarsi alla musica, quella stessa che trasformò il suo modo di intendere e giocare a calcio. 

C’è una bellissima frase di Athanasius Kircher, gesuita e tuttologo del XVII secolo, che rispecchia in pieno quello che ha rappresentato Ronaldinho per il calcio, come ha cambiato e rappresentato questo sport. 

Sic Mundus pendet et in nullo ponit vestigia fundo

In italiano: 

Così il mondo resta sospeso senza appoggiare su una base

Il mondo di Ronaldinho era il calcio, ma lui trascese il calcio, lasciandolo sospeso senza una base. La fantasia al potere, la musica come canovaccio. L’obiettivo era la felicità, nel segno del divertimento e dello spettacolo. 

Non ci resta che ringraziare il Gaùcho per averci regalato la felicità del calcio, il divertimento e lo spettacolo di questo sport. E’ questo il suo dono, il suo testamento. Non dimenticheremo mai Ronaldinho, leggenda nella mitologia del calcio. 

Benito Letizia

Informazioni sull'autore
Direttore di Stadiosport. Giornalista Pubblicista, Laureato in Lettere Moderne e Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. "Il calcio è vita".
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