Arrigo Sacchi: il più grande allenatore della storia del calcio italiano

Cesena, estate 1982. I ragazzi della Primavera bianconera stanno festeggiando la vittoria dello Scudetto, il primo della loro storia, sono allenati da un 35enne romagnolo che ha delle strane idee in testa. Guarda, osserva, studia e vive calcio dalla mattina alla sera, nonostante l’azienda di calzature di famiglia vada abbastanza bene. Grazie proprio al lavoro nell’azienda familiare ha avuto l’opportunità di girare il Mondo, vedere posti nuovi, e vedere qualche partita dal vivo, ed ha acquisito una consapevolezza: il Calcio non è un Mondo chiuso, è soggetto ai cambiamenti e alle influenze delle varie culture. Lui ha giocato, come difensore, ma tutti i suoi allenatori lo hanno descritto come un calciatore mediocre, ma con una lettura del gioco incredibile. Dopo 2 mesi dalla vittoria del Cesena primavera, l’Italia intera celebra la vittoria più attesa della propria storia sportiva: al Bernabeu la nazionale di Bearzot alza la Coppa del Mondo al cielo, dopo aver battuto la Germania. Arrigo Sacchi osserva, e decide di diventare un allenatore a tempo pieno. A distanza di 10 anni da quel giorno diventerà lui l’allenatore della Nazionale.

IL SOGNO

Fusignano è un paesino che arriva a stento a 6000 abitanti nel 1947, gli echi della seconda guerra mondiale sono ancora forti. Il centro storico è stato distrutto dalle bombe naziste, e il popolo di quel piccolo paese aveva combattuto, e alla fine vinto, con tutte le sue forze. Arrigo Sacchi nasce nella Fusignano distrutta, ma cresce in una città che ha voglia di ricostruire, e ci riesce. È affascinato dalla grande Ungheria di Puskas, che nel 1953 batte l’Inghilterra per 6-3 a Wembley, e dimostra al mondo del calcio che il football non è solo inglese, e l’anno dopo sfiora la vittoria della Coppa del Mondo, ma è guardando il Brasile di Pelè nel 1970, e l’Olanda di Cruijff nel 1974 che ha una vera e propria illuminazione: lui però, a differenza degli altri, non si focalizza sull’estetica del gioco delle due grandi squadre, ma sull’incredibile organizzazione che gli allenatori hanno dato alle due fasi, in particolare a quella difensiva.

Nel 1974 si affrontano le due squadre più amate da Sacchi, anche se il Brasile non è più quello del ’70. La maggior parte delle costanti tattiche citate dal video saranno importanti per il “Sacchismo”.

 

1982, dunque. Sacchi lascia l’azienza familiare, e si occupa solo di calcio. Il suo modo di allenare per ora viene testato solo a livelli più bassi, prima col Rimini, poi con le giovanili della Fiorentina, e poi a Parma. A quasi 200km da casa, giocando in C1, Sacchi raccoglie ancora frutti del suo lavoro, portando i gialloblu dalla C1 alla B, ma è nella stagione 1986-1987 che arriva la vera svolta. Nel primo girone di Coppa Italia il Parma sbarca a San Siro, e vince a sorpresa per 1-0, una vera e propria impresa, dopo qualche mese il destino vuole che negli ottavi della stessa competizione il Parma venga sorteggiato ancora contro i rossoneri, e ancora una volta il risultato è di 1-0, sempre nella Scala del Calcio.

In tribuna il presidente appena arrivato, Silvio Berlusconi, è estasiato dal gioco di quella squadra, chiede informazioni sull’allenatore, attenderà la fine della stagione per provare a prenderlo.

LA PARANOIA DELLA VITTORIA

sacchi

 

Adriano Galliani racconterà successivamente di aver bloccato (non solo metaforicamente) il futuro allenatore del Milan in autostrada fra Bologna e Firenze: Sacchi stava tornando ad allenare la Fiorentina, ma non le giovanili.

Così, Arrigo Sacchi da Fusignano, titoli in bacheca da allenatore come professionista zero, arriva in una delle società calcistiche più gloriose del Mondo, e ovviamente arriva nello scetticismo generale. A credere fermamente in lui è Berlusconi però, che gli da piena fiducia. In pochi mesi arriveranno tre tasselli fondamentali del Milan del futuro: uno è un calciatore strano, per quel periodo, è olandese, ha una capigliatura assurda, e sembra stia bene in tutte le parti del campo, è Ruud Gullit. È cresciuto al Feyenoord, giocando una stagione con Johan Cruijff, e Sacchi adesso ne parla sorridendo «Quando l’abbiamo preso tutti parlavano di un libero, ma quale libero? Era un attaccante!», arriva al Milan per una cifra monstre, 13,5 miliardi di lire, accompagnato da un connazionale che quasi passa in secondo piano rispetto all’estroso Gullit: Marco Van Basten arriva infatti a Milano per poco più di un miliardo di lire. Infine, un uomo che ha fatto la storia alla Roma, vincendo il titolo dell’82-83 con Falcao, Cerezo, Conti e Di Bartolomei, ma che sta vivendo delle brutte annate per via di una serie di infortunio che non gli lasciano tregua: è Carlo Ancelotti, e su questo acquisto il presidente Berlusconi ha parecchie perplessità, lo considera ormai vecchio, ed inadattato al ruolo che dovrà ricoprire nel Milan.

Ironia della sorte, l’uomo più discusso, proprio Ancelotti, vincerà poi 4 coppe dei campioni (2 da giocatore e 2 da allenatore) con il Milan, in fondo, solo una delle tante cose per cui ringraziare Arrigo Sacchi.

Carlo Ancellotti, Frank Rijkaard, Marco Van Basten and Ruud Gullit of AC Milan Sacchi
Con il numero 8, in questa foto, il terzo ed ultimo olandese, Frank Rijkaard, che arriverà al Milan nella stagione successiva.

 

LA SVOLTA TATTICA

Non c’è niente, una cosa sola, in cui Sacchi si avvicini ai metodi di allenamento del passato. Il suo approdo a Milanello è paragonabile a quello di un’astronave aliena sul pianeta Terra. I terrestri sono impauriti, terrorizzati, spaesati, non sanno a cosa andranno incontro, mentre l’entità extra-terrestre è fiera, piena di sé, convinta dei propri mezzi e delle proprie ambizioni.

Ancor prima di parlare della svolta tattica data da Sacchi al Milan, è corretto parlare delle sue idee. Nonostante non abbia mai vinto nulla, arriva a Milanello insegnando come se fosse un professore, ha un approccio didattico con calciatori e staff, vuole che tutti lo ascoltino, lo guardino, e non accetta che qualcuno si annoi. Il Calcio per lui deve essere studiato prima di essere applicato, perché l’organizzazione è tutto.

Si può anche scalare l’Everest con una squadra di brocchi, purché i brocchi siano organizzati, purché ognuno sappia cosa fare, in ogni estate, purché ognuno aiuti il compagno in difficoltà, ognuno guardi la posizione degli altri, e si comporti di conseguenza. Per questo, per Arrigo Sacchi il collettivo e l’organizzazione sono più importanti del talento, per questo la sua carriera sarà costellata di litigi con i giocatori più talentuosi, che vorrebbero uno spazio tutto loro ma vengono costantemente ignorati.

sacchi van basten
Van Basten è il giocatore più forte (dopo Baggi) che Sacchi abbia allenato, ed è anche quello con lui litigava più spesso. Una volta il Profeta di Fusignano lo mandò in panchina perché in settimana l’olandese aveva criticato le scelte dell’allenatore. “Visto che è così bravo, potrà essermi più utile in panchina a darmi le sue idee”, dirà il romagnolo.

 

I più grossi cambiamenti che Sacchi apporta al calcio riguardano la fase difensiva, o meglio, la fase di non possesso. Prima di lui era divertente guardare una partita di calcio, soprattutto in Italia, solo quando si vedevano delle azioni offensive: tutte le squadre difendevano in maniera passiva, attendendo le mosse degli avversari, schierandosi dietro, e facendo partire dei contropiedi. Il Milan di Sacchi invece è la prima squadra che è bella da vedere persino quando si difende

 

Sacchi viene visto come un eretico, quando, dopo anni di zona mista, vuole portare una squadra italiana a giocare con una difesa a zona pura (l’ultimo fu Liedholm). Sulla scorta del lavoro della grande Juve di Trapattoni, quasi tutte le squadre si schierando con un 4-4-2 asimmetrico che diventa di fatto un 3-5-2,  con uno dei terzini bloccato e l’altro che fa il fluidificante, e un modo di difendere basato su marcature a uomo, nella zona. 

Per l’allenatore del Milan dal 1987 al 1991, la fase difensiva è di tutta la squadra, e gli attaccanti sono i primi difensori (motivo per il quale escluderà Vialli dai Mondiali del ’94), e la squadra stessa deve avere un atteggiamento attivo, e non reattivo, comandare il gioco con e senza palla. Le marcature a uomo sono ormai il passato, ogni giocatore deve contrastare l’avversario nella zona di competenza in cui esso gioca la palla. Alla base dei successi di Sacchi c’è il pressing, organizzato per non lasciare spazi agli avversari, e non solo per disturbarli e perder tempo, ma soprattutto organizzato per reparti, e non per singoli giocatori. 

Anche Sacchi, come Michels e Cruijff, è ossessionato dallo spazio, sarà anche per questa affinità con i due olandesi che prenderà esempio e trasporterà la trappola del fuorigioco nelle sue squadre, migliorandola sensibilmente. In questo modo lo spazio in cui l’avversario può giocare la palla si restringe, e la squadra può sempre guardare avanti, piuttosto che correre indietro. 

Nel 4-4-2 di Sacchi la sua squadra deve stare sempre corta e stretta, gli allenamenti del suo primo Milan sono così snervanti per i giocatori che lo stesso Ancelotti dirà: “A fine giornata sembravamo un gruppo di zombie“. Sacchi comanda la squadra, fischia, urla in continuazione, vuole organizzazione ed ordine, li pretende con forza, e prepara delle esercitazioni tattiche uniche. In situazioni di palla coperta (quando quindi il giocatore avversario non ha lo spazio e il modo di giocare la palla in tranquillità, o è spalle alla porta) la difesa del Milan sale, restringendo il campo, e lasciando gli altri avversari in fuorigioco. Inoltre il pressing, come detto, organizzato minuziosamente, coinvolge tutti i 10 giocatori di movimento, che si portano in zona palla per fare letteralmente asfissiare l’avversario che porta la palla, per recuperare la sfera, ed avere tante alternative per organizzare la transizione positiva.

In fase di non possesso la squadra è disposta in un 4-4-2 distribuito in diagonale, che scivola di volta in volta nella zona in cui la palla viene giocata. 

Durante alcuni allenamenti in Nazionale, vediamo come Sacchi (in tuta blu) spieghi all’esterno sinistro la posizione giusta in cui deve disporsi quando gli avversari giocano sulla parte opposta. 

 

Quando le squadre di Sacchi hanno la palla però, lo spettacolo è ancora più grande, il centrocampo forma un rombo fluido, con uno dei 4 che va quasi sempre a fare il trequartista, i terzini salgono in continuazione e danno sempre un appoggio in più alla manovra mentre i due attaccanti sincronizzano i movimenti interno-esterno (uno va incontro, l’altro in profondità) per attirare a sé gli uomini della squadra avversaria.

Il profeta di Fusignano con il suo Milan rivoluzionerà il modo di fare contropiede, e se oggi parliamo nelle analisi tattiche delle altre due fasi (le due fasi di transizione, negativa e positiva) è quasi tutto suo il merito. I contropiedi non sono più dei lanci lunghi, ma sono delle vere e proprie azioni innescate in velocità, in cui la squadra si muovo come in un’orchestra.

Come vedete, tutti questi concetti fanno parte del gergo calcistico attuale, non sono neanche difficili da capire, ma a fine anni ’80 esportarli e metterli in pratica in Italia equivaleva ad una vera e propria Crociata, che Sacchi alla fine porterà a termine con grande successo.

GLI INVINCIBILI

Il Milan vince la prima Coppa dei Campioni dopo 20 anni, nel 1989.

I primi mesi di Sacchi al Milan sono da incubo, deve intervenire Berlusconi  a difenderlo e a dire alla squadra “Lui rimane, voi non so“, loro rimangono, e vincono il primo Scudetto dell’Era Berlusconi, dopo aver superato le difficoltà fisiche e psicologiche dell’impatto sacchiano.

La partita simbolo di quell’annata fu di sicuro la vittoria a Napoli, contro la squadra di Maradona, per 2-3. Lì il Milan prese la consapevolezza di essere una grande squadra, e cavalcò verso la vittoria finale. I risultati più grandi arrivano però nella stagione successiva, la leggendaria annata 1988-89.

C’è una gara, su tutte, della quale avrete sicuramente sentito parlare, che fece capire al Mondo intero che il Milan era la squadra più forte. È il 5 aprile 1989, si gioca al santuario del calcio europeo, il Santiago Bernabeu di Madrid, sette anni dopo la finale del Mundial 1982, il Milan va in casa del Real, e gioca un calcio mai visto, comanda il gioco, porta a casa un 1-1 che sa di beffa, ma acquisisce qualcosa di più importante: la consapevolezza della propria superiorità in ambito europeo.

La gara di ritorno è il Manifesto del Milan di Sacchi, lui stesso la definirà la partita perfetta. Il Milan distrugge letteralmente il Real per 5-0, nonostante Sacchi abbia avuto più di un problema di formazione prima della gara. Il gioco dei rossoneri è così bello, sia in attacco, che in difesa, ed è così moderno, che quella vittoria servirà a tutta la nazione per superare la grande barriera psicologica che si era creata in quegli anni. Il Milan e il calcio italiano si riscattano, battendo la squadra che al momento era considerata la più forte del mondo, e lo fanno ridicolizzandola.

La cavalcata verso la vittoria finale della Coppa dei Campioni sembra quasi una conseguenza di tutto questo: nell’altro tempio del calcio spagnolo, il Camp Nou, il Milan asfalta lo Steaua Bucarest per 4-0 e vince dopo 20 anni la Coppa più ambita, aprendo un ciclo storico.

Da quel momento in poi il Milan a livello internazionale non perde un colpo, comincia la stagione 1988-89 vincendo la Supercoppa Europea contro il Barcellona, e chiude l’89 vincendo la Coppa Intercontinentale a Tokyo, contro l’Atletico Nacional di Medellin, avendo la meglio sui colombiani al termine di una partita ostica tatticamente e fisicamente grazie al gol di Evani. 

sacchi milan atl medellin
Baresi oltre ad essere il capitano di quella squadra è il leader incontrastato della difesa, l’uomo che rende più facile attuare le tattiche di Sacchi.

Nella stagione 1989-90 continua il grande duello che ha caratterizzato la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, quello fra Napoli e Milan, Maradona e Van Basten. Mentre il Milan mantiene il passo in Coppa dei Campioni quasi specializzandosi, in Campania si vive un sogno, che diventa verità quando il 22 aprile 1990 la città di Verona diventa fatale anche per Sacchi, dopo Nereo Rocco. Il Milan perde per 2-1, finendo addirittura in 7 la partita, e lascia la vetta al Napoli, che la settimana dopo festeggerà la vittoria del tricolore. Il contestatissimo arbitro di quel match, fu Rosario Lo Bello, figlio d’arte del grande Concetto, che a distanza di 18 anni, ha raccontato la verità su quanto accadde in campo: “Il Milan commise una se­rie di errori, primo tra tutti quello di far gioca­re Gullit che non stava bene. Secondo: cacciai Sacchi perchè era nervoso e dalla panchina di­ceva di tutto. Terzo: ma voi sapete che Rijkaard mi sputò due volte addosso, una volta sulla ma­no e l’altra sul piede? Fece lo stesso un mese do­po con Voeller in Germania-Olanda. Van Ba­sten si abbandonò a quella sceneggiata di to­gliersi la maglia e buttarla a terra, non potevo non espellerlo. E per finire Costacurta disse al mio assistente: siete dei disonesti. Il guardali­nee mi segnalò: il 5 va fuori. In poche parole: a quella partita il Milan arrivò stracotto e con i nervi a pezzi“.

https://youtu.be/ji3I50rzE0U

 

In effetti il Milan si giocava tutto nel giro di un mese, e il forte stress dei giocatori rossoneri ha avuto la peggio sulle prime due competizioni: il campionato, perso nella penultima giornata, e la Coppa Italia, persa tre giorni dopo in finale contro la Juventus. Ma in Europa, Sacchi non fallisce, e nella seconda finale consecutiva, giocata a Vienna, batte il Benfica per 1-0 il 23 maggio, grazie ad una rete di Riijkaard. Una finale meno scoppiettante di quella dell’anno prima, che però porta allo stesso risultato, i rossoneri sono ancora padroni d’Europa, e possono ancora difendere anche il titolo intercontinentale nella stagione successiva.

 milan benfica arrigo sacchi

 

Il ciclo degli Invincibili è duro a finire, la squadra di Berlusconi si ripete ancora una volta in Supercoppa europea, battendo la Sampdoria, e poi a Tokyo il 9 dicembre 1990 vince la seconda Coppa Intercontinentale consecutiva. Pochissime squadre nella storia erano riuscite a vincere così tanto nel giro di così poco tempo, giocando un calcio come quello.

Il “signor Nessuno” era diventato l’allenatore di club più influente al Mondo, attirando a sé tutte le attenzioni, anche le antipatie, per i suoi modi da maestrino, ma l’albo d’oro parlava chiaro, perché tutta la nazione beneficiava di quei trionfi internazionali. Nella stagione successiva, però, qualcosa si rompe dentro lo spogliatoio, forse gli allenamenti di Sacchi diventano troppo massacranti, o forse quel gruppo che tutto aveva vinto, pensavo di poter continuare a farlo anche senza il duro lavoro. 

Il punto più basso del Milan in quegli anni si tocca a Marsiglia, durante la partita giocata dal Milan contro l’Olympique Marsiglia in Francia, la sera del 20 marzo 1991 – ritorno dei quarti di finale di Coppa Campioni, dopo che la partita di andata era terminata 1-1 – uno dei quattro riflettori dello stadio “Vélodrome” smise di funzionare all’87° del secondo tempo, quando il risultato era 1-0 per il Marsiglia. La partita fu sospesa brevemente, e quando il riflettore fu fatto parzialmente funzionare di nuovo Adriano Galliani ordinò alla squadra di tornare negli spogliatoi, perché si rifiutava di giocare con quella visibilità. In seguito alla decisione di abbandonare il campo, l’UEFA assegnò al Milan una sconfitta a tavolino per 3-0 e inflisse alla società la squalifica per un anno da qualsiasi competizione europea, ritenendo che il Milan non avesse motivo di rifiutarsi di riprendere l’incontro.

Un episodio spiacevole che mette fine all’ultima partita importante di Sacchi in Champions nella sua carriera. Peccato, il Marsiglia arriverà poi in finale, perdendo contro la Stella Rossa a Bari. 

 

LA FINE DI UNA GRANDE STORIA, L’INIZIO DI UN’ALTRA

Alla fine del 1990-91 la Sampdoria vince il suo primo storico titolo, il Milan arriva secondo alla pari con l’Inter, e Sacchi comunica a Berlusconi le proprie dimissioni, il presidente decide di pagare lo stipendio per altri 6 mesi all’allenatore romagnolo, cercando di impedire che vada ad allenare una rivale (si parlava insistentemente di Juventus).

Ad aspettare Arrigo c’è però la Nazionale italiana, che è reduce dalla mancata qualificazione agli europei svedesi del 1992, e vuole cambiare rotta, chiamando il Profeta di Fusignano. Il sogno del giovane Sacchi diventa realtà, dopo anni di gavetta, dopo i grandi successi al Milan, è arrivato sulla panchina più ambita, e lui non accenna a cambiare i suoi metodi. Nelle convocazioni stupisce tutti, porta solo chi è funzionale al suo metodo di gioco, lascia fuori anche grandi come Bergomi, Signori, Vialli, prepara il terreno per i Mondiali statunitensi del 1994.

sacchi baggio

 

L’Italia gioca nel girone “orientale”, fra il New Jersey e Washington, contro Irlanda, Norvegia e Messico. Tre nazioni su quattro hanno un grande tifo in quella zona dell’America, per via del numero altissimo di immigrati che si erano trasferiti lì negli anni prima. Le gare del girone saranno una vera e propria agonia, quasi tutte le gare del Mondiale saranno così.

Il caldo e gli orari influiscono molto sul gioco, inoltre l’Italia di Sacchi non ha mai raggiunto la perfezione del suo Milan, a questo si aggiungono le polemiche che come sempre la nostra nazionale porta con sé in ogni spedizione importante. La prima gara, giocata al Giants Stadium di New York, è una vera e propria sciagura, non tanto per il risultato (sconfitta di misura per gli Azzurri) ma più per la condizione in cui esce la squadra dal campo di gioco. Si infortuna Baresi, Pagliuca viene espulso, e Baggio viene scelto per far entrare il portiere di riserva; il Divin Codino da del pazzo a Sacchi, e si incupisce. L’atmosfera diventa irrespirabile, ma nella gara successiva ci pensa l’altro Baggio, Dino, a far vincere la nazionale contro la Norvegia.

All’ultima giornata si arriva con tutte e quattro le squadre a 3 punti, il pareggio fra Italia e Messico per 1-1 fa qualificare la nostra nazionale come miglior terza, nonostante la Norvegia avesse ottenuto lo stesso 4 punti (ma segnando un gol in meno). Non proprio il miglior spettacolo, ma alla fine, si va agli ottavi.

Dal 5 al 13 luglio qualcosa cambia nella mente dell’Italia, Roberto Baggio tornerà ad essere Roberto Baggio, ed arriviamo in finale, vincendo e convincendo in particolare nelle ultime due gare: si arriva alla finale di Pasadena (California, l’altra parte dell’America) contro il Brasile, con una squadra cotta dagli infortuni, che recupera però il suo leader, Franco Baresi.

A rivedere ancora oggi le immagini fanno male, quel Brasile era più che battibile.

 

Una cosa è certa: in quella finale molto è deciso dalla fortuna, poco dall’organizzazione della squadra, dal collettivo, dallo spirito di sacrificio. I capisaldi del pensiero sacchiano. Al termine della gara, qualcosa si rompe, qualcosa nella testa del Profeta di Fusignano si fa strada. Dopo aver sfiorato il punto più alto del Mondo, stenta a trovare le energie per continuare, ma ci prova ugualmente, l’appuntamento è ghiotto perché due anni dopo, nel 1996, gli Europei sbarcano in Inghilterra. L’esperienza sarà ancora più deludente, nonostante l’Italia giochi un calcio più definito di quello del ’94, e per ironia della sorte raccolga 4 punti (quelli che erano serviti due anni fa per andare avanti). Il girone, proibitivo, aveva messo di fronte alla nazionale di Sacchi quelle che poi sarebbero state le due finaliste: la Germania e la Repubblica Ceca.

Cinque mesi dopo, l’allenatore ex-Milan lascerà la panchina azzurra, con più di un rimpianto.

ULTIMI PALCOSCENICI

Dal 1996 in poi è chiaro come Sacchi sia agli sgoccioli della sua carriera da allenatore. Dopo un fugace ritorno al Milan, va in Spagna ad allenare l’Atletico Madrid, e poi torna al suo primo amore, il Parma, per circa un mese nel 2001.

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Racconterà qualche anno dopo di aver capito dopo una vittoria per 2-0 a Verona, di non voler fare più allenatore: “Vinciamo a Verona e non provo niente. Telefonai a mia moglie: smetto, le dissi, non voglio essere il più ricco del cimitero“.

Negli anni seguenti Sacchi proverà a fare il direttore tecnico, con ottimi risultati, sempre al Parma, per poi passare qualche addirittura al Real Madrid, voluto fortemente da Florentino Perez, e fino al 2014 come direttore tecnico delle giovanili della nazionale, per poi chiudere con i ruoli nel calcio vero, riciclandosi con ottimi risultati come opinionista in TV.

La cosa che più stupisce, ancora oggi, della personalità di Sacchi, è che lotta per i valori del calcio, litigando con tutto e tutti, in ogni salotto, come se avesse ancora la voracità e la voglia di continuare di un allenatore più giovane di lui di almeno 20 anni. Da anni contro l’esagerato numero di stranieri che invadono il nostro campionato, da anni contro il Catenaccio, il grande male (per lui) del gioco più bello del Mondo.

La sua carriera, costruita su successi intramontabili in pochi anni, è stata rivoluzionaria e d’esempio per i posteri. Ha cambiato così tanto il modo di giocare a calcio da cadere vittima della sua stessa creatura, ha portato così avanti il gioco, che gli altri hanno cominciato a copiarlo, a mettersi al passo coi tempi, e a sperimentare metodi ancora più innovativi, per provare a superarlo. Nei primi anni nessuno ci è riuscito, ma a lungo andare invece sì, così Arrigo Sacchi è caduto nella trappola da lui stesso costruita, ma con il sorriso in bocca, sapendo di aver fatto qualcosa per cui varrà la pena essere ricordati in eterno.

Come il maestro, superato dall’allievo, Sacchi non è riuscito a spingersi ancora oltre, innovare ancora di più il gioco. La sua astronave aliena è atterrata, ha civilizzato, messo le radici, costruito le basi, ed è poi ripartita, nella speranza che qualcuno segua la retta via

È notizia di pochi giorni fa il litigio fra Sacchi e l’attuale allenatore della nazionale Ventura, e di qualche mese fa quello dello stesso Profeta di Fusignano con Allegri, allenatore della Juventus, tutte delle schermaglie dialettiche nate per divergenze di idee. A 71 anni Sacchi ha ancora la voglia non solo di parlare di calcio, ma di provare a cambiarlo, anche solo con un consiglio in più, a chi rimane sordo e non vuole ascoltare, a chi si trincera rinfacciando la veneranda età. Come se veramente ci fosse un limite d’età per cui si possa continuare a parlare di calcio, come se questa fosse una cosa che possa fermare veramente Arrigo Sacchi, il signor Nessuno, il difensore dai piedi quadrati, che ha portato il Milan a diventare la squadra di club più bella della storia (come decretato dalla rivista inglese World Soccer), ma che soprattutto a portare il calcio italiano ad un salto epocale, che ancora oggi notiamo di domenica in domenica.