Tarcisio Burgnich, la Roccia della Grande Inter

Tarcisio Burgnich nasce in Friuli, a Ruda, il 25 aprile 1939, sei anni prima che quel giorno dall’essere uno dei tanti giorni di Primavera, diventi IL 25 aprile, festa della Liberazione. Cresce in una famiglia numerosa (cinque fratelli), con il mito del Grande Torino. Quando a Superga la più grande squadra italiana di quei tempi scompare in un solo colpo, fra i banchi di scuola Tarcisio piange, mentre i compagnetti lo prendono in giro. In Friuli si tifa Juve e Torino, fra le grandi, mentre si prova a coltivare i sogni inseguendo qualcosa simile alla palla, di solito le calze di nylon riempite di fieno, o le pallette da cricket che lasciavano gli inglesi.

Ma il Friuli è anche la terra dell’Udinese, da lì Burgnich comincia la sua carriera, da mezzala. Nel 1958 viene chiamato per un provino dal Catania. Un viaggio, per un ragazzo del Nord, verso il profondo Sud, che non ricorderà con grande passione. Straordinario il fatto che al posto venga scelto un altro ragazzo friulano che entrerà nella storia del nostro calcio, ma non per averlo giocato, più per averlo raccontato: Bruno Pizzul.

L’ERRORE DELLA JUVENTUS

Poco male, il friulano cortese e taciturno, lavoratore instancabile, torna al Nord, e approda all’ombra della Mole, cominciando a giocare per la Juventus. L’occasione della vita sembra essere arrivata, nel frattempo Tarcisio viene spostato in difesa, ma difficilmente trova spazio. Quando si parla di errori di mercato della Juventus si fa quasi sempre riferimento a Pippo Inzaghi, o Thierry Henry. In pochi citano Burgnich, in realtà quella fu una cantonata ancora più grossa della dirigenza bianconera, visto anche dove il difensore friulano approdò.

Il profondo Sud, tuttavia, sembra essere nel destino della Roccia, che questa volta approda a Palermo, e vive dei momenti importanti, portando il Palermo alla memorabile stagione 1961-62, in cui arrivarono ottavi. Tarcisio inizialmente aveva rifiutato quel trasferimento, ancora scottato dall’esperienza catanese, ma ancora oggi parla di Palermo come un momento fondamentale per la sua crescita.

LA GRANDE INTER, LA STRANA ITALIA

Così, nel 1962 il rivoluzionario “Mago” Herrera si innamora di quel difensore tutto un pezzo, grintoso e duro, ma anche educato calcisticamente. Nella sua mente ha un Inter rivoluzionaria, che sappia giocare veloce, ma soprattutto che basi tutto sulla propria solidità difensiva, e mentre dal vivaio nerazzurro porta in prima squadra Mazzola e Facchetti, decide che Tarcisio Burgnich sarà il suo futuro terzino destro, quello più bloccato fra i due, poiché davanti a lui giocherà un’ala tutta fantasia come Jair, che lascia molti spazi alle proprie spalle, spazi che, manco a dirlo, devono essere coperti dal neo-acquisto di Moratti.

Con la maglia dei milanesi Burgnich vince tutto quello che c’è da vincere, e conquista anche un posto fisso in nazionale. La coppia di terzini più famosa del momento, e poi una delle più famose della storia, sarà composta da lui, e appunto da Facchetti, il primo vero difensore col vizio del gol. Ancora oggi Burgnich parla della sua amicizia con Facchetti con una nostalgia vera, non stereotipata, non commercializzata. Non si sa chi fra i due parli di meno, di sicuro fanno a gara, sono pure compagni di stanza nei lunghi ritiri imposti dall’allenatore argentino. 

Avevamo tanta roba da leggere, io libri di storia, lui romanzi. Buonanotte Tarci, ‘notte Cipe, alle 22.30 si spegneva la luce.

 

Le gloriose stagioni all’Inter, dicevamo, sono intervallate dai momenti importanti in nazionale. Nel 1966 partecipa alla prima spedizione importante con la maglia azzurra, dopo aver già vinto 3 campionati con i nerazzurri, e 2 coppe dei Campioni. Il football torna a casa, i Mondiali del 1966 vengono vinti dai padroni di casa, l’Italia incappa nella Corea, a Middlesbrough va in scena una gara terribilmente indimenticabile, alla quale però, Burgnich non partecipa attivamente.

Due anni dopo, però, il Campionato d’Europa si gioca proprio nella nostra nazione, fra Firenze, Roma e Napoli. Un campionato ridotto, lontano dal recente format a 24. Parteciparono 8 squadre, e l’Italia arrivò diritta fino alla finale dell’Olimpico di Roma, una finale ripetuta e poi vinta per 2-0 dagli azzurri. Burgnich, il friulano lavoratore, ha coronato un altro sogno: vincere con la sua nazionale, da titolare inamovibile.

 

Con l’Inter intanto Burgnich diventa un punto di riferimento per tutti gli amanti del calcio italiano, è il difensore dal quale prendere esempio, quello che difficilmente supera la propria metà campo, che fa sempre la cosa giusta al momento giusto. Proprio alle fine del 1968 Herrera aveva però lasciato i nerazzurri, lasciando la bacheca più piena che mai, ma anche un senso incredibile di vuoto e di sfinimento nello spogliatoio milanese. Il suo catenaccio ha esaltato le prestazioni difensive, ma diviso l’opinione pubblica.

Dall’argentino in poi non ci sarà pace sulla panchina dell’Inter: prima Foni, poi Neri, poi Heriberto Herrera, Invernizzi, Masiero… l’Inter cambia allenatore, ma non vince più. Burgnich, intanto, partecipa ai Mondiali messicani del 1970.

 italia messico 1970 burgnich

 

Secondo Giacinto Facchetti “qui da noi in Italia, quando ci sono i Mondiali, la febbre sale per tutti: giocatori, tecnici, tifosi, giornalisti“, e nel 1970 l’Italia è una delle favorite, ma è divisa dalla staffetta Rivera-Mazzola, unita dal solito spirito patriottico che ci unisce almeno 1 volta ogni 4 anni. La cavalcata degli Azzurri di Valcareggi non è entusiasmante, almeno fino ai quarti, quando, sconfitto 4-1 il Messico padrone di casa, si intuisce la forza della squadra.

Fino al 17 giugno 1970. Fino a Città del Messico. Fino all’Azteca. Fino ad Italia-Germania 4-3.

 

Quella partita, è la partita, soprattutto per chi l’ha vissuta in prima persona, figuriamoci per Tarcisio Burgnich, il friulano che coronò il suo sogno in un’afosa giornata messicana di giugno. Abbiamo già parlato delle sue caratteristiche tecniche, di come tatticamente superi la linea del centrocampo forse 2, o 3 volte l’anno. Il pubblico italiano, depresso dalla rete del solito Gerd Muller al 94′, si sta abituando alla possibilità di vivere un’altra grande delusione, quando, 4 minuti dopo, succede qualcosa di inspiegabile.

Burgnich per la prima volta nella sua vita, va contro ogni legge prestabilita. Dimentica gli insegnamenti di Herrera, i dettami tattici di Valcareggi. Il sospetto è che per quel singolo attimo, sia tornato il giovane Tarcisio, il giovane ragazzo del profondo Nord che inseguiva il sogno, che tifava Toro, e non pensava agli equilibri, allo spazio da difendere, all’avversario. 

La punizione di Rivera è battuta un po’ male, Uwe Seeler (non si sa perché, ma non vogliamo saperlo, ci sta bene così) respinge in maniera ancora più blanda, a centro area c’è lui, Burgnich. Il tiro di sinistro è perfetto, l’Italia ritrova la speranza, lui non sa neanche come esultare, non c’è abituato, abbraccia i compagni, e la partita ritorno in equilibrio.

Il resto è storia, il resto è un tripudio azzurro, una vittoria incredibile.

MARCARE PELÈ

L’Italia approda in finale, e trova il Brasile. Un classico, chi vince porta a casa la Coppa Rimet. Quel Brasile però è probabilmente la più forte nazionale di calcio della storia dopo l’Olanda del 1974. Gioca un calcio mai visto, offensivo, divertente, veloce, e lì davanti gioca sua maestà Pelè. Burgnich racconterà di essere stato per tre giorni interi a letto, per recuperare dalle fatiche della partita del Secolo.

Valcareggi inizialmente imposta le marcature: Bertini su Pelé e Burgnich su Rivelino. L’Italia riesce a resistere fino a 20 minuti dalla fine, poi l’allenatore azzurro decide di cambiare la marcatura, dalla sinistra arriva un cross altissimo di Rivelino, Burgnich è un po’ lento a prendere posizione, prova a saltare, ma alle sue spalle c’è una specie di figura mitologica che è già in cielo, con la maglia numero 10.

 

È alto 1 metro e 73 centimetri, ma con quello stacco tocca il tetto del Mondo, e segna. Le resistenze italiane arrivano fino a lì, il Brasile comincia a ballare e ci batte per 4-1. Burgnich dirà che marcare Pelè era impossibile, ma era anche un grande onore.

NAPOLI E VINICIO

L’esperienza all’Inter finisce nel 1974, anno in cui l’Italia esce dai Mondiali tedeschi al primo turno, per mano della Polonia. Quella fu l’ultima partita di Burgnich in Nazionale.

A Milano lo danno per bollito, e lui a sua insaputa viene venduto a Napoli: ancora il Sud, nel destino della Roccia. All’ombra del Vesuvio ad allenare è Vinicio, detto O’Lione, ed ha idee rivoluzionarie, vuole imitare la grande Olanda di Michels, ma soprattutto portare la difesa a zona in Italia. Per farlo ha bisogno di un libero, che sia pronto a coprire gli spazi che inevitabilmente la difesa partenopea lascerà alle sue spalle. A 35 anni Burgnich deve riciclarsi, da terzino di copertura, a libero, ed è una trasformazione difficile, che ha però i suoi risultati. 

 

La gente si diverte, Burgnich pure, nonostante si vinca poco (una Coppa Italia nel ’76, e l’ultima Coppa di Lega Italo-Inglese), nel penultimo anno da calciatore il Napoli sfiora la vittoria del campionato, nell’ultimo vince appunto le due coppe già citate. Tarcisio decide di smetterla col calcio, e torna in Toscana, da moglie e figli.

Da quel momento in poi studierà per diventare allenatore, e riuscirà a sedersi su 16 panchine, più frequentemente quella del Como, ma nel 2001, dopo l’ultima esperienza col Pescara, si sente stanco di essere chiamato solo per cercare di riparare a situazioni impossibili, delle quali poi viene puntualmente incolpato, e si ritira anche dal ruolo di allenatore. Sporadicamente viene chiamato dall’Inter per seguire qualche giovane in giro per il Mondo, ma quando, nel 2006, Giacinto Facchetti muore, anche Burgnich, decide di lasciare i riflettori. 

 

 

 

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