Helenio Herrera: storia di un “Mago” folle e vincente

Il 10 aprile 1910 ad accogliere una nuova vita nel poverissimo quartiere popolare “Palermo” di Buenos Aires è la famiglia Herrera, originaria di Siviglia. Il padre, Francesco detto “Paco” era un falegname (“proprio come San Giuseppe”, dirà poi il figlio, protagonista della nostra storia) e la madre è una donna delle pulizie, festeggiano l’arrivo di Helenio, un bambino vivace e molto testardo. L’infanzia, come sempre in quei quartieri, è difficilissima, così la famiglia Herrera, per sfuggire alle autorità argentine (Paco aveva falsificato la propria data di nascita per evitare di pagare una sanzione) e per sfuggire alla fame sbarca in Marocco. Arrivati nel “continente nero” Helenito si ammala di difterite, ma salvatosi quasi per miracolo dalla morte, decide di fare qualcosa di speciale nella sua vita, si convince di essere un uomo speciale, e comincia a giocare a calcio, come terzino sinistro.

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Sotto l’asterisco rosso il giovane Herrera nel 1928, anno in cui inizia a giocare nel club Roches Noires Casablanca, continuerà poi nel Racing Casablanca fino al ’32 (foto Helenioherrera.it)

 

Il lungo peregrinare degli Herrera non finisce, alla fine la tappa Francia è quasi un obbligo, per chi vive di stenti in Marocco. Helenio intanto continua a coltivare il suo sogno, a lavorare duro, a litigare con chiunque incontri, e a giocare a calcio, ovviamente.

Fino a quando, nel 1945, non subisce un infortunio molto grave che lo obbliga ad abbandonare il calcio giocato. Più avanti parlerà di quell’episodio come un bene per la sua carriera, perché come calciatore in fondo era veramente modesto, ma aveva già capito come un allenatore doveva lavorare. Qualche anno prima, quando giocava nello Stade Francais, aveva intuito che nella W-M in cui faceva il terzino qualcosa non andava, così si sposto davanti al portiere, dietro i due centrali, chiedendo ad uno dei mediani di coprire lo spazio da lui lasciato sulla sinistra. Aveva già chiaro quale fosse la via per la sua, personale, vittoria.

FRA FRANCIA E SPAGNA

Nei primi anni da allenatore raccoglie pochi trofei, ma cominciano a chiamarlo “il Mago“, sia per le straordinarie doti da moderno manager, sia per le strane storie che già cominciavano a raccontare sul suo conto. Herrera era un uomo antipatico, ossessivo, perfezionista, per forza di cose attirava a sé poche simpatie, e di conseguenza i racconti sui suoi metodi “da farmacista“, o addirittura “da oracolo” si sprecavano.

Il Mago insegna calcio all’Atletico Madrid.

Lo stesso Helenio non ha mai amato quel soprannome, per lui non c’era magia, non c’era fortuna, non c’era nessuna formula che potesse portare alla vittoria, e odiava il fatto che le sue vittorie venissero ridotte a questo. In effetti Herrera è stato il primo allenatore a catalizzare su di sé così tante attenzioni da diventare personaggio, il primo a farsi pagare a peso d’oro perché il suo lavoro produceva grandi effetti, ma soprattutto il primo a voler controllare ogni (e per “ogni” si intende veramente QUALSIASI) aspetto della vita dei suoi calciatori. I ritiri vengono introdotti dall’argentino, che vuole far concentrare i calciatori sulla partita seguente, solo su quella e nient’altro. Al suo arrivo all’Inter convoca addirittura le mogli e le madri degli atleti per spiegare loro che dieta dovranno seguire, e per comunicare in maniera non troppo scherzosa che dal quel momento in poi le vite dei loro mariti o figli sarebbero state dedicate per sempre al calcio.

Fra Francia e Spagna esporta il suo pensiero, comincia a vincere e stupire all’Atletico Madrid, negli anni che precedono il grande Real, mettendo in bacheca per i Colchoneros due campionati fra il 1949 e il 1951. Dopo qualche anno passato a girovagare fra Andalusia e Portogallo, arriva la chiamata del Barcellona, depresso dai continui successi dei rivali del Real Madrid in Europa. 

herrera barcellona
Herrera festeggia nel 1959 il suo primo titolo spagnolo sulla panchina del Barca.

Nel 1960, dopo aver vinto due campionati, lascia il Barcellona per una delle tante litigate con la dirigenza, ma è evidente a tutti come “il Mago” sia uno degli allenatori più importanti d’Europa. 

MILANO

Milano, anni ’60

 

Angelo Moratti è stanco di veder vincere gli altri, in particolare il Milan, e ha voglia di vedere un Inter più forte, un Inter vincente. Impressionato da Herrera, affrontato in un incontro di Coppa delle Fiere, decide di contattarlo. L’argentino aveva ricevuto diverse offerte di lavoro, ma i 100.000$ l’anno promessi da Moratti furono irrinunciabili. Comincia così, nel 1960, la storia della Grande Inter. Helenio promette a Moratti di vincere nel giro di tre anni i primi trofei, nel frattempo comincia ad attuare la sua personale rivoluzione. Arriva in un ambiente depresso, poco abituato alla vittoria e alla disciplina, così inizialmente comincia ad attaccare ai muri degli spogliatoi delle frasi motivazionali, a inventare giochi che facciano divertire i calciatori, ma che allo stesso tempo li tengano impegnati a pensare al calcio. Riporta al centro di tutto la palla, ma soprattutto il concetto di squadra.

Contemporaneamente instaura dei rapporti veramente stretti con i calciatori meno forti della rosa, sminuendo invece l’importanza dei più forti, come Angelillo e Maschio. In realtà lui sa che quelli sono gli elementi più importanti, ma non vuole che tutti pensino che sia solo merito loro se l’Inter vince. La squadra è più importante, anzi, l’allenatore è più importante.

Celebri sono i litigi con Angelillo, accusato di fare una vita notturna fin troppo approfondita, fino alla goccia che fece traboccare il vaso: arrivato praticamente ubriaco al campo di allenamento di Appiano Gentile, venne rimproverato e cacciato via da Herrera.

Angelillo è chiamato anche “Il signor Record”, il suo primato di 33 gol nel campionato a 18 squadre resiste dal 1959. Se consideriamo, ovviamente, tutta la storia della Serie A, il suo record è stato superato recentemente da Gonzalo Higuain.

Per Maschio, centravanti storico, fu decisiva l’ascesa di un giovane prodotto delle giovanili. Herrera aveva infatti il controllo anche sulla Primavera e decise di portare direttamente in prima squadra Giacinto FacchettiSandrino Mazzola, figlio del mai dimenticato Valentino.

Il Mago inizialmente vedeva con molta diffidenza il giovane e veloce attaccante, aveva paura che fosse arrivato a quei livelli solo per via del cognome importante, ma quando, in occasione del celeberrimo Juventus – Inter 9-1 lo manda in campo insieme a tutta la Primavera, per protesta ai fatti che portarono alla decisione della FIGC di rigiocare uno Juventus-Inter sospeso dall’arbitro per l’eccessivo numero di spettatori a bordo campo a Torino.

Quella sconfitta storica (e voluta) fu anche l’Epifania di Sandro Mazzola, che dal quel momento in poi venne sempre più coinvolto nel progetto Herrera.

IL “CATENACCIO”

Sono stato io ad inventare il Catenaccio, il problema è che poi chi mi ha copiato lo ha fatto nel modo sbagliato, ha dimenticato di inserire i principi d’attacco.

 

Le innovazioni di Herrera non toccavano solo la psicologia o l’educazione fisica, HH infatti era convinto che il modo migliore per vincere fosse segnare il prima possibile, ed impostare un gioco difensivo, per poi ripartire con contropiedi veloci e fulminei. L’argentino voleva un calcio verticale, la palla doveva arrivare con massimo tre passaggi nei pressi dell’area avversaria, se il gioco si fosse sviluppato in orizzontale, infatti, era più facile rischiare una volta persa la palla.

Per giocare come voleva, però, convince il presidente Moratti a spendere più di tutti sul mercato, e così da Barcellona arriva Luis Suarez, pallone d’Oro 1960, che Herrera aveva già allenato in Catalogna, un centrocampista con compiti di regia con un piede incredibile, che aveva una capacità di lancio lungo impressionante. L’1 giugno 1961 l’Inter ufficializza l’acquisto dello spagnolo per 300 milioni di lire, un’enormità, una cifra che sconvolge tutti.

luis suarez herrera
Su Suarez, Mazzola ha raccontato: “Io ho imparato tantissimo da lui. Si allenava anche il lunedì e mi spiegava: se lo fai, al martedì sei al 30% in più. Ho imparato da Luisito anche l’importanza di mangiare bene. Portava sempre una valigetta, contro la dieta del Mago: c’erano viveri e una bottiglia di vino. Del resto con Herrera qualche accorgimento dovevi prenderlo.”

 

La svolta tattica arriva al terzo anno, quando l’Inter gioca bene, ma non ha ancora raccolto niente. Herrera capisce che guardare al passato a volte è la cosa più saggia, e chiede al leader della difesa, Armando Picchi, di spostarsi dalla posizione di terzino sinistro, a quella di libero: proprio come lui aveva fatto tanti anni fa, prima di chiudere col calcio giocato. Picchi diventa un libero leggendario, ma soprattutto lascia spazio sulla sinistra per Giacinto Facchetti, il primo vero terzino con il vizio del gol. Un giocatore spettacolare, un uomo ancora più esemplare.

Davanti a Picchi, i due centrali difensivi sono Burgnich e Guarneri, a sinistra gioca Facchetti, appunto, col compito di spingere, e di tornare a dare una mano alla difesa, mentre davanti alla difesa c’è Tagnin, e successivamente Bedin, con compiti quasi esclusivamente difensivi, qualche metro più avanti agisce Suarez, a disegnare calcio vero, sulla destra, quasi come un falso tornante, Jair, che non è bravissimo a difendere, ma è così bravo a spingere da spaventare tutti gli avversari, e infine Mariolino Corso davanti a Facchetti, con la sua classe e il suo piede delizioso, in attacco ci si affidava molto alla velocità e alla classe di Mazzola che affiancava la prima punta, Di Giacomo o Milani.

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Una formazione dell’Inter 1964-1965. In piedi, da sinistra: Sarti, Guarneri, Facchetti, Tagnin, Burgnich e Picchi. Accasciati, da sinistra: Jair, Mazzola, Suarez, Corso e Milani.

 

LA GRANDE INTER

L’Inter comincia a controllare il gioco, conduce ogni partita come vuole, segna, e pure tanto, e subisce pochissimo. Herrera finalmente raccoglie quello che ha seminato, nel 1963 vince il campionato, nell’anno successivo perde solo nello spareggio contro il Bologna, e continua nel 64-65, e nel 65-66. Ma è in Europa che i nerazzurri costruiscono la loro leggenda, nel primo anno vincono la Coppa dei campioni battendo il grande Real Madrid di Di Stefano e Puskas per 3-1 a Vienna. Sandrino Mazzola segna una doppietta alla squadra che aveva sempre sognato di vedere dal vivo, e dopo la vittoria del Milan di Rocco, la Coppa rimane a Milano, sponda nerazzurra.

Gli errori di Santamaria sono decisivi per la rete del 2-0, e del 3-1 dell’Inter. Dagli highlights si nota facilmente lo stile di gioco di Herrera. In velocità la squadra nerazzurra è devastante.

A settembre, proprio a Madrid, l’Inter vince contro l’Independiente la sua prima Coppa Intercontinentale, dopo i due scontri giocati fra Milano e Avellaneda, ma la fame di successi non si placa. L’occasione, l’anno dopo, è troppo ghiotta, la finale di Coppa dei Campioni si gioca a San Siro, e l’Inter ci arriva. Esattamente un anno dopo la finale di Vienna, Herrera affronta il grande Benfica di Eusebio. La pioggia aiuta il gioco dei nerazzurri, che ancora una voltano puntano tutto sul catenaccio, e vincono la seconda Coppa dei Campioni consecutiva, grazie ad una papera sfortunata di Costa Pereira, portiere dei portoghesi, sul tiro di Jair.

 

Ancora una volta sulla strada dell’Inter per l’Intercontinentale c’è l’Independiente di Avellaneda, ma per Herrera e i suoi dopo la vittoria per 3-0 di San Siro nell’andata, è fin troppo semplice chiudere tutti gli spazi in Argentina, e portare a casa un altro trofeo internazionale. L’Inter è decisamente la squadra più forte del Mondo, vince tutto, lo fa con uno stile di gioco che non è per niente amato (soprattutto dai britannici) ma è lì, sul tetto del Mondo.

Raggiunto l’apice di tutto, per due volte, qualcosa comincia a rompersi dentro lo spogliatoio interista. Le manie di controllo di Herrera diventano massacranti psicologicamente, i ritiri diventano troppi, e troppo frequenti, diventano dei momenti di prigionia, il Mago litiga con gli uomini più importanti, in particolare con Picchi che nel 1967 viene addirittura venduto al Varese. Gerry Hitchens, l’inglese che ha fatto più gol in Serie A, aveva già sbattuto la porta, ed era andato invece al Toro qualche anno prima con un eloquente: “Sono così felice di essere uscito da quel maledetto esercito“, il clima che l’allenatore di Buenos Aires ha instaurato, anche con i media, è di vera e propria guerra.

La stagione 1966-67 tuttavia sembra andare esattamente come erano andate le ultime due, per poi infrangersi in una maledetta primavera. L’Inter perde lo Scudetto all’ultima giornata, e in finale di Coppa dei Campioni a Lisbona, soccombe al veloce e spettacolare Celtic di Jock Stein.

Stein ed Herrera, una rivalità leggendaria.

L’allenatore del Celtic era uno dei più acerrimi “rivali” di Herrera, l’odio del leggendario manager scozzese nasce da un episodio che simboleggia chiaramente la differenza di mentalità fra l’allenatore argentino, e in generale il pensiero british: prima della finale di Lisbona, proprio Herrera arrivò a Glasgow per assistere al derby fra Celtic e Rangers. Prima di ripartire, Helenio si era offerto di dare un passaggio al collega e futuro avversario nel suo viaggio di ritorno, in modo che il manager britannico potesse vedere Inter-Juventus. 

Proprio Herrera però decise, pochi minuti prima di partire, di ritirare l’invito perché l’aereo era troppo piccolo per per accogliere “un uomo con una pancia grande come la sua“. Il povero Stein, arrivato a Milano per altre vie, non trovò neanche il taxi e il biglietto d’ingresso allo stadio che gli era stato promesso, e riuscì ad entrare solo grazie all’intervento di un giornalista. Un gesto che farebbe inorridire chiunque anche adesso per la scortesia, figuriamoci 50 anni fa.

Stein si prese la rivincita, come detto, vincendo la Coppa dei Campioni, più per demeriti di Herrera però, che per meriti propri. Sei giocatori della squadra di Milano nella notte fra il 24 e il 25 maggio vomitarono, il resto non dormì. Era ormai chiaro a tutti, che il ciclo era finito.

LE ULTIME ILLUSIONI DEL MAGO

Nel 1968 Angelo Moratti lascia l’Inter, e se ne va pure Herrera, che proverà a vincere sulla panchina della Roma. Nella capitale però non è ricordato per grandi successi, anche se, al momento dell’esonero, si sollevò una piccola sommossa dei tifosi giallorossi che non volevano che il Mago andasse via. 

Il suo calcio, così fisico, non molto spettacolare ma così vincente, era ormai superato, i suoi metodi d’allenamento e di gestione del gruppo troppo antiquati. Dopo un ritorno all’Inter, e poi al Barcellona, chiude con una romanticissima esperienza da consulente a Rimini, per poi nel 1981 lasciare tutto, e ritirarsi a Venezia, dove nel 1997 ha lasciato la terra.

Sulla sua eredità calcistica si discute moltissimo ancora oggi, antipatico ma vincente, una sorte di antenato di José Mourinho, l’Inter ha vissuto nella continua nostalgia delle sue vittorie fino a quando, nel 2010, non è stato proprio il portoghese a portare i nerazzurri alla vittoria della Champions League, a Madrid, con dei principi tattici, in particolare quelli visti negli ultimi mesi culminati con la doppia sfida al Barca (l’altra squadre della vita di Herrera), che molto assomigliavano a quelli che avevano portato proprio Herrera sul tetto del Mondo per due volte consecutive.