Esclusiva – Chiarugi: “Scudetto-Fiorentina, Coppa delle Coppe-Milan, Napoli, Cavallo Pazzo: vi racconto tutto!”

Stadiosport.it ha intervistato in esclusiva Luciano Chiarugi, grande ala degli anni 60 e 70 di Fiorentina, Milan, Napoli, Sampdoria, Bologna.

Come si è avvicinato al mondo del calcio Luciano Chiarugi?
C: “Io avevo due fratelli che giocavano a calcio, nel paese in cui sono nato a Ponsacco. Ero piccolino e andavo a vedere i loro allenamenti e giocavo nelle squadre del mio paese. Mi ricordo che l’allenatore dei miei fratelli era Morischi, ex Fiorentina che mi vide. In quel periodo avevo circa 11/12 anni e mi disse di andare a Firenze perché in quel momento stavano facendo uno stage della durata di 2/3 anni per i giovani, sovvenzionato dalla Federazione e non dalla Fiorentina. Così è cominciata la mia avventura calcistica, attraverso questo lungo addestramento. A fine percorso i due istruttori che erano Cinzio Scagliotti ex Fiorentina e Alberto Vaccani mi proposero alla Fiorentina credendo che io in futuro sarei potuto diventare un calciatore e così sono passato alle giovanili della Fiorentina. Il mio percorso è stato questo, sono andato a Firenze nel 1959 e nel 1965/66 ho esordito in Serie A, percorso intenso ma breve per mia fortuna”.

Il Luciano Chiarugi bambino aveva qualche idolo? C’era qualcuno che l’ha ispirava?
C: “Guardi all’epoca non si pensava di poter diventare o assomigliare a Tizio, Caio e Sempronio, c’erano certamente dei calciatori che erano di una levatura straordinaria. Certamente presi dei punti di riferimento quando dai 15 ai 18 anni girovagavo per la Nazionale Juniores. C’erano dei calciatori che ti facevano sognare, ma non pensavi mai di raggiungere un tale traguardo. E’ chiaro che dopo quando sono andato in Nazionale sono stato scoperto dall’ex presidente della Fiorentina, il quale è stato il promotore per il mio lancio in prima squadra e sono arrivato ad ottenere quello che ho ottenuto grazie alla fiducia della società”.

30-01-1966, Brescia-Fiorentina 1-2, Chiappella in panchina, cosa si ricorda di questa partita?
C: “Fu l’esordio, ricordo la bellezza di poter esordire, era un sogno nel cassetto quello di poter giocare un giorno nella Fiorentina, infatti in casa mia eravamo tutti tifosi della Fiorentina. Chiappella mi consegnò la maglia e lì mi sono passate in testa tantissime cose, dai sacrifici fatti, dalla soddisfazioni date a mio padre e mia madre, alla speranza dei miei compaesani che vedevano in me uno in grado di dare lustro al paese attraverso il calcio. Quel giorno nelle fila del Brescia, il terzino che mi doveva marcare era Enzo Robotti, il quale avevo già conosciuto a Firenze, perché quando noi delle giovanili facevamo gli allenamenti con la prima squadra della Fiorentina. Tra gli altri c’erano anche Sarti e Sergio Castelletti. Per me fu una doppia sfida con un avversario che già conoscevo, lui per me era un mito”.

11 Maggio 1969, Juventus Fiorentina 0-2, vincete lo scudetto e lei in questa partita segna un gol importante e serve l’assist a Maraschi, cosa si ricorda di questa partita?
C: “Lei sa benissimo la rivalità simpatica che c’è tra Fiorentini e Juventini. Ecco vincere lo Scudetto a Torino ed essere protagonisti come sono stato io quel giorno è indubbiamente una delle pagine più belle della mia storia calcistica. Ho raggiunto un traguardo talmente bello, talmente importante, talmente affascinante, non solo per il sottoscritto, ma per la città di Firenze. Vincere lo Scudetto in casa della Juventus con una giornata d’anticipo è stata la realizzazione di un sogno per me, cresciuto nella Fiorentina e tifoso della Fiorentina”.

Tra l’altro lei dopo il gol si mise a correre verso i tifosi della Fiorentina e qualcuno coniò il termine Cavallo Pazzo…
C: “Quello venne coniato un po’ prima, in un Fiorentina-Napoli, venne coniato da uno dei giornalisti più importanti di Firenze. Io feci un gol a Zoff ed ero all’inizio della mia carriera, infatti quell’anno feci solo 3/4 gol e quel gol per me fu importante, perché era tanto tempo che non facevo gol e dopo quel gol contro una squadra importante cominciai a correre verso la Curva Ferrovia e lì venne coniato il termine di Cavallo Pazzo, che era un Capo Sioux”.

Come mai nacque il termine Chiarugismo riferito a lei?
C: “All’epoca non essendoci la moviola, dicevano che ero un cascatore, fu coniato dall’ex arbitro Michelotti. Il Chiarugismo, uno che cade e andrebbe censurato, perché mette sempre in difficoltà gli arbitri nelle sue cadute. Io le posso assicurare che se ci fosse stato il Var si sarebbe visto che tutte le mie cadute avevano un dato di fatto veritiero. Io ero un calciatore veloce e quando entravo in area venivo toccato e cadevo, all’epoca non c’era nemmeno molto riguardo verso gli attaccanti con le entrate. Successivamente poi per questo fatto del Chiarugismo venni molto penalizzato nell’arco della mia carriera perché magari gli arbitri non mi davano più i falli netti”.

Tra l’altro lei è stato protagonista di un rigore in una finale di Coppa Italia contro la Juventus…
C: “Era nettissimo, questo è un altro di quegli episodi in cui nemmeno più si credeva al fatto reale”.

La stagione successiva lei e la Fiorentina avete giocato la Coppa dei Campioni, che cosa è mancato per vincerla quella Coppa?
C: “C’è stata una partenza formidabile, noi andammo a vincere a Kiev contro uno squadrone. In quel periodo le squadre che andavano a giocare lì non vincevano mai. Noi eravamo una squadra giovane e spensierata e andammo a Kiev a vincere davanti a 80.000/90.000 spettatori. Fu una partita straordinaria ed eliminammo la Dinamo Kiev. Poi nel nostro percorso incontrammo il Celtic e per la gara d’andata Bruno Pesaola decise di lasciarmi a casa. Noi giocammo una partita a Torino che finì 0-0 e mentre la Fiorentina partiva per Glasgow fui chiamato da Pesaola il quale mi disse che mi vedeva stanco e preferiva che riposassi in vista della partita successiva. Però la partita della Fiorentina là andò molto male. Pesaola schierò in mediana Carpenetti e noi perdemmo 3-0. Giocai poi la partita di ritorno, feci un gol e un palo su punizione. Si vinse 1-0 davanti ad uno stadio stracolmo, lì fui portato in trionfo ma non valse a nulla. La sconfitta fu fatale per Pesaola perché da lì a qualche tempo venne esonerato. Fummo eliminati dal Celtic che perse la finale. Per me fu una soddisfazione, ma allo stesso tempo una delusione. Se mi avesse portato e inserito pure nel secondo tempo potevamo sfruttare il contropiede con la difesa del Celtic che giocava molto alta. Magari se fosse finita 2-1 all’andata a Firenze si poteva fare qualcosa in più per ottenere successivamente qualcosa di più importante”.

Nell’estate del 1972 per la cifra record di 400 milioni di lire passa al Milan. Come ha vissuto questo trasferimento?
C: “Quando la società decise di mettermi in vendita, nell’anno in corso con Liedholm non avevo avuto sicuramente un buon feeling. Giocavo e non giocavo e non stavo certo in una forma smagliante. Ero dimagrito abbastanza perché mi venne una crisi nervosa che mi colpì allo stomaco e mangiavo poco. Con Liedholm purtroppo non andavo d’accordo. Poi parlai con lui e mi disse le sue ragioni anche se io non ero molto d’accordo con ciò che mi diceva. Già i giornali scrivevano che la società aveva bisogno di soldi per tirare avanti e che vista l’annata non positiva mia poteva mettermi sul mercato. La società mi chiamo e io mi trovavo al mare insieme a mia moglie ai miei figli, mi chiamò il presidente e mi disse che c’era l’Inter di Fraizzoli e che i dirigenti stavano trattando con lui la cessione. Gli dissi che volevo rimanere alla Fiorentina dopo una militanza di 13 anni ma se la società voleva vendermi non potevo farci nulla. In un altra telefonata mi disse che si era inserito anche il Milan di Albino Buticchi appena subentrato in società. La trattativa mi disse che sarebbe andata per le lunghe e mi disse di tornare a casa da mia moglie a riposarmi e se ci fossero state delle novità mi avrebbe avvertito. Vado in spiaggia la mattina dopo e dall’alto parlante mi sento chiamare perché c’era una chiamata per me. Era il presidente che mi voleva a casa sua. Quando arrivai mi disse che probabilmente sarei andato al Milan perché mi volevano e mi voleva Nereo Rocco. Più o meno faccio un resoconto mentale penso a Rivera, Schnellinger, Rosato e tutti i nazionali, dall’altra parte c’erano Mazzola e altri e mi chiesi se fossi stato all’altezza di andare in queste squadre, ero francamente abbastanza preoccupato anche per la mia condizione non al massimo. Mi richiamano al telefono verso le 16.00, vado a casa del presidente e mi dice che la trattativa è conclusa. Con il sorriso mi disse che gli dispiaceva perdere un calciatore come me, però a tutti gli effetti ero un giocatore del Milan. Ero felice perché passavo ad un club veramente prestigioso ed ero felice e rinfrancato del fatto che la società mi avesse voluto a tutti i costi. Torno sulla spiaggia da mia moglie e trovo fotografi con la maglia del Milan. L’Ansa aveva già comunicato tutto quanto e mi misero la maglia del Milan, mi fecero delle fotografie e da lì cominciò l’avventura”.

Quali sono le differenze e le somiglianze tra Milano e Firenze?
C: “A Firenze ottenni un grandissimo risultato sportivo, a livello societario c’era il Milan Campione del Mondo qualche anno prima. Passavo in quel momento da una società in cui si era vinto qualcosa d’importante precedentemente, però mi trasferivo in una società che aveva fatto l’Intercontinentale, mi ricordo ancora le immagini della famosa partita di Combin contro l’Estudiantes. Per me trasferirmi al Milan è stato un vanto straordinario. Devo ringraziare il Milan, i medici, Nereo Rocco, tutti i giocatori, i quali pensavo di una dimensione stellare e invece erano tutti dei bravissimi giocatori e dei bravissimi ragazzi. Più umili di quello che potevo immaginare. Nereo Rocco mi incontrò e mi disse: “Ciò, sei tutto qua?” Ero 63 Kg, avevo perso 8/9 Kg, mi tranquillizzò dicendo che nel Milan trovavo una famiglia e fu così. Al Milan ho avuto veramente delle soddisfazioni straordinarie e mi hanno rivalorizzato a livello personale, umano e calcistico. Ho ritrovato quel Chiarugi che nell’ultimo anno della Fiorentina si era un pochino perso”.

Con la maglia del Milan qual è stata la più grande gioia e quale la più grande delusione?
C: “La più grande gioia di indossare la maglia del Milan, era bello giocare con Rivera, Schnellinger, Prati, Bigon, Benetti, Rosato e avere uno staff tecnico straordinario. E’ chiaro che il primo anno fu straordinario per me, si poteva fare il triplete. Abbiamo vinto la Coppa delle Coppe con il mio gol in finale a Salonicco, con quel gol ho vinto anche la classifica cannonieri in quella manifestazione. Abbiamo vinto la Coppa Italia battendo la Juventus, abbiamo perso la famosa stella in maniera sciagurata 5-3 a Verona. Questa è stata la delusione maggiore, non aver portato la stella che era alla nostra portata. Una partita indecifrabile, ancora oggi non abbiamo capito come mai. Dopo aver vinto la Coppa delle Coppe siamo subito andati in ritiro nella maniera più concentrata, non facendo nessun festeggiamento per paura di perdere la concentrazione per quella importante partita da disputare Domenica a Verona. Le cose però non sono andate come tutti ci auguravamo”.

Lei contro il Leeds segnò la punizione decisiva, fu una sua iniziativa o parlò con Rivera?
C: “No, parlai con Rivera, ero convinto perché piovigginava. Ero indeciso se fare il colpo ad effetto perché quell’anno avevo fatto diversi gol sopra la barriera. Rivera mi concesse il tiro forse perché aveva capito che ero in uno stato di forma straordinaria. Fui fortunato perché tirai questo fiondente dritto per dritto, lo colpì veramente bene di un metro esterno e la palla schizzò davanti al portiere, il quale mise la mano ma a causa del terreno viscido la palla si infilò in rete e questo ci diede la vittoria. Anche se dobbiamo dire molto sofferta, mi ricordo che ci attaccarono (c’era Jordan centravanti) e ricordo che Vecchi fece i miracoli. Tutti quanti ci difendemmo bene, per fortuna sull’albo d’oro ci siamo finiti noi”.

Nell’estate del 1976 lei passa al Napoli in uno scambio con Braglia…
C: “Lì fu la mia grande amarezza, venne Marchioro al Milan dopo il periodo di Giagnoni. Ricordo che Rivera lasciò la squadra in panne, non si trovava. Lui probabilmente non accettò che Giagnoni gli desse un compito un pochino diverso dal suo solito modo di giocare. Giagnoni voleva farlo giocare 10 metri più avanti e Rivera non accettava questo discorso, lui aveva giocato sempre in un altro modo e voleva continuare a giocare in quel modo. Questo tiro e molla causò che ad un allenamento del Martedì Rivera non si presentò, scomparve. Noi non centravamo assolutamente nulla, era un problema tra Giagnoni e Rivera. Quando andavamo fuori sempre scortati dalla polizia, per un verso o per l’altro venivano fuori delle minacce. Io andai al Napoli perché Pesaola andò al Napoli e mi portò con lui. Però mi ero affezionato al Milan e preferivo rimanere lì, lo scambio con Braglia mi ferì abbastanza. Quando Marchioro venne esonerato, la prima cosa che disse era che non doveva ascoltare Rivera e cedere Chiarugi. Questo mi riempì di gioia, però capì che probabilmente la società e Rivera furono artefici della mia cessione e approdai al Napoli”.

Cosa si ricorda dell’esperienze al Napoli e di quelle successive?
C: “Il primo anno a Napoli con Pesaola è andato tutto benissimo, gol, feeling, buone partite. Però anche lì Pesaola poi fu esonerato e l’anno successivo venne Di Marzio e con lui è stata una tragedia calcistica per me. Lui non credeva assolutamente nelle mie qualità, ho passato con lui un anno veramente terribile. Nell’anno in corso con Di Marzio io addirittura dovevo passare alla Sampdoria. Lui aveva dato il veto di non farmi giocare più. E’ stato uno scontro continuo, la gente mi voleva in campo e lui mi metteva a spizziche e bocconi. Quando mi metteva facevo bene, ma poi la Domenica successiva mi metteva fuori. L’anno successivo sono passato alla Sampdoria e lì è stata un’altra avventura anche lì un anno. All’epoca uno di 30/31 anni veniva considerato vecchio. Andai con un grande entusiasmo, c’era Mantovani come presidente, era veramente una grandissima persona. Lo ringrazierò sempre per quello che ha fatto nei miei confronti. In quella stagione c’era l’allenatore che si chiamava Canali, c’erano tanti giovani e c’era Lippi anche capitano della squadra. Anche qui stavo facendo bene ed ero stato accolto bene, ma poi cambiò l’allenatore, venne Giorgis e mi disse che ero troppo vecchio. Allora capì che dovevo tirare un pò i remi in barca. Mantovani mi ringraziò per quello che avevo fatto per la Sampdoria e mi consegnò il cartellino gratis. Poi Bologna, Rimini in B e categorie inferiori e giocai fino a 39 anni”.

La Nazionale, una storia d’amore mai sbocciata, lei crede che sia per un fatto tecnico o umano?
C: “In quel momento l’Italia aveva tante ali importanti, soprattutto c’era Riva. Io ero ambidestro vinsi lo scudetto a destra con la Fiorentina e al Milan giocai sia a destra che a sinistra. Ho fatto le qualificazioni ai Mondiali del 1970 e giocai con Riva, Domenghini, Mazzola e abbiamo vinto a Napoli con la Germania 3-1. Fui protagonista perché mi guadagnai un rigore poi trasformato da Riva. Però mi ricordo Gianni Brera che disse che se io andavo ai Mondiali mi buttava giù dall’aereo. C’erano all’epoca le vignette sul Guerin Sportivo. Un pò una questione tecnica, un pò una questione giornalistica. Dopo quella qualificazione mi venne promesso che rientravo nella rosa dei 22 per il Messico. Finito il campionato aspettavo le convocazioni che vennero diramate di pomeriggio alle 17.00 e mi trovai fuori dalla rosa. Tutta la stampa mi fece delle domande e non sapevo cosa dichiarare, la Federazione non mi fece sapere nulla. Quando passai al Milan venni convocato altre 3/4 volte però non feci mai né un Europeo né un Mondiale”.

Nell’estate del 1979 lei era svincolato e la Gazzetta dello Sport indisse un referendum per riportarla a Firenze, fu un plebiscito in suo favore, ma non se ne fece nulla, perché?
C: “Fu un plebiscito dei tifosi in maniera straordinaria. L’allenatore della Fiorentina in quel periodo era Carosi e mi diede appuntamento a Forte dei Marmi, il plebiscito era tutto in mio favore, ma lui mi disse che andava avanti con questi giovani. Io con tutto il cuore mi immedesimavo di tornare, non per fare il titolare e gli dissi che mi avrebbe messo solo quando fossi stato in condizione. Questa proposta però non fu accettata. Dopo le esperienze di Bologna e Rimini tornai a Firenze, andando a giocare nella Rondinella, la seconda squadra di Firenze dove vincemmo il campionato. Ero appassionato del mio lavoro, mi dispiaceva attaccare le scarpette al chiodo, il calcio è stata la mia vita e ho cercato di portarlo avanti il più possibile. Capisco che all’epoca chi poteva avere la flemma a 30/31 anni poteva essere considerato vecchio, ma io ero sempre stato abbastanza dinamico e veloce. Potevo andare a giocare in Grecia, ma decisi di no per la mia famiglia, i miei figli avevano cambiato la scuola troppe volte”.

Tra tutti i compagni di squadra c’è stato qualcuno con cui ha legato di più e qualcuno che l’ha delusa un po’?
C: “Ci si sente anche se si vive in città diverse. Mi sono sentito con Rivera, con il povero Anquilletti, mi sento sempre con Tato Sabadini. A Firenze capita ovviamente di sentirsi con gli ex compagni, io poi sono tornato a Firenze e sono entrato nell’entourage della Fiorentina, ho fatto l’allenatore per 7/8 anni della primavera, prendendo poi con Antognoni la prima squadra e poi successivamente qualche anno dopo con Mancini sempre la prima squadra. E’ stata un’avventura affascinante bellissima, con qualche gioia e qualche dolore, ma sempre con una bella professionalità, cercando sempre di dare il massimo in tutte le squadre e il riconoscimento mi è sempre stato riconosciuto, questo mi gratifica e mi fa stare bene”.

Com’era all’epoca il rapporto con i tifosi rispetto ad oggi?
C: “Non era solo l’approccio che noi avevamo con i tifosi, era un trittico, stampa, tifosi, giocatori. Prima i giornalisti per fare prima il pezzo e mandarlo in redazione, addirittura venivano negli spogliatoi. Inoltre noi eravamo sempre a contatto con i tifosi, non c’erano barriere. Era un rapporto di conoscenza reciproca, oggi purtroppo non ci sono più questi atteggiamenti. C’era un contatto diretto con la tifoseria che si fermava e chiedeva spiegazioni riguardante la partita precedente. Era un dialogo aperto, i tifosi sono la nostra forza, questo deve capire il giocatore, la persona ti deve conoscere, umanamente e calcisticamente. Oggi questo rapporto manca e i tifosi non sanno se qualche calciatore ha dei problemi a casa, prima lo si sapeva e si diceva. I tifosi ti perdonavano e la Domenica successiva ti supportavano maggiormente perché sapevano che uscivi da un brutto periodo”.

Nella corsa Champions chi per lei si qualificherà per gli altri tre posti oltre all’Inter ?
C: “E’ una bella lotta, mi dispiace che il Milan venne criticato come sta succedendo in queste settimane, credo che il Milan abbia fatto un grandissimo lavoro. Quando tutti non credevano in Ibrahimovic, io dicevo che lui era il catalizzatore. Pioli è molto bravo e ha fatto un ottimo lavoro che ora viene un pò aspramente criticato e per me non è giusto. Certo, ora il Milan sta rischiando qualcosa anche perché il Napoli è venuto fuori alla grande. L’Atalanta non è più una rivelazione e il prossimo anno potrebbe fare qualcosa in più di quello che ha già fatto. C’è una corsa estremamente interessante, ci saranno dei bei duelli. Bisognerà vedere il calendario. Ci sono 15 punti a disposizione. Io sono convinto che quando rientra Ibrahimovic il Milan potrà ripartire. La lotta alla champions League è una lotta allo scudetto del secondo posto, ci sono Atalanta, Juventus, Napoli, Milan, Lazio”.

Il 26 Maggio verrà disputata la Finale di Coppa dei Campioni virtuale 1969/70 tra Milan e Fiorentina sul Gruppo Facebook Pes Graffiti, lei cosa pensa dell’idea del comico, imitatore e autore Roberto Valentino di ricreare e rigiocare le partite e i campionati del passato?
C: “Naturalmente spero di vincere. A Valentino non gli dico più nulla, gli faccio tanti complimenti, è un creativo, una persona che dovrebbe andare in qualche talk show televisivo. Ha delle grandi capacità di imitazione. E’ di una fantasia straordinaria, un uomo straordinario. Io l’ho conosciuto personalmente poco, solo per telefono, poi l’ho conosciuto a Vercelli. Persona veramente straordinaria che avrebbe meritato di fare una carriera televisiva più importante anche se ha fatto delle cose molto belle. Questa credo che sia un’iniziativa molto bella e importante, qualcuno deve riprenderla e divulgarla”.

Luca Meringolo © Stadio Sport

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