E’ morto Carlo Mazzone il mister dei miracoli di provincia

Si è spento ad Ascoli, nella città in cui viveva, all’età di 86 anni Carletto Mazzone.
Mazzone detiene il record di numero di partite in panchina in Serie A con con 792 presenze (797 considerando gli spareggi salvezza) e 1278 totali in partite ufficiali tra Serie A, B e C.

I funerali saranno celebrati lunedì alle 16:30 nella chiesa di San Francesco ad Ascoli Piceno. Il corpo sarà poi tumulato nel cimitero civico di Ascoli.

Si è spento ad Ascoli all’età di 86 anni il grande Carlo Mazzone – stadiosport.it

Carlo Mazzone era nato a Roma nel 1937 e dopo essere cresciuto nelle giovanili della Roma come calciatore aveva indossato tra il 1956 ed il 1969 le maglie del Latina, Roma, Spal, Siena e Ascoli.
Poi proprio con l’Ascoli e grazie alla grande amicizia col Presidente Rozzi aveva iniziato la carriera di allenatore ed è stato il primo a portare in Serie A la squadra marchigiana.

Mazzone ha allenato ben 12 squadre di Serie A tra cui Fiorentina, Catanzaro, Bologna, Lecce, Pescara, Cagliari, Roma, Perugia, Napoli, Brescia e Livorno.
Nella sua carriera di allenatore è sempre stato molto amato in tutte le piazze d’Italia per il suo carisma, la sua umiltà e umanità.

Da allenatore ha lanciato diversi campioni e su tutti Francesco Totti alla Roma, di cui è considerato il “Padre” calcistico.
“Sor Magara” come era denominato per il suo accento romano ha allenato i più grandi campioni e oltre a Totti ha avuto Pirlo, Roberto Baggio, Guardiola, Luca Toni, Materazzi.

Mazzone nella sua carriera da allenatore non ha vinto grandi trofei come i suoi colleghi illustri ma è rimasto nel cuore di tutti a prescindere dal tifo e dalle maglie.

Roberto Baggio quando firmò il contratto con il Brescia inserì una clausola che prevedeva l’interruzione dell’accordo qualora Mazzone sarebbe stato esonerato.

La Storia di Carlo Mazzone

La storia di Carlo Mazzone parte da Roma, nel primo dopo guerra, e attraversa tutta Italia, dal Nord al Sud, con un unico grande denominatore comune: la Provincia. La Provincia vista non con negatività, non come periferia delle metropoli, delle grandi Città, ma come valore assoluto che contiene a sua volta all’interno una miriade di valori, che vanno dal godersi la semplicità delle cose, al sognare un futuro migliore, dal lavoro duro senza i riflettori puntati addosso, e delle piccole o grandi soddisfazioni che esso porta. Mazzone è il decano degli allenatori italiani, nel 2006 ha superato il record di panchine di Nereo Rocco, arrivando a un totale di 795 presenze in Serie A, che sommate alle 236 presenze da calciatore fra gli anni 50 e 60, accumulate soprattutto con l’Ascoli, denotano il fatto che l’allenatore romano abbia vissuto quasi tutto il Novecento del calcio italiano, in tutte le sue sfumature, con la caratteristica fondamentale di aver vissuto tutto questo fra i campi più difficili, negli ambienti più caldi, con le risorse umane e monetarie contate, ma sempre con una grande passione ed un romanticismo che ha contraddistinto il suo lavoro.

Mazzone e l’Ascoli delle meraviglie

Mazzone, difensore coriaceo di professione, subisce un grave infortunio, una frattura della tibia, all’età di 32 anni, e vede terminare la sua carriera di calciatore ma interviene, per provare a salvargliela, il presidente della società picena, il mitico Costantino Rozzi che dopo aver appurato che rivedere Sor Carletto sul campo era veramente impossibile, gli ritaglia un ruolo nello staff tecnico, mettendolo subito sulla panchina dell’Ascoli, ma come allenatore.

Rozzi ha un’intuizione delle sue, nel tentativo quasi paterno di salvare una carriera, ricava una magia incredibile. Una caratteristica che in qualche modo Mazzone stesso erediterà, negli anni seguenti.

Una foto d’altri tempi, Rozzi e Mazzone, seduti su uno scalino a prendere un po’ di sole.

Ad Ascoli si comincia con i grandi miracoli di provincia del Sor Magara, in tre stagioni Mazzone porta dalla C alla A i bianconeri, e nel primo anno di Serie A, mantiene la categoria con un campionato che ha dell’incredibile. Il suo calcio è solido, le sue squadre prendono la sua personalità: pragmatiche e dure.

Nel 1975 passa dall’Ascoli alla Fiorentina, la prima tappa in una grande città, che aveva una squadra ancora un po’ piccola, e in 3 stagioni non del tutto completate non raggiunge grandi risultati, il più grande successo lo ottiene facendo esplodere definitivamente il talento di Giancarlo Antognoni, il primo numero dieci che Mazzone porterà a livelli altissimi, il primo di tanti.

Mazzone allenatore: tutte le strade portano a Roma

 

L’esperimento grande città per ora Carletto lo accantona. È ora di tornare a casa, in senso figurato, al Sud, ad accoglierlo è Catanzaro, una città che avevo vissuto due deludenti anni di A fino a quel momento. Il suo calcio si adatta perfettamente alle idee di Mazzone, in Calabria scopre il mancino incredibile di Massimo Palanca, e completa non solo due salvezze consecutive, ma anche un incredibile sesto posto nel primo anno, un anno che ancora tutta la città di Catanzaro ricorda con affetto.

La storia fra Mazzone ed Ascoli non ha fine, il mister Romano torna per 4 stagione e mezzo, continuando a far giocare la sua seconda squadra del cuore in Serie A. Poi, improvvisamente, viene esonerato nel 1984 dopo appena 7 panchine, e dopo un periodo di pausa decide di ripartire da zero, dalle basi, con l’umiltà di chi non si sente arrivato, anche dopo tutti quegli anni a buoni livelli, di chi deve ancora imparare per sopravvivere in un mondo così ingrato.

In Serie B passa un anno felicissimo a Bologna, vedendo sfumare l’obiettivo promozione per pochi punti, e poi si stabilisce nello splendido Salento, a Lecce, tornando a fare uno dei suoi consueti miracoli. Dalla B alla A, e poi due salvezze consecutive.

Comincia gli anni ’90 a Pescara, ma è richiestissimo anche in altri posti in Italia, così approda nel 1991 a Cagliari, l’isola che dai tempi di Gigi Riva non vedeva un grande calcio. Nella stagione seguente, 92-93,  la famiglia Orrù cede il passo, vendendo la società ad un giovane imprenditore: Massimo Cellino. Nessuno può prevederlo in quel momento, ma diventerà colui che avrà più anni di presidenza nel Cagliari.

I rossoblù si presentano ai nastri di partenza del campionato con una squadra ben rodata sotto la guida del tecnico romano, con una sua ben precisa fisionomia e pronta per fare il tanto agognato salto di qualità. Nell’estate pero’ venne ceduta la stella, l’attaccante uruguaiano Daniel Fonseca passa al Napoli. Una cessione dolorosa ma in Sardegna gioca ancora un uomo che con i piedi fa quel che vuole, e che a Marsiglia ha fatto innamorare un piccolo ragazzo di origine algerina, che deciderà di dare il nome del suo idolo al figlio: stiamo parlando del grande Enzo Francescoli, e il piccolo ragazzo franco-algerino, ovviamente, è  Zinedine Zidane.

Al termine di quella stagione, il Cagliari si piazza al sesto posto della classifica dietro le grandi del calcio italiano, centrando la qualificazione in Coppa Uefa. Un traguardo storico per il club, dopo una grande stagione da mettere negli annali. 

Se guardando la foto avete detto: «Ma è Diego Milito!», benvenuti nel club. In realtà il primo ad essere chiamato “Principe” fu proprio Francescoli, Milito ha “ereditato” il soprannome per l’incredibile somiglianza.

Mazzone ha toccato il livello più alto della sua carriera, a fine stagione arriva la chiamata che più aspettava. Lui Trasteverino di nascita, d’identità, romano mai rinnegato, anzi, da sempre orgoglioso di esserlo, allenerà la Roma.

Carletto Mazzone e Francesco Totti

Sor Magara arriva a Roma, quando la Roma è ancora chiama Rometta. È però guidata da un calciatore elegante e geniale, romano e romanista (e questo, è un binomio che poi farà le fortune della Roma futura) che è arrivato agli ultimi anni della sua straordinaria carriera. Ha incantato nei Mondiali casalinghi del 1990, ma non è riuscito a vincere qualcosa di concreto con la maglia che ama. Giuseppe Giannini sarà l’ennesimo grande numero dieci allenato da Carlo Mazzone, forse l’unico che più che vivere un momento di rinascita, ha chiuso in maniera negativa la sua storia con Mazzone in panca (ma non per demeriti di Sor Carletto).

La Roma con Mazzone arriva settima il primo anno, e poi due volte quinta, ma regala emozioni e un bel calcio, ma è Mazzone a fare il più grosso regalo della storia alla sua amata città.

Nessuno lo sa, ma nel quartiere di San Giovanni è nato un prodigio, un ragazzino biondo che tiene in cameretta un poster di Giannini. Lo adora, sogna di diventare come lui, di giocare per la Roma e di diventarne il Capitano. Francesco Totti non può immaginare che il suo destino lo porterà a livelli ancora più alti.

Carletto, che da sempre ha un occhio particolare per i giovani, comincia a utilizzarlo con più frequenza, dopo l’esordio avvenuto in una trasferta a Brescia (una città di cui parleremo…) con Boskov in panchina, è sempre con più convinzione nel 94-95. In un afoso giorno di Settembre 1994, il regazzino segna il primo gol in  Serie A contro il Foggia. A fine partita i giornalisti vogliono conoscere meglio il piccolo Totti, Mazzone però lo prende per le orecchie, come farebbe un padre e lo porta negli spogliatoi: «Vatte a fà la doccia, ce penso io ai giornali».

https://youtu.be/xKIZbijcSFE?t=35

Mi sono sempre chiesto cosa abbia pensato il giovane Totti quel giorno. Forse avrà maledetto l’allenatore, ma quella fu una piccola lezione dalla quale imparerà tanto.

Mazzone ha fra le sue mani un altro numero 10, ma questo ha qualcosa di diverso, ama in maniera così profondo la sua squadra e la sua città e non vuole andarsene, neanche di fronte alle prime lusinghiere offerte, e poi che piede ha? Un destro magico, anzi, è quasi ambidestro, una visione di gioco mostruosa, una macchina di genialità. E poi è romano, come Carletto. L’amore paterno nasce subito, ogni volta che qualcuno mette pressione sul giovane Totti, Mazzone parte in escandescenze, anche quando andrà via da Roma continuerà a difenderlo, a parlarne bene, a coccolarlo.

Appena gli mostrano una foto di Mazzone, Totti si commuove, comincia a biascicare, non sa trovare le parole giuste per parlarne, quasi si arrabbia con la regia.

Carlo Mazzone e lultimo miracolo a Brescia

Dopo Roma, Mazzone torna a Cagliari, passa per Napoli, comincia ad avvicinarsi al Nord ritornando anche a Bologna, dove rigenera un altro grande calciatore, Beppe Signori, e poi decide di cimentarsi in quello che sembra un ambiente ostile per un romano viscerale come lui: la città di Brescia in realtà nasconde la sua passione per il calcio, sta solo aspettando il momento giusto per scatenarla.

Il presidente Corioni decide di mettersi nelle sapienti mani di Mazzone, il quale ricambia con una telefonata che farà la storia. Roberto Baggio è tornato in Veneto, a casa sua, si sta allenando. È senza contratto, ma ha una grande voglia di ripartire e guadagnarsi il posto per i Mondiali del 2002. Carletto lo chiama, gli chiede se vuole venire un po’ a divertirsi in Padania, il Divin Codino accetta.

È l’inizio di una delle più belle storie di calcio provinciale, un campione del genere, un Pallone d’Oro, che decide di scendere ai livelli più bassi del campionato per lottare per la salvezza. Nel frattempo però il Brescia ha preso in prestito dall’Inter una mezza punta dal carattere particolare, taciturno, ma dicono sia un leader nato. Mazzone lo vede più come un regista, lo arretra di qualche metro, e ci regala Andrea Pirlo, uno dei calciatori più influenti della storia della nostra Nazionale.

Se stai guardando questa foto e sei troppo piccolo per ricordare questi due giocare insieme, mi dispiace veramente tanto.

Nel secondo anno di Mazzone al Brescia, il roster si arricchisce con Luca Toni, un altro futuro campione del Mondo, ma soprattutto con Pep Guardiola. Sembra incredibile, ma l’allenatore più importante degli ultimi 15 anni ha giocato per il Brescia, e sembra lo abbia fatto solo per giocare accanto a Baggio.

Di quella stagione, in realtà, si tende a ridurre tutto a un episodio che in effetti simboleggia quello che era il carattere di Mazzone, ma che troppe volte negli anni seguenti è stato utilizzato, anzi, strumentalizzato, per raccontarne la sua storia.

Il derby fra Atalanta e Brescia è uno dei più sentiti del campionato italiano. L’Atalanta sta vincendo 3-1 a Brescia, ma da inizio gara gli ultras della Dea non fanno altro che insultare Mazzone, con cori che ancora oggi si sentono in ogni stadio d’Italia. Quando Baggio realizza il 3-2 Sor Carletto si gira verso il settore ospiti e promette chiaramente: «Mortacci vostra, mortacci vostra, se facciamo il 3-3 vengo lì». La scena ha dell’assurdo già in quel momento, perché sembra provenga da un campo di periferia, dove il pubblico ha un ruolo ancora più determinante, ed ogni parola che sussurri in panchina si sente in tutto lo stadio.

Quando, superato il 90′, Baggio realizza il 3-3 Mazzone scatena tutta la sua ira, corre verso il settore degli atalantini, continuando a urlare il suo “Mortacci vostra” così tipicamente romano. Quella corsa la rivediamo giornalmente sotto un qualsiasi post su Facebook, è diventata un meme, quando una bella ragazza mette una fotografia, c’è sempre un buontempone che arriva con l’immagine di Carletto che corre.

Credo che questo utilizzo che si fa di quell’immagine sia irrispettoso. In quel gesto di Mazzone c’è in fondo ognuno di noi, non è andato verso i tifosi dell’Atalanta perché ha visto una bionda in bikini, ma perché per 90 minuti ha sentito solo insulti, e non verso la sua persona, ma verso le sue madri: sì, la sua madre biologica, che “andava a pulire i cessi” per permettergli di mangiare quando era piccola, e la sua madre nativa, Roma, la città in cui è cresciuto, e che tanto ama e ha amato.

L’allenatore trasteverino parla ancora oggi di quell’evento, senza mai pentirsi, senza mai fare un passo indietro. Perché è nella natura del suo essere: ti do il mio rispetto, se tu me lo porti, ma non mancare di rispetto a ciò che più mi è caro.

Tentare di riassumere il credo filosofico di Carlo Mazzone in un solo evento è ingeneroso, ed ancora, irrispettoso. Ma mette in risalto i pregi di questo decano delle panchine, di questo cosmopolita della provincia, che ovunque è andato ha vinto. Sì, ha vinto. Non ha una bacheca piena di trofei, ma tutte quelle salvezze conquistate con squadre arrabattate improvvisamente diventate importanti, con giovani presi dalla Primavera e portati nei più grandi palcoscenici del calcio, valgono ancora di più.

E poi c’è qualcosa che va oltre il mero concetto di vittoria: il rispetto e la riconoscenza. Quella che Francesco Totti non nasconde mai quando parla del suo secondo padre, quella di Roberto Baggio che proprio ieri, a un giorno dall’80esimo compleanno di Mazzone decide di scrivergli una lettera lunga e commovente (Baggio non si espone mai annualmente, parla pochissimo), quella di Pep Guardiola, che il giorno prima del momento più importante della sua vita, quando si gioca tutto nella finale di Champions League del 2009, invita il suo maestro allo Stadio, e gli dedica la vittoria finale.

Ci sono vittorie, e vittorie, e per quanto mi riguarda, Carlo Mazzone è l’allenatore più vincente del Mondo.

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