Perché gli ippodromi italiani meritano di tornare nel racconto dello sport popolare

Camminare lungo la cancellata di San Siro, dal lato dell’ippodromo, è un esercizio strano. A pochi metri c’è il tempio del calcio italiano e accanto, dietro qualche siepe, un anello in erba che dal 1920 ospita corse, eppure quasi nessuno lo nomina più quando si parla di sport popolare. Quel recinto resta, a oggi, l’unico impianto ippico al mondo riconosciuto monumento di interesse nazionale: un dato che da solo dovrebbe far suonare qualche campanello.

L’Italia conta oggi trentuno ippodromi attivi, sparsi in modo capillare tra Lombardia, Toscana, Campania, Marche e isole e la fotografia aggiornata dal Ministero dell’Agricoltura descrive un sistema vasto, fatto di undici impianti privati e venti pubblici, con sette strutture polivalenti tra trotto e galoppo. Cifre che, applicate a qualunque altra disciplina, basterebbero a riempire pagine intere di rotocalchi e bilanci federali. Per l’ippica, invece, la copertura mediatica scende al trafiletto.

C’è una ragione storica. Per generazioni l’ippodromo è stato sinonimo di scommessa al botteghino e la scommessa, nell’immaginario collettivo, ha lentamente divorato lo sport che la conteneva. Chi ha frequentato Capannelle in una mattina di derby, o le tribune di Agnano nella serata del Gran Premio Lotteria, sa che lì dentro succede qualcosa che non si esaurisce nel ticket di gioco: sono i grooms che pettinano i cavalli all’alba, i fantini con la divisa stirata male, i dirimpettai che si chiamano per nome dal 1978.

Un patrimonio che la politica osserva con il bilancino

La nuova classificazione, validata dal decreto direttoriale 585229 del 30 ottobre scorso, ha introdotto un parametro che mancava: la qualità della gestione. Due commissioni hanno girato fisicamente gli impianti, hanno guardato pista e tribune, hanno parlato con gli operatori e ne è uscita una graduatoria dinamica che premia chi investe e penalizza chi lascia andare. Tagliacozzo è salito sensibilmente in classifica grazie alla qualità riscontrata sul campo, mentre Follonica e Varese sono uscite dal gruppo dei “Nazionali” per criticità gestionali, un paradosso, se si pensa che fino a qualche stagione fa Varese era considerata fucina di talenti del galoppo. Quando si vogliono confrontare quote, calendari e analisi delle corse, i migliori siti scommesse ippiche fungono ormai da osservatorio per chi segue il settore senza essere addetto ai lavori e i loro palinsesti riflettono quasi in diretta i cambiamenti del calendario nazionale. La fotografia aggiornata, insomma, esiste. Manca chi la racconti come merita.

E poi c’è Roma. L’ippodromo delle Capannelle, inaugurato nel 1881 e cuore del galoppo capitolino, ha perso posizioni sia al galoppo sia al trotto e rischia, se l’andamento prosegue, di scivolare fuori dallo status istituzionale. La gestione, di fatto una custodia, frena gli investimenti, e mentre il Comune cerca un nuovo concessionario il Ministero ha dovuto ricollocare temporaneamente le giornate di corsa fino ad agosto presso altri ippodromi. Per il 2026 è stato comunque previsto un contributo straordinario di un milione di euro destinato proprio a Capannelle, segnale di un’attenzione che però arriva quando l’edificio simbolo è già malconcio.

I numeri della legge di Bilancio raccontano il resto. Le risorse complessive del comparto ippico scendono a 152,1 milioni di euro, circa 9 milioni in meno rispetto all’anno precedente, mentre il fondo per gli ammodernamenti precipita da 7 milioni a poco più di 1,7 milioni. La cronaca economica del settore, ricostruita con dovizia di dettagli da Gioconews, restituisce il ritratto di un comparto che chiede attenzione mentre la coperta continua ad accorciarsi.

Possibile che la parola “popolare”, quando si parla di sport, valga solo per le discipline trasmesse in prima serata?

La memoria che vive accanto agli stadi

A Milano la convivenza tra calcio e ippica è geografica prima ancora che culturale: l’ippodromo del galoppo confina con quello che, nei decenni, è diventato il simbolo dello sport cittadino. L’origine del rapporto è raccontata bene nella storia dello stadio Meazza ricostruita su Stadiosport, e ricorda come Piero Pirelli, allora presidente del Milan, scelse proprio quell’angolo di città, a ridosso del trotto, per impiantare il nuovo stadio del calcio. Le due strutture nacquero gemelle, in un’area che era già cittadella sportiva. La sparizione mediatica dell’ippodromo non è quindi figlia della geografia, ma di una scelta culturale.

Ad Agnano, in Campania, si corre il Gran Premio Lotteria, una delle classiche del trotto europeo. Lì, nel 2002, Varenne stabilì il record di corsa a tempo che ancora resiste. Per chi conosce un minimo la disciplina, dire Varenne è come dire Bartali: un nome che porta con sé un’epoca. Eppure quando si elencano i grandi miti dello sport italiano, il cavallo baio di Jori Turja finisce confinato in nicchia, citato di sfuggita.

Il punto, forse, è proprio questo. L’ippica italiana ha smesso di raccontarsi nei termini che usa il resto dello sport: rivalità tra impianti, eroi popolari, statistiche stagionali, stelle in ascesa. Ha lasciato che a parlarne fossero quasi solo i decreti ministeriali e i bollettini di settore, e qualche tifoso anziano che ricorda ancora le notti del Premio Lotteria in bianco e nero. Eppure il calendario 2026 prevede 775 giornate di trotto e 381 di galoppo, una mole di eventi che nessun altro sport italiano, calcio escluso, riesce a mettere insieme. C’è materia da cronisti, non solo da contabili.

Tornare a raccontare gli ippodromi significa restituire dignità di sport a una pratica che la stampa generalista ha derubricato a folklore. Significa parlare dei fantini come si parla dei piloti, scrivere di Capannelle e San Siro come si scrive di Wimbledon e Roland Garros, segnalare la nuova generazione di trottatori con la stessa attenzione riservata ai centravanti emergenti. È un lavoro lungo, pieno di tecnicismi, che richiede pazienza e visite ai box prima dell’alba. Ma è anche, in fondo, l’unico modo serio per capire se questo patrimonio possa sopravvivere ai prossimi cinque anni o se, lentamente, vada lasciato chiudere.

La risposta non spetta ai bilanci. Spetta a chi quegli ippodromi li attraversa ancora, con o senza ticket di scommessa in tasca.

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