Festival dello Sport: due Nazionali campioni del mondo si concedono al pubblico di Trento

Festival dello sport Trento 2022: nella seconda giornata, sul palco dell’auditorium “Santa Chiara”, presenti i ragazzi del volley maschile, campioni del mondo in carica, e i protagonisti di Spagna ’82. Coach De Giorgi: “Il segreto è non accelerare i tempi”. Bruno Conti: “Nostra vittoria frutto di un gruppo unito”.

Si è svolta a Trento la seconda giornata del Festival dello Sport. L’evento, organizzato dalla Gazzetta dello Sport in collaborazione con Regione Trentino, permette al pubblico, cui è garantito accesso gratuito, di godere della presenza di alcuni dei principali protagonisti dello sport italiano. Scoprire aneddoti e curiosità che si celano dietro ogni successo.

Stamane, nella cornice dell’Auditorium “Santa Chiara”, si sono passate il testimone due squadre capaci di salire sul tetto del mondo. Prima è toccato alla Nazionale di Fefé De Giorgi, fresca vincitrice dei Mondiali di volley. Presenti, oltre al coach, una delegazione di giocatori tra cui Riccardo Sbertoli, Gianluca Galassi, Simone Anzani, Alessandro Micheletto, Daniele Lavia, Fabio Balaso (di recente intervistato da Stadiosport) e Leonardo Scanferla. Mediatori dell’incontro, Gianluca Pasini, autorevole firma della “Gazzetta”, e Andrea Zorzi, che con De Giorgi ha condiviso buona parte dei successi della “Generazione di fenomeni”.

Immagine scattata da Gennaro Iannelli, inviato Stadiosport

Dopo i ragazzi è toccato a una “vecchia” generazione di campioni del calcio, cinque signori del pallone che contribuirono a rendere grande l’Italia in terra di Spagna: Bruno Conti, Alessandro Altobelli, Franco Causio, Fulvio Collovati e Beppe Bergomi hanno svelato alcuni segreti del successo di quella squadra, guidata in panchina dal “Vecio” Enzo Bearzot, e rimasta scolpita nell’immaginario collettivo grazie ad alcune immagini iconiche, come il presidente Pertini che, al gol decisivo di Altobelli in finale, si alza in piedi facendo segno che no, non ci avrebbero più ripreso.

Un ricordo che si fa ancora più struggente nel segno di Gaetano Scirea e Paolo Rossi, due dei maggiori protagonisti di quella cavalcata, che ormai non ci sono più, ma che sono stati celebrati e applauditi dai campioni presenti sul palco, e dal pubblico presente in sala. Stadiosport ha raccolto alcune impressioni scaturite oggi dall’incontro in Trentino.

Fefé De Giorgi: “Il segreto è non accelerare i tempi. Dobbiamo proseguire nel nostro percorso”

Uno dei momenti “clou” dell’incontro con la delegazione di volley è stato il confronto tra i due vecchi compagni di squadra: Zorzi, a suo agio nei panni di presentatore, e Fefé De Giorgi, un “Cabarettista prestato alla pallavolo”, come lo stesso Pasini l’ha definito,

Uno il cervello, l’altro il finalizzatore di quella squadra: Facevi l’opposto e pensavi zero. Hai smesso di giocare quando hai iniziato a pensare troppo“, lo incalza Fefé, “Se uno schiacciatore pensa a come costruire un’azione spreca il suo tempo. Ho fatto bene il mio compito“, replica un “permaloso” Zorzi.

Sul palco si sono alternati momenti goliardici ad altri più “tecnici”, in cui sia il coach, sia i ragazzi hanno spiegato particolari del proprio lavoro: ” Dei palleggiatori – dice Fefé – conosco perfettamente le difficoltà che possono avere, un pochino di sensibilità in più c’è sotto questo punto di vista, anche se io li lascio liberi di esprimersi in campo. Ci sono momenti in cui il palleggiatore ha bisogno di un po’ di consigli, quando perde il “filo” del gioco. In quei momenti si interviene, ma generalmente li lascio liberi. Gli altri ruoli? Faccio riferimento alle mie esperienze, alle conoscenze, allo studio. Essendo stato un palleggiatore, ho imparato a capire i ruoli degli altri, a comprenderne le difficoltà. Il palleggiatore è quello che può celare o mettere in risalto le difficoltà della squadra. I cattivi palleggiatori sbagliano proprio perché, quando le cose vanno male, velocizzano il ritmo della partita”.

Fefé De Giorgi, Immagine scattata da Gennaro Iannelli, inviato Stadiosport

Un Fefé definito “Preciso” dai suoi ragazzi: “In palestra è come lo vedi in campo – dice Anzani – Tranquillo. A volte si arrabbia, quando siamo superficiali. Una cosa che lo fa andare in bestia è sentirsi dire “Ci sto provando”. L’ho fatto una volta, mi è venuto sotto e mi ha detto: “Non devi provarci. Tu devi farlo!”.

Non esiste provarci – afferma il coach – Esiste fare o non fare. Ho l’esigenza di urlare in allenamento, a volte, per stimolarli a fare meglio. A me non piacciono la mediocrità e la superficialità. Ho bisogno di vedere che vanno al 100%. Devo vederli focalizzati”.

Il primo dei ragazzi a parlare è Lavia, per il quale De Giorgi ha avuto parole di elogio, riconoscendo che avrebbe meritato, oltre al premio di miglior schiacciatore, anche quello di MVP. Maestro dei mani-out, lo schiacciatore calabrese è risultato decisivo nel tie-break contro la Francia: Ci sono un sacco di dettagli che rendono efficace un mani out: si ritarda il tempo, si cerca di tirare alto, di tirare più esterno per prendere l’ultimo dito”.

I due liberi, Balaso e Scanferla, hanno parlato dell’importanza del fondamentale di copertura: “La copertura è ciò che dà il ritmo agli allenamenti e alla partita, aiutando gli attaccanti ad essere più liberi nel movimento“, afferma Balaso, “È un fondamentale di sacrificio, che trasmette tranquillità a tutta la squadra – afferma Scanferla – siamo stati bravi a farlo, e speriamo di farlo bene anche in futuro“.

Galassi, MVP nel ruolo di centrale: “Il mio Mondiale è stato un po’ da montagne russe. A volte sono riuscito ad esprimermi al massimo, altre un po’ meno. La nostra forza è stata aiutarci a vicenda. Quando qualcuno era in difficoltà, entrava il compagno a dargli una mano”.

Sbertoli, palleggiatore: “Sono contento di entrare nei momenti decisivi, perché vuol dire che il coach ha fiducia in me. Rituali prima della battuta? Faccio sempre lo stesso numero di palleggi, e penso alla tecnica di battuta: se devo sbagliare, penso sempre a battere lungo. La concorrenza con Giannelli? Mi sono sempre trovato bene con lui. Abbiamo studiato insieme i centrali avversari, e quando lui riusciva a “fregarli” ero felice come se lo avessi fatto io”.

Micheletto: “In campo non ci siamo fatti affossare quando siamo andati sotto nel punteggio, ma ci abbiamo sempre creduto. In finale, sotto un set a zero e tre-quattro a zero nel secondo set, ci siamo subito ripresi. Anche quando eravamo sotto nel punteggio continuavamo a giocare, mai abbiamo lasciato perdere un set”.

La parola finale, utilizzata da Simone Anzani, è “Goduria“: “Giusto godersi questo successo – gli fa eco De Giorgi – Questi sono ragazzi giovani che hanno fatto un’impresa straordinaria, dando speranza e fiducia. Se ci siamo montati la testa? Ci penserò io, quando torneranno in palestra“.

Siamo convocati, quindi?”, scherza Micheletto, “Tu sei troppo giovane e Anzani è troppo vecchio. Devo trovare un equilibrio”. Messi da parte gli scherzi, si torna alle parole d’ordine: fare e lavorare. Sento già parlare di Olimpiadi. Andiamo con calma. Noi dobbiamo continuare in questo percorso. Dobbiamo continuare a fare, e costruire i successi lavorando giorno dopo giorno”.

I ragazzi dell’82: “Bearzot aveva calcolato tutto. Ci aveva preparato per dare il meglio nelle ultime partite”

Nel primo pomeriggio, il testimone passa a un’altra generazione di campioni: Bruno Conti, Alessandro Altobelli, Franco Causio, Fulvio Collovati, Beppe Bergomi. Cinque alfieri della magica Italia che conquistò il Mondiale nella storica estate del 1982.

È ora di pranzo, e i cinque compagni di squadra, accompagnati dalla “voce narrante” di Alberto Cerruti, si siedono a tavola. Una tavola che presto verrà imbandita con pietanze tipiche dei Paesi sconfitti nella fase finale di quel fortunato Mondiale: l’asado argentino; la capirinha brasiliana; i wrustel polacchi; la coppa, simbolo della vittoria, per celebrare la vittoria contro i tedeschi.

Una carrellata di squadre che, a rileggerle oggi, rende ancora meglio le proporzioni di quella epica impresa: Quante squadre puoi affrontare, oggi, in un Mondiale tra Argentina, Brasile e Germania? – si chiede un istrionico Altobelli – Forse una, in finale o in semifinale”.

Bearzot aveva già programmato tutto – ricorda l’ex centravanti dell’InterAveva pensato che dovessimo dare il meglio dalla quarta alla settima partita, non come le altre “squadrette” che dovevano dare tutto nella prima fase. Nelle prime tre partite avevamo incontrato tre squadre che giocavano sempre nella propria area di rigore, e noi non avevamo lo sprint necessario per superarle”.

È anche vero – rintuzza Bruno Conti – che noi venivamo da una vigilia ricca di polemiche: il calcioscommesse, le convocazioni che erano state oggetto di critiche. Avevamo subito una gogna mediatica che ci ha permesso di concentrarci sull’unico obiettivo. Abbiamo passato il primo turno con tre pareggi, ma poi abbiamo dimostrato di essere una grande squadra. Abbiamo vinto questo Mondiale da gruppo”.

Quell’Italia, ricorda Cerruti, ha vinto quel Mondiale imponendosi sempre nei tempi regolamentari, e segnando sempre su azione. Un Mondiale vinto grazie al 3-1 della finale di Madrid contro la Germania. A toccare l’ultimo pallone di quella partita fu lo “Zio”, Beppe Bergomi, così ribattezzato dal compagno di squadra Giampiero Marini, altro iridato, per via del caratteristico baffo che lo contraddistingueva: Ringrazierò sempre i miei compagni di squadra: Zoff, che aveva 40 anni, il povero Gaetano Scirea (parte un applauso in sala ndr). All’Inter mi massacravano di lavoro. Andavo al campo nel pomeriggio, dopo scuola, allenandomi con Busi e Fontanini. Mi facevano un … così”.

La compattezza di quel gruppo si manifestò nella decisione collettiva di non parlare più alla stampa, dopo il difficile passaggio del turno nella prima fase: “Ci riunimmo in una sala – ricorda Collovati – C’era un blocco di juventini che aveva più potere rispetto agli altri. Ci recammo da Bearzot, che ci disse “Vi appoggio, ma rendetevi conto di cosa state facendo”. Fu un vero silenzio stampa. Ci isolammo da tutto, anche perché la stampa era l’unico modo per comunicare, allora, con il mondo”.

Lo snodo fondamentali di quel Mondiale è stato il 3-2 al Brasile: “Noi che eravamo in panchina soffrivamo di più – ricorda Franco Causio – Ma quando abbiamo visto il colpo di reni di Zoff sul colpo di testa di Oscar abbiamo capito che non avremmo più perso la partita. Io, avendo la moglie brasiliana, sono tornato spesso in Brasile. Zico, che ho incontrato di recente ad Udine, ha riconosciuto i meriti di quella vittoria all’Italia, ma il popolo brasiliano non ha mai digerito quella sconfitta, anche perché quello era una dei Brasile più forti di sempre”.

“Io credo, invece, che abbiano peccato di presunzione – afferma Conti – Il fatto di avere a disposizione anche il pareggio li ha rilassati, mentre a noi quell’atteggiamento ha dato ancora più stimoli per cercare la vittoria”.

Una vittoria che diede l’impulso giusto per spingere il gruppo fino alla vittoria: “Il Mondiale è finito dopo la vittoria sul Brasile – ricorda Altobelli – Dopo quella vittoria non abbiamo più pensato ai nostri avversari. Ci sentivamo troppo sicuri di vincere. Con la Polonia, si può dire, fu una passeggiata”.

Quindi, si giunge all’atto finale: “Eravamo in un albergo di fronte ai tedeschi – ricorda Collovati – Mi affacciai alla finestra e vidi i tedeschi rilassati, con Briegel che prendeva il sole. Noi eravamo nervosi, continuavamo ad andare in bagno. Lì ho detto: “Non possiamo perdere”.

E poi il trionfo. Il ritorno in Italia, sull’aereo privato del presidente Pertini: “Mi ricordo che atterrammo a Ciampino – racconta Altobelli – e ci venne ad accogliere una marea di gente. Mai mi sarei aspettato una cosa del genere. Dopo il ricevimento al Quirinale sono andato a Sonnino, il mio paese a 100 km da Roma, e la sera mi sono accorto che mi mancavate. Mi sono ritrovato in camera, da campione del mondo, e mi sono chiesto: “E adesso?”. Adesso, per fortuna, ci incontriamo”.

Una Nazionale che vive anche di figure leggendarie, oggi scomparse, ma rimaste scolpite nel cuore degli sportivi italiani. Causio, passato dalla Juventus all’Udinese nell’estate precedente, ricorda un aneddoto con Enzo Bearzot: “Mi chiamò e mi disse: guarda “Mona”, che vai a giocare nella mia terra. Dimostra a Torino che non sei finito, come io penso. E così tornò a vedere l’Udinese, dopo anni che non andava, proprio per vedere giocare me. Tornò quando giocammo contro la Juventus, con Rossi che tornò in campo dopo il calcioscommesse, e mise a referto la rete della vittoria”.

Paolo Rossi, cui recentemente è stato tributato un docu-film da Walter Weltroni, oggi avrebbe compiuto 66 anni. Alberto Cerruti brandisce la maglia azzurra che il pratese indossò nella finale contro la Germania, mentre Collovati racconta l’ultimo periodo di “Pablito”, il più sofferto, quello della malattia, in grado di restituire, però, anche la cifra dell’uomo che fu: “Non ci ha fatto sapere nulla della sua sofferenza. Ha vissuto il suo ultimo periodo con grande dignità”.

Tocca invece a Franco Causio ricordare un altro dei pilastri di quella squadra, Gaetano Scirea: “Sono stato tanti anni con lui a Torino. Un ragazzo eccezionale: il suo sorriso, la sua bontà. Non si arrabbiava mai. Usciva sempre pulito palla al piede. Era un fenomeno”.

In chiusura, un ricordo del Presidente Sandro Pertini, che accompagnò la squadra nel viaggio di ritorno verso Roma, dopo averla vista salire in trionfo, dalla tribuna d’onore, nel rituale giro di campo che celebra ogni vittoria: “Il Presidente fu eccezionale nel modo di porsi con noi – ricorda sempre Causio – Una persona disponibile, che ci mise a nostro agio. Si dimostrò uno di noi. Il Presidente resta una figura indelebile, non solo per noi, ma per tutti gli italiani. Secondo me, è l’unico Presidente vero che abbiamo avuto negli ultimi anni”.