Clamoroso: l’Agenzia delle Entrate blocca il Decreto Crescita? Come cambia il calciomercato in Italia

Il già martoriato mondo del calcio, a causa della pandemia, potrebbe subire nel breve periodo un altro colpo piuttosto difficile da digerire. Entriamo nel mondo del fisco e della finanza, terreno sempre ostico quando si tratta di calcio, visti i faraonici stipendi dei calciatori stessi ed i vari interessi dei singoli club.

Serie A moviola in campo

Attraverso una circolare interpretativa emanata pochi giorni fa (n.33), l’Agenzia delle Entrate ha precluso l’utilizzo di varie agevolazioni fiscali da parte degli sportivi professionisti, per quanto riguarda i lavoratori definiti “impatriati” e quindi i calciatori stranieri nel nostro campionato, per intenderci.

Tale regime prevedeva una tassazione ridotta per tutti quei contribuenti che trasferiscono la loro residenza fiscale in territorio italiano per almeno due periodi di imposta (2 anni), dimostrando di lavorare nella penisola.

Queste agevolazioni erano state estese, tramite il Decreto Crescita 2019, anche a tutti gli sportivi professionisti. I loro redditi avrebbero inciso solo per un 50% sul reddito complessivamente prodotto per un quinquennio, con le condizioni, però, pocanzi esposte.

In sostanza, la tassazione dei loro stipendi percepiti sarebbe stata calcolata solo sul 50% del totale compenso per cinque anni, da aumentare di un altro lustro nel caso di figli minorenni o acquisto di immobili residenziali in Italia. I club avrebbero così risparmiato sul fisco ed i calciatori avrebbero percepito uno stipendio netto maggiore.

Per fare un esempio, l’Inter e la Juventus hanno approfittato di questo stratagemma governativo per ingaggiare con più facilità calciatori del calibro di Eriksen o De Ligt, rispettivamente nerazzurro e bianconero.

La circolare interpretativa dell’Agenzia delle Entrate dichiara che questo regime fiscale non è più sostenibile, perché potrebbe violare le norme europee in materia di concorrenza e quindi portare a pesanti sanzioni economiche oltre che alla non emanazione di un apposito d.p.c.m.. A prescindere dalla possibilità di violare tali norme, manca ancora il decreto attuativo di questa particolare misura.

Sino a quel momento (quindi dopo l’emanazione di uno specifico d.p.c.m. in materia) l’aliquota irpef da applicare agli stipendi sarà quella classica del 43%, da applicare ai redditi superiori ai 75 mila euro.

I club calcistici si trovano così ad affrontare quest’ennesima grana fiscale, non sapendo come e quando muoversi.

Le soluzioni da adottare, al momento sono due. Lo sportivo ingaggiato dovrebbe accettare di percepire uno stipendio netto minore oppure l’altra ipotesi prevede che il club sostanzialmente paghi più tasse così da poter mantenere inalterato il tetto degli stipendi prefissati in precedenza.

Quello che è certo è che sarà un bel braccio di ferro, da monitorare per poter studiare anche le prossime mosse di calciomercato, in una sessione ormai prossima all’inizio.

Fonte immagine in copertina: profilo Twitter dell’Agenzia delle Entrate

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