La grande cavalcata del Benevento: la matricola della B si scopre grande e si iscrive all’università delle grandi

Quella del Benevento è una favola forse più grande di quella della Spal: se gli emiliani avevano già calpestato l’erba di Olimpico, San Siro, San Paolo e di altri grandi stadi, il Benevento non ha mai avuto questo onore; i campani, inoltre, non avevano mai visto nemmeno la Serie B, mentre gli estensi sì, anche se mancavano da più di vent’anni.

Il Benevento è, quindi, una squadra che ha compiuto un vero miracolo sportivo. Se l’anno scorso l’obiettivo era quello di lasciare finalmente la terza serie per approdare in B, sogno cullato per anni, quest’anno era stato tutto programmato per una salvezza senza patemi. La corsa degli stregoni, così chiamati per via dei riti pagani compiuti dai Longobardi sulle rive del fiume Sabato (Longobardi che, nella città che fu dei Sanniti, fondarono anche un Ducato durato per cinquecento anni), è stata invece velocissima per lunghi mesi e si è placata, per motivi fisiologici, solo nel finale e a salvezza ampiamente raggiunta, ma con i playoff guadagnati meritatamente. Si tratta del punto di arrivo di una lunga corsa iniziata circa dieci anni fa con l’arrivo degli ambiziosi fratelli Vigorito, Ciro e Oreste. I due si rivelarono subito competenti e pronti ad investire cifre importanti per portare la squadra in B. Ci sono voluti sei anni per riuscirvi: anni di amarezze e, soprattutto, di dolore per le morti di Ciro Vigorito, amministratore delegato del club a cui è poi stato intitolato lo stadio, e dell’allenatore Carmelo Imbriani, scomparso per una grave forma di leucemia. La Serie A è il giusto premio per tutto questo.

I playoff sono stati trionfali: i giallorossi, classificatisi quinti, hanno ampiamente sfruttato il fattore campo e hanno battuto Spezia, Perugia e Carpi, squadre date per favorite ad inizio torneo.

Il parco dei giocatori è di indubbio valore: il portiere Cragno ha spesso salvato i suoi da situazioni rischiose e ha infuso grande sicurezza a tutto il reparto arretrato, composto dalle frecce Venuti e Lopez, terzini tuttofare e dai centrali Camporese, arrivato nel Sannio per ridare smalto ad una carriera fin qui sotto le aspettative, e Lucioni, capitano dalle grandi doti umane e carismatiche. A centrocampo hanno dettato legge il mastino Chibsah, mediano di grande quantità che sa anche inserirsi in area, il raffinato Viola e i funamboli Falco e Ciciretti, veloci e autori di assist a raffica. In attacco è stato fondamentale l’apporto di Ceravolo, autore di 21 gol stagionali e di un grande lavoro per i compagni in termini di sponde e avversari messi fuori gioco, ma nel finale è spuntato fuori anche Puscas, giunto dal Pescara a gennaio e fondamentale nei playoff. Meno appariscente, ma comunque sostanzioso, l’apporto di Eramo. Importanti sono stati anche Cissé, Eramo e Melara.

Il condottiero di questo club è Marco Baroni, fiorentino come Semplici e finora poco fortunato nella sua carriera di allenatore, con affermazioni solo nella Primavera della Juventus. Da calciatore vinse uno scudetto ed una Supercoppa italiana con il Napoli nel 1990. Il suo gioco semplice ed efficace ha reso il Benevento una squadra divertente da vedere e dura da affrontare. Un plauso va, tuttavia, anche al siciliano (di Floridia, provincia di Siracusa) Gaetano Auteri, allenatore dei campani nello scorso anno e artefice della loro promozione, l’ennesima di una carriera valida, ma senza acuti al di fuori della Lega Pro.

Ludovico Maiorana

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Sono Ludovico Maiorana, ho 33 anni, quasi 34, e sono di Barcellona Pozzo di Gotto. Sono laureato in Scienze Storiche e scrivo per Stadiosport.it.
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