Johan Cruijff, il Profeta del Gol: l’uomo che ha cambiato il calcio

Negli anni ’60 l’Olanda vive un momento unico, precisamente nel 1965 il popolo olandese anticipa quello che è il ’68 per noi italiani. Diventa sempre più popolare il Provo, un movimento controculturale che combatteva l’autorità con la non violenza, ed anticipava i temi che si contrapponevano al consumismo. Il 10 marzo 1966 i Provo balzano agli onori della cronaca facendo esplodere alcuni petardi durante il passaggio del corteo nuziale della principessa Beatrice, “colpevole” di aver sposato un principe tedesco. Un mese e 16 giorni quell’evento, un ragazzino esile ma geniale, cresciuto a Betondorp, il “quartiere di cemento” nei sobborghi di Amsterdam, compirà 19 anni, ma ha già giocato una trentina di partite con la maglia dell’Ajax, la squadra che suo padre, morto quando lui aveva solo 12 anni, aveva sempre amato. Quel ragazzo sconvolgerà il pianeta calcio, e darà vita ad una rivoluzione che nasce, in fondo, da quei moti (non bellici) che stavano destando l’opinione pubblica olandese: il suo nome è Johan Cruijff.

Un giovane Cruijff, e alle sue spalle il De Meer, leggendario stadio dell’Ajax che distava pochi passi da casa sua.

LE ORIGINI DEL MITO

La grande storia d’amore fra Cruijff e il calcio comincia fin da subito. Il piccolo Johan non ama molto studiare, dovrebbe applicarsi di più, ma vive per i pomeriggi giocati sulle strade del suo quartiere, ad imparare a giocare evitando i marciapiedi e cercando di non cadere. Il suo fisico è troppo esile, così compensa tutto con la tecnica.

Una volta la madre, che per un periodo si occupava delle pulizie dello stadio De Meer, lo stadio dell’Ajax, parla con l’inglese Vic Buckingam, allenatore della squadra. Non esistevano i baby sitter all’epoca, comunque la signora Cruijff non avrebbe potuto permetterselo, così chiede se l’Ajax possa prenderlo, nonostante le caviglie deformi, nonostante i piedi piatti, nonostante la statura «Ha una visione del mondo particolare, io glielo lascio, magari per voi può essere utile, tanto io sono qua».

Quando il padre muore, lui ha solo 12 anni, e decide di diventare a tutti gli effetti un calciatore, solo così potrà badare alla sua famiglia e crescere bene, e in fondo giocare a calcio è la cosa che gli riesce meglio, ed è già conosciuto nei dintorni. Vic Buckingam lo fa esordire a 17 anni, poi l’anno successivo torna in Inghilterra, e la dirigenza dei Lancieri sceglie il successore: Rinus Michels, che aveva fatto il centravanti per l’Ajax negli anni precedenti, ed aveva visto crescere sotto i suoi occhi il piccolo Johan.

Michels capisce che quel ragazzo ha qualcosa di speciale, unico, i loro caratteri sono così distanti che i due quasi si attraggono, vedono il calcio allo stesso modo, sono ossessionati dallo spazio, da buoni olandesi. L’uno è la mente, l’altro il braccio: solo che non si capisce chi sia cosa. A volte si ha la sensazione che l’Ajax di Michels sia condizionato da Cruijff, ma a volte sembra che ci sia una telepatia così alta fra i due, che Cruijff prolunghi i pensieri dell’allenatore, e alleni la squadra in campo. Di sicuro la coppia allenatore-giocatore che più ha fatto la storia del calcio.

 

Il calcio olandese sta crescendo, l’Ajax vince il titolo nel ’65-’66, ma Michels vuole qualcosa in più, vuole far conoscere la sua squadra in Europa. Il primo exploit arriva contro la squadra inglese più forte dei tempi, nell’anno in cui gli inglesi hanno vinto il Mondiale casalingo: il Liverpool.

È il 7 dicembre 1966, si gioca allo Stadio Olimpico di Amsterdam, l’Ajax veste una maglia tutta bianca, e sembra il Real Madrid, sotto una nebbia leggendaria batte 5-1 gli inglesi. Nessuno ha realmente capito cosa è successo, nessuno tranne il ragazzino con le gambe deformi, che a 19 anni ha distrutto una delle difese più forti d’Europa.

 

L’Ajax però non è ancora pronto per vincere qualcosa fuori dall’Olanda, Cruijff c’è, ma attorno deve crescere ancora la generazione d’oro, che porterà tutta la nazione ad un passo dalla vittoria del Mondiale, nel frattempo però Michels non si fa scappare niente e procede per triplette: i lancieri vincono 3 campionato consecutivi dal 1965 al 1968, realizzando 297 reti. Indimenticabile il campionato 1967-68, in cui i biancorossi realizzano 122 reti in 34 reti stagionali, e tre giocatori della stessa squadra nelle prime quattro posizioni della classifica marcatori (con Cruijff a quota 33 reti). Semplicemente incredibile, pensando al fatto che l’Ajax battagliava con il grande Feyenoord di Happel.

L’Ajax va vicinissimo a vincere la Coppa con le grandi orecchie nel 1969, ma perde in finale contro il grande Milan, così è proprio il Feyenoord a vincere nel 1970 la prima Coppa dei Campioni olandese, e dall’anno dopo comincia la leggenda Ajax.

UN ALTRO MODO DI GIOCARE

champions 1970 1971 cruijff ajax
L’Ajax di Rinus Michels e Johan Cruijff alza al cielo la prima Coppa dei Campioni, vinta a Wembley il 2 giugno 1971.

Nella prima vittoria il Calcio Totale approda dove il Gioco è nato, nello stadio più importante d’Europa: Wembley. Ed è quasi una rivelazione, i Lancieri affrontano il miracoloso Panathinaikos allenato da Puskas, e dopo 5 minuti è già chiaro l’andazzo: segna Van Dijk su assist di Keizer, dopo un lancio millimetrico di Barry Hulshoff dalla difesa. Il raddoppio è siglato a 3 minuti dalla fine da Haan, su assist millimetrico di Cruijff. Michels corona il suo sogno: vincere la Coppa dei Campioni con la squadra della sua vita, giocando un calcio mai visto né pensato in tutta la storia. E poi lascia la panchina.

La stagione successiva è quella del primo triplete degli olandesi, ma soprattutto delle prime sfide al grande calcio italiano. Sulla panchina degli olandesi arriva Stefan Kovacs, che porta il Calcio Totale ad un livello ancora più alto. A dicembre Johan Cruijff vince il primo Pallone d’Oro, ed è già chiaro a tutti chi sia il calciatore più forte del Mondo, dopo il ritiro di Pelè.

L’affermazione nella Finale di Rotterdam contro l’Inter di Mazzola, Jair, Facchetti, Orial e Burgnich è chiara dal punto di vista tattico e fisico, l’Inter non sa come prendere gli uomini di Kovacs, Orial marca a uomo Cruijff, ma Johan ha la sapienza giusta per capire che bisognerà aspettare il momento propizio, che arriverà all’inizio del secondo tempo, e poi di nuovo al 76′. Cruijff corona una delle più belle partite che abbia giocato con una doppietta per niente spettacolare ma efficace, ed alza al cielo la seconda Coppa dei Campioni. 

La terza ed ultima Coppa dei Campioni chiude il grande ciclo che ha sconvolto il mondo del calcio. L’avversaria sconfitta questa volta è la Juventus, su 4 finali giocate dal grande Ajax, 3 sono contro delle squadre italiane, e 2 sono state vinte. Un chiaro passaggio di consegne. La finale di Belgrado la decide una rete di Rep dopo pochi minuti, poi Cruijff e l’Ajax deliziano il pubblico serbo.

Johan è un calciatore incredibile, veloce, tecnico, elegante, ma poi ha anche un qualcosa di occulto, una specie di aurea attorno. In ogni momento sa cosa fare, sa dove sono i suoi  compagni, conosce la sua posizione, e con la sua leggendaria manina allena già la squadra da dentro il campo, suggerisce l’inserimento dei compagni, dribbla chi vuole e quando vuole, non da punti di riferimento agli avversari, che sono già sballottati dal sistema che vanno ad affrontare (abituati a marcare a uomo, generalmente, è praticamente impossibile farlo contro l’Ajax, o l’Olanda di quegli anni) e poi si trovano davanti questo calciatore superiore tecnicamente e mentalmente.

Purtroppo, però, qualcosa si rompe dopo la vittoria della terza Coppa dei Campioni. Lo spogliatoio dell’Ajax comincia ad essere insofferente alla grande personalità di Cruijff, che nel frattempo si è trasformato in un’azienda, facendo da precursore alla figura del calciatore moderno. Quando ad inizio stagione si vota il capitano, Cruijff non viene eletto. Un colpo troppo forte per il grande orgoglio del campione olandese.

RIVOLUZIONE CATALANA

Ci sono solo due squadre che possono accogliere un giocatore di quel livello: Real Madrid e Barcellona. Ma Crujff è un uomo che rifiuta l’autorità, non ha problemi a litigare con dirigenti e presidenti, non ama per niente il Madrid, soprattutto in quell’epoca. Ha uno spirito rivoluzionario e così il suo approdo al Barca è quasi naturale.

Il suo impatto sul mondo blaugrana è ancora più devastante di quello che ha avuto sul calcio interamente. Perchè prima, pur essendo il pezzo più importante faceva comunque parte di un grande sistema, adesso è solo, e da solo deve cambiare il modo di giocare e pensare calcio, in una città depressa da anni di sconfitte.

E poi sulla panchina del Barcellona è seduto Rinus Michels, e il suo assistente è Vic Buckingham. È incredibile il calcio a volte, Johan non può dire no.

A fine 1973 riceve il suo secondo Pallone d’Oro, e nella stagione successiva (che lui comincia ad Ottobre) compie un altro miracolo. Prende un Barcellona dal fondo della classifica e lo porta a vincere il primo titolo dopo 14 anni. Da ancora una volta la sensazione di essere due spanne sopra tutti, anche lontano dal sistema Ajax, anche lontano da casa. 

Cruijff capisce che Barcellona può essere non solo la sua casa per tanti anni, ma può diventare anche la casa del calcio Europeo. Così fra un allenamento e l’altro, fra una partita e l’altra, lancia qualche idea alla dirigenza blaugrana. La Masia che oggi celebriamo in tutte le salse, è un’idea nata dalla mente enciclopedica del campione olandese.

Johan resterà in Spagna per tre anni, fino al 1978, non vincerà molto, ma metterà le radici per qualcosa di più importante, ma nel frattempo c’è un Mondiale da giocare, ed è l’occasione più importante della sua carriera.

GERMANIA 1974

Ho provato un esercizio strano qualche tempo fa. Ho rivisto 4 partite dell’Olanda di Rinus Michels ai Mondiali tedeschi del ’74, e poi ho rivisto due partite a casa del Mondiale 2014, e dell’Europeo conclusosi in Francia nel 2016. È straordinario come abbia trovato più moderna una competizione giocata 43 anni fa, da calciatori con capelli lunghi, catenine al collo, senza tatuaggi, e con i calzoncini, che una competizione conclusasi qualche mese fa, o appena 2 anni fa.

Provate a farlo anche voi che state leggendo, forse così è ancora più facile cosa abbia simboleggiato quel mese scarso in Germania per la storia del Calcio. 

La reunion del grande Ajax, con un pizzico di Feyenoord, è una delle storie più belle ed appassionanti dello sport più bello del mondo, e ovviamente è anche una storia incompiuta. 

La partita che più di tutte simboleggia l’idea di Calcio Totale.

Nella seconda fase a gironi assistiamo alla gara che più di tutte ci ha sconvolto: Olanda – Argentina. L’Argentina non era neanche così scarsa, ma sembra seriamente una gara fra professionisti e dilettanti. Osservate bene come gli argentini siano storditi dai movimenti continui dei calciatori olandesi, abituati alle marcature a uomo i sudamericani non sanno seriamente cosa fare, mentre ogni cosa nel sistema di Michels funziona a meraviglia: le sovrapposizioni dei terzini, gli scambi di ruolo continui, gli uno-due, gli inserimenti dei centrocampisti, e poi c’è lui. Il profeta, che non ha neanche paura di retrocedere per prendere la palla direttamente dal piede di un compagno per provare un’accelerazione, attrarre a sé uomini che lasceranno liberi altri compagni. L’Olanda fa paura anche dal punto di vista difensivo, appena perde la palla si aziona un pressing asfissiante, ci sono momenti in cui un singolo giocatore argentino è circondato da 6 uomini in maglia arancione. Da quella sera l’Olanda del ’74 verrà soprannominata Arancia Meccanica proprio per questo, credo, ma è un paragone un po’ azzardato: quella squadra non uccide gli avversari, ci scherza su, li schernisce, li fa sentire inferiori, e li sconfigge con la palla, e con l’utilizzo perfetto degli spazi.

Non si capisce però se la sconfitta in Finale sia nata da un eccesso di arroganza o dalla determinazione storica dei tedeschi, non si sa quanto la leggendaria telefonata infinita nella notte fra Johan e la moglie (croce e delizia della sua esistenza) abbia influito sulla partita del numero quattordici, fatto sta che ci ricorderemo per sempre del Mondiale 1974 più per la finalista sconfitta, che per la squadra trionfante.

Cruijff e Michels escono sconfitti dall’arena di Monaco di Baviera.

Le avventure di Cruijff con la nazionale continuano, ma non toccheranno mai i livelli del ’74, l’anno della svolta, il ’68 calcistico. Parteciperà all’Europeo 1976 in Jugoslavia, ma giocando una sola partita, e poi deciderà di non andare in Argentina per giocare i Mondiali discussi del 1978.

Per anni si è discusso sul fatto che abbia rifiutato per protesta verso il regime videliano, ma la verità l’ha rilevata poco prima di morire. Johan aveva paura per la sua famiglia, che più volte nel 1978 era stata derubata da dei delinquenti a Barcellona, ed aveva subito più di una minaccia di sequestro. Non poteva permettersi di lasciar soli i figli e la moglie a Barcellona, o di portarli con sé in Sud america.

Quell’Olanda arrivò comunque in Finale, perdendo contro i padroni di casa. In molti sostengono che con Cruijff in campo sarebbe andata diversamente, ma questo non potremo mai saperlo.

PROBLEMI E SOLUZIONI

Gli anni a Barcellona finiscono in maniera indegna, con litigate epiche con i successori di Michels, nel frattempo però nel pieno della carriera Johan decide di andare a giocare negli Stati Uniti d’America. Della sua esperienza negli States abbiamo qualche filmato che quasi ridicolizza il livello del calcio oltre oceano in quel periodo. Per qualche partita gioca pure con i Metrostars, indossando la maglia del Milan.

Cruijff si trasferì a Los Angeles prima e Washington poi per recuperare soldi da qualche investimento sbagliato, dopodiché decise di tornare in Europa, prima al Levante, poi all’amato Ajax (nel 1981) dove dopo due stagioni litiga con la dirigenza dei Lancieri per il rinnovo contrattuale. Per ripicca allora sceglie di chiudere la carriera al Feyenoord. Un po’ come se Messi andasse al Real Madrid, o Ronaldo al Barca.

L’ultima stagione di Cruijff come calciatore

A 36 anni è ancora decisivo, fortissimo, elegante, e veloce. Come sempre. Ci sono racconti che parlano dei suoi allenamenti al Feyenoord, di come saltasse tutti i lunedì, di come si gestisse per arrivare al meglio il giorno della partita. In realtà non è mai stato amato come a casa sua, ma ha regalato una stagione da sogno a Rotterdam.

Nel 1984, gioca l’ultima partita, ma è il momento in cui comincia la sua seconda vita.

SECONDA RIVOLUZIONE

Duecento giorni dopo il suo definitivo ritiro dall’attività agonistica, il 6 giugno 1985 Cruijff venne richiamato dall’Ajax per sostituire Leo Beenhakker nel ruolo di tecnico. Non ha ancora il patentino, ma la testa piena di idee. Riporta l’Ajax a vincere una coppa Europea dopo diversi anni, la Coppa delle Coppe 86-87, e nel frattempo sviluppa un’altra generazione di calciatori straordinari. Con lui crescono Ronald Koeman, Frank Rijkaard, Denis Bergkamp e Marco Van Basten su tutti. 

van basten cruijff

 

Amsterdam e Barcellona sono le sue due città, e dopo una serie di litigi infiniti con la dirigenza dei Lancieri, ripercorre la strada che aveva fatto da calciatore, approdando ancora una volta in Catalogna, prendendo in mano una squadra che ancora una volta è depressa. L’ultima volta che ha vinto un titolo c’era Cruijff calciatore, e il Madrid è troppo forte.

Il Barca ha accettato uno degli ultimi consigli che diede Cruijff da calciatore, costruendo la Masia, ma l’olandese è convinto che il popolo catalano, per natura, abbia problemi ad affrontare una novità, e quello che lui vuole fare è una vera e propria rivoluzione, così porta una serie di calciatori baschi, abituati a lottare e ad adattarsi. Fra tutti spicca Bakero, un calciatore fondamentale per il suo gioco. Ma non è tanto come si muove sul mercato che cambia l’idea di calcio al Camp Nou, ma tanto come allena i suoi giocatori, basando tutto sullo spazio da occupare, da togliere agli avversari, da dominare, e per farlo c’è bisogno dell’attrezzo fondamentale: la palla.

È convinto che il modo migliore per giocare sia con una una difesa a 3, ma non a 5, o a 6 (mascherata), una vera difesa a 3 che a volte prevedeva anche un solo centrale di ruolo, e due terzini. Perché? Perché vuole superiorità a centrocampo, vuole molte più linee di passaggio, e perché è convinto che giocare a 4 dietro, quando in quel periodo si affrontavano quasi sempre squadre che giocavano con due attaccanti, era uno spreco. Bastano tre difensori, e poi si difende in avanti.

Le linee di passaggio che fanno progredire il gioco, appunto, sono tutto per Cruijff. La palla deve sempre andare in verticale, non c’è motivo valido per andare in orizzontale se di fronte a te hai due o tre compagni da servire. Il centrocampo è alla base dei suoi successi, e lo infoltisce in tutti i modi, per questo gioca con Laudrup di punta, che di fatto fa il falso centravanti, e libera lo spazio che gli altri possono attaccare. Il suo 3-4-3 è fluido, si basa tutto sulla creazione di “diamanti“, e sul gioco di posizione. Anzi, è con Cruijff che si mettono le basi del gioco di posizione, che Guardiola ha perfezionato ed adattato, creando il grande Barcellona degli anni 2000. Proprio Guardiola è cresciuto sotto la gestione Cruijff, ha imparato il modo di giocare del maestro olandese, e lo ha fatto suo. Guardiola era il cerebro, il cervello del suo Barca, completato da una serie di calciatori unici. Il Dream Team di Cruijff ha cambiato la percezione del calcio, l’ha portato in un’altra dimensione, una squadra costruita per vincere, divertire, e giocare in maniera diversa. 

Il momento più alto della carriera da allenatore di Cruijff: la vittoria della Coppa dei Campioni (la prima nella storia del Barca) a Wembley nel 1992. Ancora una volta Wembley, ad assistere alla vittoria di Johan.

Sulla panchina del Barca l’Olandese volante vince 4 campionati, 3 supercoppe di Spagna, 1 Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA, oltre alla Coppa dei Campioni del ’92, regalatagli da Koeman nella difficile finale di Wembley contro la Sampdoria. Anche Koeman era un predestinato, un giocatore che come pochi portava in campo quello che Cruijff insegnava fuori. Un difensore lento, ma veloce di testa, che faceva partire ogni azione bene da dietro, anticipando quella che è la tendenza degli ultimi anni del calcio moderno. Anche lo sweeper keeper (il portiere bravo con i piedi) è un’imposizione di Cruijff, ereditata da Michels. 

Parlare semplicemente dei successi sul campo di quella squadra è riduttivo, e in fondo ha pure raccolto poco rispetto a quello che ha seminato. Il Barcellona di Johan Crujiff ha dato l’inizio alla nuova era del calcio, e se oggi ci chiediamo come mai l’allievo prediletto, Pep Guardiola, faccia delle scelte discutibili (come, per ultima, Fernandinho più volte spostato come terzino destro nel Manchester City) probabilmente troveremo risposta nei principi cruijffiani del calcio, in una visione del calcio che va al di là del momento, al di là della vittoria o della sconfitta.

Il professore Cruijff spiega la sua versione personale del diamante, o meglio, il suo 3-4-3. Trovo fantastici due momenti, uno iniziale, quando si alza per andare alla lavagna, e stizzito risponde all’uomo che gli è seduto vicino (è un suo ex compagno di squadra ma non lo riconosco, perdonatemi) dicendogli “Ma giocavamo insieme! Nello stesso diamante”, e la parte finale, quando interrotto dal presentatore che aveva fretta di mandare la pubblicità chiede “Ma almeno avete capito?!”

 

La sua carriera da allenatore ai massimi livelli termina nel 1996, due anni prima aveva allenato il Barcellona nella sua ultima finale di Champions League, ancora una volta contro una squadra italiana, guarda caso il Milan, che lo aveva sconfitto nel 1969. Secondo molti pagò il suo modo di fare tracotante prima del match, autoproclamandosi vincitore del match per via delle pesanti assenze della squadra di Capello (Van basten, Costacurta, Baresi), ma il 4-0 rifilatogli dai rossoneri a fine partita diventa storico, e di fatto chiude anzi tempo il suo periodo magico al Barca. successivamente continuerà a lavorare nelle dirigenze di Barcellona ed Ajax (sempre loro, le due squadre della sua vita) allontanandosi dai riflettori. Qualche problema di salute in più provocato dal suo più grande vizio (oltre a quello di lottare con troppa foga per aver ragione), il fumo, lo allontana dai campi, dal calcio giocato, ma non lo allontana dalle lotte per mantenere il livello dell’Ajax sempre alto.

Gli ultimi anni della sua vita sono terribili per via della malattia che gli sta portando via energie fisiche e mentali. Al suo ultimo biografo Jaap De Groft, confesserà di essere soddisfatto della sua vita, perché, detto con le sue parole: «Per come ho vissuto e giocato sono, probabilmente, immortale».

 

TESTAMENTO

A un anno di distanza dalla sua morte l’eco delle gesta di Johan Cruijff si fa sempre più forte. L’olandese è stata la personalità più importante della storia del calcio. Non solo per i suoi tanti, tantissimi gol, e per le sue magie o per i suoi successi. Di sicuro lo ricorderemo per la mistica del quattordici, il numero che anche chi non conosce il calcio associa nella propria mente a Cruijff, per il suo modo di giocare così futuristico, per il suo 3-4-3 da allenatore, per i suoi aforismi più belli ed irriverenti, ma anche per quello che ci ha lasciato come uomo.

1. Gioco di squadra Per fare le cose, dovete farle insieme.
2. ResponsabilitàPrendetevi cura delle cose come se fossero le vostre.
3.Rispetto Rispettatevi gli uni con gli altri.
4. Integrazione Coinvolgete gli altri nelle vostre attività.
5. Iniziativa Abbiate il coraggio di provare qualcosa di nuovo.
6. Allenamento Aiutatevi sempre l’uno con l’altro all’interno di una squadra.
7. Personalità Siate voi stessi.
8. Impegno Sociale Cruciale nello sport e ancor di più nella vita in generale.
9. Tecnica – È la base.
10. Tattiche Sappiate cosa fare.
11. Sviluppo Lo sport sviluppa corpo e anima.
12. Imparare Cercate di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.
13. Giocare Insieme È una parte essenziale del gioco.
14. Creatività È la bellezza dello sport.

Le sue 14 regole sono da monito per ogni ragazzo che sogna di diventare calciatore, una sorta di testamento universale. La figura di Johan Cruijff è ormai arte, trascende ogni divisione fra tifoso, unisce chi ama lo sport per il quale il Profeta del Gol ha vissuto. 

Cruijff ha incarnato tutto quello che si può amare, e invidiare allo stesso tempo: il giovane ragazzino che sogna di diventare un campione, la promessa delle giovanili, il campione indiscusso, il campione tracotante che a tratti alterna genio a momenti di sregolatezza, e poi il dirigente, l’allenatore di successo, innovativo e folle, ed infine si eretto a figura ideologica, ancora più di Maradona con le sue grandi magie sul campo, o di Pelè, Cruijff ha preso il mondo del Pallone e l’ha portato in un altro pianeta, ha insegnato ai poveri umani cosa volesse dire lo spazio, come si attacca la profondità, cosa vuol dire interscambiabilità completa dei ruoli, come si abbina il talento cristallino di un singolo al bene collettivo di una squadra, come un calciatore non deve sottostare per forza alle regole di una società e possa trascinare con sé le folle come se fosse un rivoluzionario, un moderno Che Guevara, che ha portato la libertà nel mondo del calcio fra una Cruijff’s turn ed una mano alzata ad indicare la via.

 

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