Caso Juventus-Rabiot: il dovere di riconoscenza vale solo per la società?

Juventus, Rabiot rifiuta lo United e blocca il mercato bianconero. Una società che ha sempre accondisceso le volontà dei propri tesserati, finisce per esserne ostaggio: la linea di condotta va cambiata?

Impossibile trattenere chi vuole andarsene. Se un giocatore è scontento, giusto che vada a giocare da un’altra parte.

Una filosofia, questa, che aveva ben presente Beppe Marotta, ex AD della Juventus. Negli anni, la società bianconera ha sempre venduto pezzi pregiati della propria rosa, ricavandone laute plusvalenze, ma anche impoverendo il tasso tecnico della squadra. Ne è un esempio il centrocampo, che da reparto migliore d’Europa, si è trovato in pochi anni a dover essere ricostruito.

Un modus operandi, quello delle cessioni, che Maurizio Arrivabene, attuale Amministratore Delegato della società, ha assimilato alla perfezione, aggiungendovi però una postilla: dal tavolo delle trattative devono alzarsi tutti soddisfatti.

Obiettivo raggiunto con Matthijs De Ligt: la sua cessione al Bayern Monaco ha fruttato alla Juve una plusvalenza da 35 milioni e al calciatore la possibilità di confrontarsi con una nuova realtà ad altissimo livello.

La sensazione è invece che nell’affare Rabiot ad alzarsi soddisfatti dal tavolo delle trattative siano solo il giocatore e la madre Veronique, suo agente (o forse avrebbe preferito incassare la commissione?).

The french footballer Rabiot during the friendly match of Juventus and Atletico Madrid Turin 07 agosto 2022 ANSA/TINO ROMANO

Allo stato attuale Adrién Rabiot blocca, o quantomeno rallenta, il mercato della Juventus. Tutta colpa di richieste spropositate, che un professionista cosciente del proprio rendimento, dovrebbe evitare di avanzare.

Lungi da noi voler tacciare Rabiot di scarsa professionalità: lui ha tutto il diritto di chiedere l’ingaggio che ritiene essere più congruo e, nel caso, onorare il proprio contratto con la Juventus fino alla scadenza (fissata nel giugno 2023).

È altrettanto innegabile che la sua esperienza in bianconero sia stata segnata da più ombre che luci: giocatore molto discontinuo e poco incisivo. Chiedere 9-10 milioni netti, come ha fatto, vuol dire pretendere di adeguare il proprio stipendio a quello dei migliori profili europei.

Toni Kroos, per fare un esempio, dopo i tagli operati da Perez per via dell’emergenza pandemica, guadagna 11,7 milioni netti al Real Madrid. Parliamo però di un giocatore tremendamente costante, con percentuali di precisione nei passaggi che superano abbondantemente sopra al 90%.

Così lo United, dopo aver ascoltato le richieste del francese e del suo agente(10 milioni di commissione), ha preferito defilarsi, chiudendo per Casemiro (che al Real prende 4,5 milioni). Ciò vuol dire che la Juventus dovrà rinunciare a 18 milioni di plusvalenza e rivedere i propri piani sul mercato

Ribadito che Rabiot ha tutto il diritto di fare le proprie scelte professionali, ci chiediamo: dove finisce la riconoscenza? Quella che il club deve dimostrare nei confronti dei calciatori, lasciandoli partire al minimo segnale di malcontento? È un sentimento da intendersi solo in direzione univoca (società-calciatori)?

La Juventus ha ridato a Rabiot la maglia della Nazionale francese; gli ha garantito uno degli stipendi più alti della squadra. Ora che gli chiede di farsi da parte, per soddisfare proprie esigenze tattiche (l’inserimento di Paredes in regia), Rabiot si oppone, ben consapevole di non rientrare più nei piani della società.

È giusto che i calciatori abbiano acquisito un tale potere contrattuale? Che il rapporto con le proprie squadre di club sia così sbilanciato, da poterle rendere schiave dei propri capricci? Qualcosa andrebbe rivisto, anche per il rispetto di aziende che arricchiscono e coccolano giocatori che spesso non si sentono neanche in dovere di offrire il massimo impegno in campo.

Il prossimo anno Rabiot sarà libero da ogni vincolo contrattuale con la Juventus. Dunque libero di scegliersi una nuova squadra. Ma per “Madama” sarà ormai troppo tardi…