F1 Stati Uniti 2019, Analisi Gara – Bottas vince la gara, Hamilton il sesto titolo

E alla fine, ad Austin partì la festa di Lewis Hamilton, da ieri sei volte Campione del Mondo, a -1 dal record di Michael Schumacher che, fino a qualche anno fa, sembrava destinato ad essere irraggiungibile. Il Gran Premio degli Stati Uniti viene vinto da un ottimo e deciso Valtteri Bottas, ma i riflettori sono tutti per lui, Lewis da Stevenage, che non si accontenta, prova comunque a vincerla, chiudendo quindi 2° e resistendo al tentativo di rimonta del solito Max Verstappen (incommentabile invece davanti ai microfoni nel post gara). Weekend da cancellare in fretta per una Ferrari che definire disastrosa è dir poco: Charles Leclerc chiude 4° ad una vita da Bottas (50″), mentre a Sebastian Vettel è andata molto peggio, out dopo 8 giri per il cedimento della sospensione posteriore destra. Ottima gara di rimonta di Alexander Albon (5°), e di Daniel Ricciardo, che chiude 6° davanti alle due McLaren di Lando Norris e Carlos Sainz. A punti anche Nico Hulkenberg e Sergio Perez, che sfrutta l’ennesima penalità che colpisce Daniil Kvyat.

La festa di Lewis Hamilton con gli uomini del team Mercedes. Ad Austin l’inglese è diventato Campione per la sesta volta (foto da: twitter.com/MercedesAMGF1)

MERCEDES: LA FESTA È DOPPIA AD AUSTIN. HAMILTON È ‘ESACAMPEON’

Prima di lanciarci nella celebrazione di Lewis Hamilton, Campione per la sesta volta, un pensiero non può non andare a Valtteri Bottas, che torna a sfoderare una prestazione all’altezza e, dopo la sudata pole di sabato, va a vincere di forza, superando il compagno di box a 4 giri dal termine, dopo una gara con strategia a due soste (M-H-M). Per il finlandese si tratta del 4° successo stagionale (il 7° in carriera, 101° per la Mercedes, alla 9° doppietta quest’anno). Al COTA di Austin, però, la festa è soprattutto del britannico, che si assicura la matematica del sesto alloro iridato con un 2° posto meritato, sebbene lui, come al solito, abbia fatto di tutto per vincere anche ieri. Tenutosi lontano dai guai al via ed autore di un bel sorpasso su un però già menomato Vettel in curva 8-9, Lewis ha poi impostato la sua domenica su una strategia ad un’unica sosta (M-H con pit al 24° passaggio). Presa la testa della gara dopo la seconda sosta del compagno di squadra (giro 35), Hamilton ha provato a bissare quanto fatto in Messico, trattando con la massima cura le sue Pirelli, tenendo allo stesso tempo un passo gara davvero notevole, per ritardare il più possibile il ritorno del #77.

Il momento decisivo della gara di ieri in Texas. Giro 52, Valtteri Bottas supera Lewis Hamilton sul lungo rettilineo e s’invola verso la sua quarta vittoria stagionale (foto da: youtube.com)

Nel finale, però, l’usura delle sue ‘bianche’ ha presentato il conto e, dopo aver respinto un primo assalto, come detto Lewis s’è dovuto arrendere al 52° giro, in fondo al lungo rettilineo. A quel punto pareva in pericolo anche la seconda piazza, ma il #44 ha difeso molto bene la posizione dal ritorno di Verstappen, aiutato in ciò anche dalle bandiere gialle degli ultimi giri. Scommettiamo che Lewis non avrebbe voluto festeggiare con un 2° posto, ma raramente un tale piazzamento è stato così dolce, per un pilota che sta riscrivendo il libro dei record della Formula 1. Il sesto titolo lo porta a -1 dal primato di Michael Schumacher, in una carriera che sa di leggenda del Motorsport, viste le 83 vittorie (-8 dal record che appartiene sempre al Kaiser), le 87 pole (primato assoluto) e i 150 podi (-5 dal record, ancora di Schumi), uniti anche ai 46 giri record, ai 3.399 punti in carriera e ai 4.425 giri percorsi al comando di una gara. Hamilton ha tutto quello che serve per essere un fenomeno della Formula 1, compresa una più che discreta dose di fortuna, che a questi livelli non fa mai male. E, last but not least, è coadiuvato dal team più dominante di sempre, che produce monoposto perfette (o quasi), super affidabili e che non sbaglia praticamente nulla nell’arco di una stagione; una Mercedes che la fa da padrona dal 2014 e che non ha nessuna intenzione di abdicare, così come il proprio condottiero. Scalzarli dal trono sarà un’impresa durissima, ma gli altri hanno il dovere di provarci in ogni modo.

RED BULL: PODIO PER VERSTAPPEN, RIMONTA DI ALBON

La Red Bull saluta il Texas con un risultato nel complesso molto soddisfacente. Innanzitutto per il podio conquistato da Max Verstappen (7° stagionale e 29° in carriera, nella 100° gara) al termine di una prestazione molto solida sin dal via, con il sorpasso a Vettel in curva 1 e, più in generale, con un ottimo primo stint. La fase più difficile l’olandese la vive nella parte centrale con la hard (tra giro 13 e giro 34), nella quale vede andar via Bottas e Hamilton pone le basi per scavalcarlo; una volta tornato alle medie, Verstappen riprende a girare ai livelli dei Mercedes, arrivando nel finale anche ad insidiare la 2° posizione di Hamilton. Un attacco che non arriverà mai, soprattutto a causa delle bandiere gialle negli ultimi giri in corrispondenza della staccata al termine del lungo rettilineo tra curva 11 e 12, provocate dal ritiro di Magnussen. Prestazione di rilievo anche per Alexander Albon, che agguanta un 5° posto finale non proprio scontato, visto il contatto in uscita di curva 1 con Sainz e conseguente sosta ai box, ripartendo dal fondo. Con un’aggressiva strategia a tre soste (S-M-M-S), l’anglo-thailandese è risalito di gran carriera e, a suon di sorpassi, si è riappropriato della top-5. Sinceramente, pensiamo che Albon possa essersi conquistato la conferma.

Max Verstappen festeggia il podio ottenuto ieri negli Stati Uniti con il duo Mercedes (foto da: twitter.com/redbullracing)

Prima di chiudere il capitolo Red Bull, non si può evitare di parlare delle pesantissime dichiarazioni rilasciate da Max Verstappen a fine gara, delle vere e proprie bordate scagliate contro la Ferrari. Bisogna dire che, da settimane ormai, puntualmente dalla Red Bull (Helmut Marko in primis) partono dubbi e sospetti sulla specifica #3 della power unit di Maranello, portata da Monza in poi, ‘accusata’ di produrre troppa potenza e, di conseguenza, di aver fatto fare un salto di qualità troppo repentino alla SF90, problematica a dir poco prima della sosta estiva. Tra Città del Messico ed Austin gli uomini del team anglo-austriaco hanno decisamente alzato il tiro, culminando nel delirio del giovane olandese che, intervistato dai connazionali di Ziggo Sport, ha detto: “La Ferrari? Questo è quello che succede quando smetti di barare. Ora sono stati esaminati molto attentamente questi aspetti, ma dobbiamo continuare a tenere d’occhio la situazione“. Dichiarazioni, ripetiamo, pesantissime e che meriterebbero una risposta a tono da parte di Maranello. La FIA ha giudicato assolutamente regolare la power unit Ferrari e gli avversari, se sono convinti del contrario, possono (e DEVONO) presentare reclamo ufficiale. Altrimenti è meglio restare in silenzio…

FERRARI: DÉBACLE INSPIEGABILE AL COTA

Più pesante e doloroso di uno schiaffone a mano aperta in pieno volto con un guantone di ferro. Il Gran Premio degli Stati Uniti 2019 della Ferrari è stata una vera Caporetto, come se non peggio quello che finora era stato il punto più basso di questa stagione, ovvero il famigerato Gran Premio d’Ungheria. Ad Austin tutto quello che poteva andare storto è andato storto ad una Scuderia riscopertasi all’improvviso debole, smarrita, con una monoposto di nuovo enigmatica e lenta, maledettamente lenta, senza capire bene il perché. Il bilancio è più magro di quel che sembri, visto il 4° posto di Charles Leclerc. Partiamo appunto da lui che, dopo un venerdì complesso in ottica passo gara (idem per il compagno di box ovviamente) si è visto rovinare il weekend dal problema al propulsore avuto nei primissimi minuti di PL3. Gli uomini Ferrari scongiurano una sostituzione della power unit, la quale avrebbe comportato per il monegasco una penalizzazione in griglia di almeno 10 posizioni; ma sulla Rossa #16 viene montata la power unit spec-2, meno prestazionale dell’ultima evoluzione e, in gara, più in affanno dal punto di vista dei consumi.

Gara no per Charles Leclerc che, alla guida di una Ferrari tornata molto problematica, chiude 4° a 50″ da Valtteri Bottas (foto da: twitter.com/ScuderiaFerrari)

In Qualifica, però, le cose vanno comunque abbastanza bene: Sebastian Vettel manca quella che sarebbe stata la settima pole di fila per la Ferrari per appena 12 millesimi in favore di Bottas; Leclerc è si in seconda fila, ma a soli 108 millesimi dalla Mercedes #77. Per la gara ci sono timori sul passo, ma le temperature più alte rispetto alle prime libere potrebbero aiutare i ferraristi. E invece la domenica texana si rivela un incubo sin dai primi metri. Lo spunto di Vettel non è eccezionale, e in curva 1 viene passato da Verstappen; Leclerc, a sua volta, viene infilato da Hamilton, rischiando anche con Albon e Sainz, che si toccano subito alla sua destra. Poco più avanti, il calvario di Sebastian è appena cominciato: sulla SF90 del tedesco si palesano da subito gravi problemi di tenuta (sottosterzo in particolare), al punto che viene superato senza colpo ferire, nell’ordine, da Hamilton, Leclerc, Norris e Ricciardo. Per qualche giro, comunque, Vettel sembra riuscire a reagire, tallonando la Renault che lo precede, pur senza trovare lo spunto per attaccarlo. Poi, all’8° giro, ecco l’imponderabile: in piena percorrenza di curva 10, cede di schianto la sospensione posteriore destra; Seb è bravissimo nel controllare la sua monoposto praticamente su tre ruote, ma deve ritirarsi. Un problema di preoccupante (ed eclatante) evidenza che, secondo alcuni rumors filtrati dal box della Scuderia, si sarebbe palesato sin da subito, aggravandosi poi velocemente per le tantissime sconnessioni dell’asfalto del COTA. Nei prossimi giorni sapremo sicuramente di più.

Il momento nel quale sulla Ferrari di Sebastian Vettel cede di schianto la sospensione posteriore destra ad Austin (foto da: youtube.com)

Intanto, non è che a Leclerc le cose vadano tanto meglio. Il monegasco, in un primo stint da incubo, non ha assolutamente ritmo, tanto da trovarsi al momento del ritiro del compagno di squadra già intorno ai 10″ dal primo. Emblematico un team radio nel quale uno sconsolato Leclerc esprime tutto il suo stupore circa la ‘non’ prestazione della sua SF90. La prima sosta arriva al 20° giro, passando alle hard; per non farsi mancare nulla, si verifica un problema con la posteriore sinistra, che fa durare il pit 7.7 secondi. Da qui in avanti, il comportamento della monoposto fa aumentare ancor di più i dubbi, visto che Charles prende a girare costantemente con i tempi dei migliori, finanche più veloce in qualche frangente. Ma ormai il gap è troppo grande per far qualcosa (a meno di Safety Car); per cui si decide di andare per il giro veloce, e il #16 viene rifermato al 42° passaggio per montare le soft. Giro record (primato in gara ad Austin) che effettivamente arriva due tornate dopo (1:36.169), ma che è nulla più di un misero contentino. Un weekend del genere non può non far porre a Mattia Binotto (a proposito, che 50.esimo compleanno del cavolo, almeno sportivamente parlando) e ai vertici del team molte domande sui perché di questa disfatta, che ha riportato a cupe atmosfere che si sperava di essersi messi alle spalle. E le risposte dovranno essere trovate subito, in modo da tornar competitivi per le ultime due uscite stagionali. E soprattutto per zittire le voci di cui sopra (vedi Verstappen).

GLI ALTRI #1: RICCIARDO BEFFA LE MCLAREN. PUNTI ANCHE A HULKENBERG E PEREZ, CHE SFRUTTA LA SANZIONE INFLITTA A KVYAT

Sorride Daniel Ricciardo in Texas. L’italo-australiano è autore di una bella partenza, che lo porta a battagliare e a superare Norris per la 5° posizione; la sua strategia (una sosta S-H) gli consente di mantenere la posizione e, dopo aver lasciato praticamente strada al rimontante Albon, di difendersi con le unghie e con i denti dal ritorno del rookie inglese della McLaren. A proposito del team di Woking, il risultato finale parla di 10 punti in saccoccia e 4° posto nei Costruttori praticamente acquisito; ma anche qui, seppur in modo molto meno negativo rispetto al Messico, Lando e Carlos Sainz (ieri alla gara #100) non si sono confermati pienamente sul passo gara, finendo seppur di pochissimo alle spalle della Renault di Ricciardo, in 7° ed 8° posizione. A punti anche Nico Hulkenberg (6° arrivo nei 10 nelle ultime 7 gare), che riesce a concludere 9° con rimonta nella fase finale nonostante una strategia del team di Enstone che definire cervellotica è come fare un complimento; prima 27 giri sulle ‘bianche’, poi appena 12 con le ‘gialle’, con stint finale di 15 giri con le ‘rosse’. La zona punti viene chiusa da Sergio Perez (Racing Point), che approfitta della penalità inflitta dai commissari a fine gara a Daniil Kvyat; 5″ per un contatto con lo stesso messicano nel corso dell’ultimo giro, a causa dei quali il russo arretra in 12° posizione. Risultato molto buono per il messicano, partito dalla pit lane per l’erroraccio commesso insieme con il team a fine PL2, mancando le operazioni di peso.

Gran gara di Daniel Ricciardo ad Austin. L’italo-australiano è riuscito a concludere in 6° posizione, davanti alle due McLaren (foto da: twitter.com/RenaultF1Team)

GLI ALTRI #2: NIENTE DA FARE PER ALFA ROMEO E HAAS. A SECCO ANCHE LA TORO ROSSO

La penalità di Kvyat (seconda in due gare) impedisce alla Toro Rosso di cogliere una meritata zona punti, poiché è finita male anche la gara di Pierre Gasly, ritirato a due giri dalla fine (e classificato 16°) dopo un contatto ancora con Perez e un problema ad una sospensione. Un vero peccato, dato che la monoposto del team faentino aveva mostrato un ottimo livello di prestazione questo weekend. A becco asciutto, rispettivamente per la terza e per la quarta gara consecutiva, Haas ed Alfa Romeo. Al team con sede a Kannapolis l’aria di casa non da gli effetti sperati: Romain Grosjean (senza punti da Hockenheim) chiude 15°, mentre la domenica di Kevin Magnussen termina nella ghiaia di curva 12 a 4 tornate dalla fine, dopo un guasto ai freni. La Alfa Romeo, invece, aveva sperato nella possibilità di entrare nei primi 10 con Kimi Raikkonen, a lungo nella prima metà di classifica; e invece, alla fine, il finlandese chiude 12° (11° dopo la penalità a Kvyat), allungando a 7 la striscia negativa di gare senza punti; gara opaca anche per Antonio Giovinazzi, 14° al traguardo e giunto alle spalle della seconda Racing Point di Lance Stroll (13°). Infine la Williams: George Russell ha chiuso 17° a due giri, Robert Kubica ritirato per perdita d’olio al 31° passaggio.

La Haas di Kevin Magnussen, ferma nella via di fuga di curva 12 dopo un problema ai freni. Anche nella gara di casa la Haas non è riuscita a portare a casa punti iridati (foto da: youtube.com)

La Formula 1 torna in pista tra due settimane ad Interlagos, per il Gran Premio del Brasile, penultima prova di questo 2019.

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Gianluca Zippo

Informazioni sull'autore
Laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli. Malato di Formula 1 e calcio, seguo anche la MotoGP e la NBA.
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