Esclusiva – Fefè De Giorgi: “CT Italia un sogno. Non mi sento un rivoluzionario”

Stadiosport intervista in esclusiva Fefè De Giorgi, coach campione d’Europa e del mondo con la Nazionale maschile di pallavolo: “Ho sempre creduto nel potenziale di questa squadra. Ora ripartiamo dalla nostra filosofia di lavoro, che punta non solo al risultato, ma al migliorare quotidianamente”.

Nel giro di un solo anno ha conquistato un oro europeo e uno mondiale, il tutto condito da un ottimo quarto posto raggiunto nella VNL. Fefé De Giorgi, allenatore della Nazionale maschile di pallavolo, ha avuto il merito e il coraggio di ripartire un anno fa, dopo un esonero a Civitanova, e dare vita a un nuovo progetto che fa affidamento su un gruppo di ragazzi giovani e coesi, in grado sin da subito di assumersi responsabilità importanti.

Un sogno che si realizza, per un allenatore che lungo il cammino aveva già raccolto risultati importanti (due Scudetti, una Champions League e cinque Coppe Italia, per citarne alcuni), e che ha permesso a tanti tifosi italiani di sognare insieme.

Il coach salentino ha concesso un’intervista alle pagine di Stadiosport: dai successi che verranno a quelli che dovranno venire, passando per accostamenti, forse troppo arditi ma non privi di fondamento, con la generazione più vincente della storia pallavolistica azzurra. Il tutto tenuto insieme dal filo conduttore del lavoro e della ricerca costante di miglioramento.

Tanti spunti condensati nelle parole di un uomo la cui voce lascia trasparire grande educazione e signorilità.

Fefè De Giorgi, coach della Nazionale maschile di pallavolo. Foto dall’account Instagram dell’intervistato (@ferdinandodegiorgi)

Buongiorno coach. Innanzitutto complimenti per la vittoria del Mondiale: quando era arrivato sulla panchina “azzurra”, un anno fa, aveva percepito ci fosse il potenziale per vincere sia il titolo europeo che quello iridato?

Io, innanzitutto, avevo un grande desiderio di poter allenare la Nazionale, sin da quando ho iniziato la mia carriera da allenatore. È un sogno che si realizza. Una volta realizzato il sogno, ho cercato di pensare a quale fosse la strada giusta per fare un percorso il più virtuoso possibile. Ero conscio di arrivare in un momento nel quale bisognava prendere decisioni importanti. Ho visto che c’era la possibilità di fare un cambio generazionale molto interessante, con giovani talentuosi e in gamba. Di certo non puoi sapere come vadano a finire le cose sin dall’inizio, ma ho certamente sempre creduto al potenziale di questa squadra, ed è ciò su cui mi sono concentrato moltissimo”.

Il Presidente Mattarella, nel riceverla al Quirinale, le ha riconosciuto la calma quale qualità migliore: è questa dote che l’ha aiutata a mantenersi coerente con la volontà di portare avanti un progetto giovane e operare esclusioni “eccellenti” al momento di scegliere i convocati? Quanto è stato difficile, anche da un punto di vista comunicativo, gestire l’esclusione di uno dei pilastri del recente passato della pallavolo azzurra quale è Zaytsev?

Il Presidente Mattarella mi ha fatto sicuramente un grande complimento. Innanzitutto mi ha dedicato dei pensieri e io, scherzando, ho detto che ciò finirà nel mio Curriculum. Lui ha apprezzato questo mio modo di gestire la squadra, frutto di una calma che deriva da un lavoro di responsabilità giornaliero e anche dal mio modo di essere. In partita cerco di essere utile alla squadra che ho, ma il grande lavoro si fa durante la settimana. La tranquillità nasce da come si lavora in settimana, da come si crea gruppo e si sta insieme. Le esclusioni sono la parte più difficile del lavoro del Commissario Tecnico. Arrivi a scegliere tra persone che hanno lavorato bene durante l’estate, si sono giocati le loro chance. Non è semplice: non è stato semplice per Zaytsev, ma anche per Piccinelli, Cortesia e Cavuto. Significa togliere un sogno a un giocatore. Ho vissuto questi momenti e posso confermare che non è piacevole. Per quanto mi riguarda, cerco di fare riferimento a ciò che potrebbe essere migliore per la squadra in quel dato momento, e operare le mie scelte di conseguenza”.

L’escalation di questa squadra ricorda, per certi versi, quella della “Generazione di fenomeni” di cui lei stesso ha fatto parte. Velasco si sedette sulla panchina della Nazionale nell’89, e rivoluzionò tanto i metodi di allenamento quanto quelli comunicativi: lei in cosa sente di aver, eventualmente, rivoluzionato questa Italia?

Gli accostamenti non sono sempre una cosa corretta perché ci sono momenti, generazioni, situazioni che cambiano. Però ci sono delle caratteristiche che possono essere simili a quella generazione: cultura del lavoro, rispetto, senso di appartenenza e la voglia di dare continuità a valori sia tecnici sia di maglia, per l’importanza che riveste rappresentare la propria nazione. Queste sono delle similitudini importanti. Velasco sicuramente portò dei cambiamenti importanti sia a livello pratico, in allenamento, sia a livello teorico, nella comunicazione. Io non credo di essere un rivoluzionario. Spesso mi chiedono quale sia il segreto dietro questi successi. Non c’è un segreto: c’è tanto lavoro, preparazione. Sicuramente cerco di avere un mio stile di guida per questi ragazzi. Mi prendo solo il merito di aver deciso un cambio generazionale che non era così scontato, di aver scelto questi ragazzi, aver puntato su di loro e avere anche la soddisfazione di vedere che arrivano i risultati”.

Rispetto a Tokyo, questo gruppo conta vari otto nuovi: quale dei suoi ragazzi è cresciuto di più, o l’ha stupita maggiormente, durante questa annata? Su quali aspetti si può ancora migliorare in vista delle Olimpiadi?

“Abbiamo avuto agli Europei otto esordienti su quattordici; in questo Mondiale dodici su quattordici. In entrambe le occasioni siamo stati squadra più giovane. Non mi piace parlare di un giocatore in particolare. Tutti hanno spinto verso l’alto. Chiaro che Giannelli è stato un giocatore molto importante, sia per il ruolo, sia per le sue qualità tecniche e morali, che mi hanno spinto a nominarlo capitano. Come lui Anzani, il vicecapitano. Sono i due elementi più esperti della squadra. Tutti hanno fatto un percorso di crescita che, più che stupirmi, mi ha gratificato per la velocità con la quale è avvenuto. Più che parlare di Olimpiadi, ricorderei che il prossimo anno abbiamo l’Europeo, in casa, e cerchiamo di mantenere intatta la nostra filosofia di lavoro, che non punta solo al risultato, ma migliorare giornalmente in allenamento. Sappiamo che i risultati ottenuti ci danno fiducia e ci gratificano, ma non ci danno né punti né set di vantaggio per le competizioni successive. Dobbiamo riguadagnarci tutto”.

A proposito di volti nuovi, starà sicuramente seguendo i progressi delle giovanili “azzurre”: ci sono, tra gli under, ragazzi in grado di riragliarsi spazio nella Nazionale maggiore nell’arco dei prossimi due anni?

I volti nuovi ci sono. Abbiamo vinto tutti i tornei continentali con le nostre giovanili, sia al maschile che al femminile. Questo significa che c’è un grande lavoro dietro da parte della Federazione, ma anche delle società e degli allenatori, e questo ci dà molta speranza. Sarà importante seguirli ora nel loro percorso di crescita nei vari campionati che disputeranno. Dopo valuteremo: sicuramente il progetto si apre di più ai giovani, e se c’è qualcuno in grado di far parte della Nazionale maggiore, sicuramente avrà la sua chance”.

Riannodiamo per un attimo i fili con il suo passato. In rosa, nonostante la giovane età, uno degli elementi di maggior esperienza è il capitano Simone Giannelli, che in campo ricopre il suo stesso ruolo, palleggiatore: quanto è importante, nell’organizzare il gioco, una simile osmosi di ruoli col suo capitano, e cosa apporta al suo essere allenatore il fatto di aver ricoperto, in campo, il ruolo più “cruciale” della pallavolo?

“Riguardo al ruolo del palleggiatore, avendolo fatto per più di venti anni sono agevolato nel comprendere le difficoltà di questo ruolo. Con Giannelli c’è un continuo scambio di vedute, ma avendo fatto questo ruolo per tanti anni so che bisogna lasciare esprimere il palleggiatore. Non ci sono particolari condizionamenti, ma ci scambiamo tanti feed-back. Come giustamente dicevi, è un ruolo cruciale ed è importante che il palleggiatore abbia una buona comunicazione con l’allenatore”.

Lei, coach, si sedeva sulla panchina della Nazionale un anno fa, dopo l’esonero a Civitanova: c’è qualcosa che vuole dire, a distanza di un anno, ai vertici Federali per l’opportunità che le hanno concesso?

Alla Federazione diciamo “grazie“. Mi hanno dato un’opportunità che era un mio grande desiderio, realizzato come si dice in età “matura” (ride ndr), con tante esperienze. Sono arrivato abbastanza pronto. La vita di noi allenatori è una vita di quelle particolari: ci vuole tanta passione, ma è un ruolo difficile. Ci sono alti, bassi, che a volte dipendono da noi, a volte no. Credo che, alla fine, l’esperienza sia anche una cosa importante nel nostro lavoro. La capacità di saper gestire e aver vissuto tante esperienze. Io ho allenato all’estero: in Russia, in Polonia. Le esperienze avute a Civitanova, che tu hai ricordato. Tutti i miei venti anni di esperienze mi sono stati utili. Il nostro lavoro è, come diceva un allenatore, di scienza ed arte, di conoscenze e capacità individuali. Capacità di disporre di queste conoscenze e saperle conciliare con la sensibilità che acquisisci sul campo”.

Gennaro Iannelli © Stadio Sport

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