Epopea Totti, storia di un amore infinito

Ho cominciato a scrivere questo long-form un paio di settimane prima dell’ultima partita di Totti, con la maglia della Roma. Pur essendo la storia del Capitano di per sé molto epica, ai limiti dell’hollywoodiano, mi sembrava fin troppo banale basare il mio racconto solo sui fatti, sulla cronaca, di più di un quarto di secolo. Così, questo racconto, dal 1999 in poi, segue due linee narrative: una, che segue cronologicamente la carriera del Capitano, l’altra, che intervalla la prima con le mie emozioni, i miei ricordi, le mie sensazioni, ed alcuni aneddoti personali.

Perché dal 1999? Perché sono nato nel 1991, e non ho ricordi di Totti, e quindi del calcio, che risalgono ad anni antecedenti, ma questo, lo capirete più avanti.

 

 

Roma, quartiere di Porta Metronia, 1989. Due uomini ben vestiti bussano alla porta di una normale casa di quella zona, abitata da una famiglia romana, ad aprire è una signora che in molti definirebbero “alla Magnani”. La signora Fiorella chiede con curiosità, ma anche un po’ di diffidenza, cosa i due signori vogliono, e le due figure indistinte finalmente si presentano: sono del Milan, e vogliono portare il figlio piccolo della signora Fiorella, e del marito Enzo, a Milanello, vogliono che diventi un nuovo, piccolo giocatore della gloriosa squadra rossonera. La signora Fiorella non ci pensa due volte, alza le mani, e dice ai signori di andar via, con gentilezza, ma decisione. Nella sua stanzetta, ignaro di tutto, il piccolo Francesco Totti sta ovviamente palleggiando, sotto il poster del grande Capitano della Roma di quei tempi: Giuseppe Giannini. Sono passati 6 anni da quando Francesco è andato per la prima volta allo stadio Olimpico a vedere la Roma, di anni ne aveva 7, e quei colori così accesi, il giallo e il rosso, quei cori d’amore forti e coinvolgenti, quei calciatori con le maglie rosso porpora lo hanno fatto innamorare.

Più avanti proverà a parlare di quelle sensazioni, ma l’unico aggettivo che saprà esprimere è semplice, anche troppo, ma vero, cristallino, reale… un po’ come lui. «Papà, è tutto bellissimo».

La signora Fiorella ha fatto quella scelta, nel 1989, forse in maniera egoista. Non voleva che suo figlio si allontanasse così tanto da casa, dalla sua protezione, qualche anno dopo capirà che avrà fatto la scelta più giusta non solo per sé, non solo per Francesco, ma per un’intera città.

totti famiglia

 

Il Bimbo de Oro

Sono in pochi, nei pressi di Via Vetulonia, ad aver visto il piccolo Francesco senza un pallone di calcio. Cresce giocando lì, nelle zone popolari di Roma, quasi sempre giocando con chi è più grande di lui. Inizialmente tutti lo trattano con scetticismo, ma dopo 5 minuti fanno a gara a chi vuole averlo in squadra, tanto che alla fine il tradizionale sorteggio per iniziare la partitella sarà “O la palla, o il regazzino”.

La famiglia Totti non è benestante, comincia a fare dei sacrifici per portare il piccolo Francesco a giocare a calcio, cominciando dalla Fortitudo, alla Smit Trastevere, per poi finire con la Lodigiani. Ci sono racconti quasi leggendari che parlano di come questo biondino con gli occhi azzurri e i capelli a caschetto faccia impazzire chiunque, ma soprattutto dimostri già una visione di gioco paurosa. È bravo a segnare, ma sembra che si diverta di più a far segnare.

totti lodigiani

 

Torniamo al 1989, mamma Fiorella manda a casa gli osservatori del Milan, e tiene suo figlio Francesco a casa. Dopo qualche settimana a bussare alla porta di casa Totti sarà però la Roma. La famiglia è entusiasta, non può dire di no, Francesco non ci crede, giocherà per la maglia che ama di più, potrà andare a Trigoria, potrà vestire i colori che invadono la sua stanzetta. Il passaggio in realtà non sarà così semplice, il bimbo de oro, come veniva chiamato già dai suoi vicini, era voluto anche dalla Lazio, si scatenerà un incidente diplomatico che il presidentissimo Dino Viola risolverà cedendo due giocatori alla Lodigiani, e la bellezza di 300 milioni di lire. Da quel momento in poi Francesco Totti non lascerà più la Roma.

Il Capitano parlerà di quegli anni con entusiasmo, ma anche con serietà, perché la sua famiglia deve fare sacrifici per portarlo ad allenarsi, deve seguirlo in tutto, e la solita Mamma non vuole che il ragazzo frequenti brutte compagnie, o si monti la testa. Nel frattempo non sono anni felici per la Roma, che dopo lo Scudetto del 1983, e la finale di Coppa dei Campioni del 1984, ha diverse difficoltà ad affermarsi ad alti livelli. Nel 1991 muore Dino Viola, l’uomo che ha voluto Totti, e si apre un ciclo negativo, così negativo da far parlare della Roma come la Rometta

Totti, però, insegue con forza il suo sogno, vince lo scudetto Allievi nel 1993, e nello stesso anno, il 28 marzo, viene chiamato da Vujadin Boskov, l’allenatore della prima squadra. La Roma deve andare a Brescia, ed è a corto di attaccanti, così viene convocato dall’allenatore serbo, quando Caniggia e Mihajlovic avranno già  realizzato le due reti che porteranno la Roma alla vittoria, il giovane Francesco farà il suo esordio in Serie A.

 

Totti giocherà qualche scampolo di partita anche nella stagione seguente, 1993-94, fino a quando il 15 dicembre 1993, in una gara di Coppa Italia, non giocherà la sua prima da titolare all’Olimpico, contro la Sampdoria, una squadra che in tanti momenti della sua carriera sarà fondamentale, e dopo scopriremo perché.

L’allenatore di quella Roma è Carlo Mazzone, romano e romanista come Totti, e come il presidente Franco Sensi. Carletto lo fa giocare di più, facendolo esordire da titolare anche in campionato a Febbraio ’94 (sempre contro la Samp) e cominciando a farlo inserire in pianta stabile in prima squadra, ma sempre nell’ombra. La stampa romana, ancora oggi, è attenta ad ogni sussurro che scappa da Trigoria, è brava ad esaltare alla follia un ragazzo appena sbocciato, ma anche a deprimerlo quando sbaglierà la prima volta, e questo Mazzone lo sa. Il suo modo di fare con Totti è più che paterno, e ancora oggi il Capitano della Roma ne parla come uno degli allenatori più importanti della sua vita.

Un ragazzo come Francesco ha delle qualità incredibili, che si notano già in Serie A, anche contro avversari più grandi e più quotati, così il 4 settembre 1994 arriva la prima rete nel massimo campionato per Totti, è un Roma-Foggia di inizio campionato. A fine partita il 18enne romano è pronto per farsi intervistare dalla stampa, ma arriva Mazzone che lo prende letteralmente per un orecchio: «Vatte a fà la doccia, ce penso io».

https://youtu.be/xKIZbijcSFE?t=34

Gol di sinistro (il suo piede meno forte) sotto la Curva Nord. L’antitesi di quello che sarà il suo futuro.

 

Realizzerà 7 reti nella stagione 1994-95, 4 in campionato e 3 in Coppa Italia. Un paio di questi sono già da antologia, nei sedicesimi contro la Fiorenzuola mette a sedere un paio di difensori e infila la palla in porta con un destro preciso all’angolino, contro il Genoa, sempre in Coppa Italia, realizza il suo primo gol con un pallonetto (un must tottiano), e ai quarti segna il suo primo gol alla Juventus. Contro il Bari, in campionato, arriva il suo secondo cucchiaio e la sua prima corsa sotto la Sud, insomma, dimostra di avere una personalità incredibile nonostante le poche partite sulle gambe. 

Nella stagione 1995-96 Totti diventa titolare, quasi inamovibile, nel 4-1-3-2 di Mazzone. Lui fa la seconda punta, alle spalle di Abel Balbo, o Delvecchio, e comincia a regalare magie a raffica. A fine stagione saranno solo 4 le reti, 2 in campionato, ma anche 2 in Coppa UEFA, e saranno i primi della sua carriera in Europa, uno contro l’Aalst nei sedicesimi, con una serie di serpentine splendide, un altro con un tap-in negli ottavi contro il Brondby. Proprio la Coppa UEFA sarà la competizione in cui la Roma regalerà più gioie ai suoi tifosi, arrivando fino ai quarti di Finale, e alla tremendamente romanista serata del 19 marzo 1996. I giallorossi avevano perso 2-0 a Praga contro lo Slavia, serviva un’impresa per ribaltare il risultato. Totti è in campo dal primo minuto, con la maglia numero 8, insieme a Balbo, Fonseca, Moriero, Carboni e lui, Giannini. L’idolo di sempre. Dopo un primo tempo scialbo, i giallorossi vanno in vantaggio con Moriero al 60′, e all’82’ riescono a mettere in pari il risultato grazie ad una spizzata di testa di Giannini. Il Capitano della Roma va verso la Sud, e il primo a rincorrerlo, ebbro di gioia, è proprio il giovane Totti, che sembra quasi un ragazzo della Curva, sceso in campo per abbracciare il suo idolo.  

Una corsa che sembra quasi una staffetta fra generazioni.

La partita va ai supplementari, e al 99′ ci mette lo zampino proprio Totti, che da centrocampo inventa un filtrante incredibile per Moriero che realizza la doppietta e la rete utile per il passaggio del turno. Peccato che poi, al 114′ il gol di Vavra spenga tutte le illusioni dei giallorossi. Per Totti arriva la prima grande delusione, ma anche la prima grande notte da romanista vero. Ha vissuto le emozioni che solo quella tifoseria e quello stadio sanno dare, da protagonista. È ormai maturo, ed arrivano le prime convocazioni in azzurro. 

Cesare Maldini decide di portare in Spagna il giovane romano, per l’Europeo Under 21 che vedrà protagonista la nostra nazionale, con una formazione che fa venire letteralmente i brividi: Pagotto, Fresi, Panucci, Cannavaro, Galante, Nesta, Ametrano, Brambilla, Tommasi, Amoruso, Totti, in panchina ci sono Buffon, Delvecchio, Tacchinardi e Morfeo fra gli altri. Francesco dimostra tutto il suo talento nella cavalcata trionfale degli azzurrini, segna contro la Francia, e nella finale contro i padroni di casa propizia l’autorete di Idiakez. L’Italia vince alla fine ai rigori, il giovane giallorosso torna a casa vittorioso, ma l’estate giallorossa è drammatica. In un sol colpo se ne vanno Carlo Mazzone, e Giuseppe Giannini. 

 

A Trigoria spira un’aria nuova. Sensi si innamora del gioco di Carlos Bianchi, che ha vinto il campionato di Clausura ’93 e ’96, e quello di Apertura ’95 con il Velez, ma soprattutto la Libertadores e la Coppa Intercontinentale ’94 contro il Milan. Il tecnico argentino e Totti non vanno d’accordo fin da subito, il bimbo de oro viene relegato spesso in panchina, nonostante quando entri giochi sempre bene. Alla quinta giornata realizza una rete spettacolare al Milan, in casa, con un pallonetto d’esterno, sfruttando l’errore di Rossi.

Un Totti da repertorio davanti le telecamere. Definirlo “impacciato” è un eufemismo.

La stagione continua con alti e bassi, nel frattempo qualcosa si muove nel buio. La Sampdoria sembra molto interessata ad acquistare Totti, e propone a Sensi un anno di prestito per la stagione successiva, si dice che Totti, esasperato dai comportamenti di Bianchi abbia pure pensato ad andare a Genova, ma la svolta arriva in una sera di Febbraio romana. La Roma gioca un triangolare con Ajax e Borussia Gladbach, Totti gioca titolare in entrambe le partite ed incanta, facendo innamorare definitivamente il pubblico dell’Olimpico. Non ci sono immagini di quelle sfide, ma tutti i giornali parlano di due reti da antologia. Bianchi è quasi costretto a metterlo titolare quindici giorni dopo, contro la Reggiana, e Francesco segna un altro gol. Dopo due settimane, arriva un’altra rete contro il Verona, e ormai tutta Italia segue con attenzione la nuova stella nascente del calcio italiano. I due continuano a non capirsi, e alla fine, ad inizio aprile, è Franco Sensi a prendere in mano la situazione: dopo un deludente Cagliari-Roma 2-1 Bianchi viene esonerato, e sulla panchina della Roma torna il Barone, Nils Liedholm. Totti non lascia più il posto di titolare, la Roma conclude la stagione al 12esimo posto, ma ha conservato il suo gioiello più prezioso.

Zeman e il 4-3-3

A sorpresa, per rimpiazzare Liedholm, arriva dalla Lazio Zdenek Zeman, un boemo che 4 anni prima aveva sorpreso tutti con il suo Foggia, giocando un calcio verticale, un calcio da pazzi, tanto offensivo e divertente, quanto imprudente a livello difensivo. La vera rivoluzione di Zeman arriva anche dai metodi di allenamento, definiti da tutti come massacranti, ma Totti reagisce bene alla preparazione atletica, anzi di giorno in giorno diventa più forte fisicamente, più potente. Nel luglio del ’97, in pieno ritiro, i compagni di squadra decidono di investirlo di una responsabilità grandissima: ereditare la numero 10 di Giuseppe Giannini. Per un romano e romanista come lui è un’emozione incredibile, ma appena la vestirà per la prima volta, saprà cosa fare della maglia. Va infatti a regalarla al suo idolo più grande, proprio “Il Principe”: “Non pretendo che la appenda in camera“.

La prima doppietta in Serie A, a Bari. Due gol spettacolari.

 

Nel 4-3-3 di Zeman non c’è spazio per un trequartista, si apre un caso in città, ma a differenza di Bianchi, il boemo sa che deve mettere al centro di tutto il neo-numero 10… decidendo di farlo giocare a sinistra nel tridente. Totti per la prima volta in carriera va in doppia cifra (nelle 19 stagioni seguenti non ci andrà solo per 4 volte, due delle quali comprendono le ultime due stagioni) e diventa un giocatore completo, fisicamente e tecnicamente. La Roma chiude con un buon quarto posto, tutta la città, in vista dei Mondiali francesi invoca a gran voce la convocazione di Francesco, ma Cesare Maldini non se la sente. È ancora troppo presto per portarlo in Nazionale maggiore, avrebbe troppa concorrenza. Arriva la prima delusione azzurra per il Pupone.

Un Capitano

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Il mese di ottobre del 1998 è probabilmente uno dei più indimenticabili per Totti. Sensi ha deciso di continuare il progetto Zeman, e dopo un Samp-Roma 2-1 arriva la prima convocazione in maglia azzurra per il 23enne romano. Sarà Italia-Svizzera (finita 2-0) la prima gara di Totti con la maglia della nazionale. Ma l’onore più grande arriva dopo la sconfitta di Milano, con il Milan, per 3-2. La Roma riesce a vincere solo dentro casa, lo spogliatoio ha bisogno di uno scossone, ci pensa il Capitano, Aldair, a darlo: il 31 ottobre 1998 il brasiliano cede la fascia di Capitano al 22enne Francesco Totti. Il sogno del bimbo di Porta Metronia si realizza, adesso ha la 10 sulle spalle, la fascia al braccio, una città che lo venera e che attende solo di vederlo festeggiare, ma che da un lato ha paura di perderlo. Il giorno dopo, contro l’Udinese all’Olimpico, Totti festeggia con una doppietta, di pregevole fattura il primo gol, un tiro al volo di sinistro, una saetta impressionante.

Il ’98 però non ha ancora finito di regalare emozioni, perché il 29 novembre arriva il primo gol in un derby di Roma. Un momento molto atteso dal nuovo Capitano, che arriva nel momento giusto, all’82’ di una partita tiratissima, che la Lazio stava conducendo per 3-2. Ma il gol nel derby d’andata non sarà il primo in quell’annata, Totti inaugura infatti la lunga tradizione di maglie celebrative quando realizza il 3-1 che chiude il derby di ritorno, con una maglia che farà tanto discutere. C’è scritto “Vi ho purgato ancora”, in effetti alla fine del campionato quei 5 punti scippati alla Lazio grazie alle sue reti costeranno il titolo ai biancocelesti, che termineranno secondi a 1 lunghezza dal Milan, ma il punto non è quello. 

 

 

…il punto è che tutta Italia ha scoperto definitivamente questo campione, che ha solo 23 anni. È ormai in maniera fissa nel giro della Nazionale, lo vogliono tutti, ma lui alla prima intervista rilasciata alla Gazzetta, per il futuro, di “voler giocare l’Europeo 2000 con la maglia azzurra, vincere qualcosa con la Roma, e trovare una brava ragazza…che sia simile a mamma“. 

Amore a prima vista

Ho cominciato a capire qualcosa del calcio in TV nell’estate del 1998, quando ho seguito la Nazionale italiana nella sfortunata trasferta francese. Ero innamorato (come molti della mia età) di Ronaldo il Fenomeno, il che, con mio padre simpatizzante interista, poteva portare ad una sola conclusione: guardare le partite dell’Inter. Quel gioco ragionato, quasi analitico, mi sembrava più bello quando toccava la palla il brasiliano, diventava magico. Nonostante questo, però, in famiglia non eravamo così appassionati da fare un abbonamento alle prime Pay-Tv, ma mi capitò di vedere Roma – Inter, il famoso 4-5. Fu la prima volta che vidi il numero 10 che mi ha cambiato il modo di vedere lo sport. Eravamo davanti la TV per vedere Ronaldo, ma alla fine non facevo altro che aspettare che la palla passasse dai piedi dell’ala sinistra della squadra giallorossa, con la fascia di Capitano al braccio, il colletto alzato, il ciuffo anni ’90 che andava così tanto di moda. Ronaldo era tutto quello che potevi amare in un attaccante (quella sera fece tripletta) ma Totti… non lo so spiegare. Mi ricordo che chiesi per la prima volta cosa voleva dire “Capitano”. Mio padre mi disse che il Capitano è quello che si prende le responsabilità, è la persona più matura della squadra, di solito è la più forte, ma non riuscivo a capire come, un ragazzo di 22 anni potesse avere già tutte quelle qualità. E poi, sinceramente, poco mi importava. Ho visto Totti per la prima volta, e ho deciso che non avrei voluto più smettere, che non mi importava più niente di Ronaldo, Baggio, Batistuta, Zidane o Del Piero. Quella Roma non vinceva niente, ma io volevo vederla giocare per lui. 

 

Nell’estate del 1999 Sensi decide di cambiare allenatore. Il gioco di Zeman è spettacolare, divertente, ma poco concreto, e quando si parla di concretezza in Italia i nomi degli allenatori ai quali si pensa sono pochi, a fine anni ’90. Su tutti spicca Fabio Capello, reduce dall’ultima esperienza sulla panchina del Milan, un vero e proprio vincente con 4 scudetti e 1 campionato spagnolo ed una Champions League vinta. Il presidente Sensi nella campagna d’acquisti regala il giovane Vincenzo Montella per 40 miliardi di lire, ma non solo; dal Bologna arriva Antonioli, dal Flamengo Assuncao, e dal Perugia un acquisto esotico: Hidetoshi Nakata. Sensi è convinto che con questi acquisti, con questo allenatore, la Roma possa andare lontana, Capello viene accolto con entusiasmo, e cambia subito qualcosa: abbandona il 4-3-3 zemaniano, per adottare un 3-4-1-2. Totti torna sulla trequarti, a suggerire per le due punte Delvecchio e Montella. Fra i 3 nasce un feeling straordinario, in difesa a dar sicurezza a tutti c’è ancora Pluto Aldair, sulle fasce Cafù e Candela. 

totti montella

 

La squadra regge bene l’impatto col nuovo allenatore, colleziona prestazioni meno spettacolari ma più solide, fino ad arrivare alla fine di febbraio. I giallorossi perdono al Delle Alpi contro la Juventus, e comincia a perder contatto dalla zona Europa, per poi collezionare solo due punti in 5 gare a cavallo fra marzo ed aprile 2000. Il finale di stagione è semi disastroso, altri 4 pareggi condannano la squadra capitolina ad un sesto punto deludente, ma la delusione viene acuita dalla contemporanea vittoria del titolo dei rivali della Lazio, che all’ultima giornata sorpassano la Juventus. La stagione di Totti non è al top come le altre, il ritorno dietro le punte è proficuo dal punto di vista creativo ma non realizzativo, ma sarà l’ultima volta per 11 anni che il Capitano della Roma finirà un biennio calcistico senza andare in doppia cifra. Intanto Francesco si prepara al primo importante appuntamento con la maglia azzurra: gli Europei in Olanda e in Belgio.

 

Notti della prima estate del nuovo millennio

 

Il Ct della nazionale italiana è il leggendario Dino Zoff, il primo a decidere di non convocare Roberto Baggio. La nazionale abbonda già di numeri 10, ci sono Alessandro Del PieroFrancesco Totti, più di quanto ci si possa augurare. Il 10, di fatto, va sulle spalle di Del Piero, mentre Totti prende la 20, ma il titolare è il capitano della Roma. Nel girone l’Italia è straripante, trascinata dall’estro e dal talento del numero 20. La prima gara con la Turchia è decisa da Conte e Inzaghi, la seconda contro il Belgio viene sbloccata da un colpo di testa di Totti, nella terza ed ultima gara dei gironi Zoff decide di farlo riposare e Del Piero regala un assist e un gol.

Il dibattito in Italia si accende, come per Rivera e Mazzola, il paese si divide sui due numeri 10, mentre Zoff sembra avere le idee chiare, e i due consolidano un’amicizia che ancora oggi viene celebrata ogni volta che uno dei due parla in TV, nonostante appartengano a due squadre rivali, a due città in antitesi, a due Italie diverse. 

Ogni volta che vedete due litigare per decidere chi è il più forte, fategli vedere (o rivedere) questo video.

 

Nel frattempo l’Italia continua la marcia verso la finale, e Totti segna ancora, sbloccando la gara dei quarti contro la Romania. Ma il meglio arriva in un pomeriggio di fine giugno ad Amsterdam. Gli azzurri affrontano proprio i padroni di casa, l’Amsterdam Arena è tutta arancione.

 

Il Cucchiaio

Quel pomeriggio qui in Sicilia faceva un caldo da matti. Gli europei erano andati finora più che bene, Totti con la maglia numero 20 sulle spalle aveva già incantato, segnando stranamente solo di testa, ma regalando magie con i piedi. Ricordo che avevo una matta paura di tutto quell’arancione, giocavamo in casa loro, e nei vecchi televisori di fine anni ’90 quella tonalità sembrava molto più accesa. A dir la verità l’eroe di quella serata fu Francesco Toldo, non lo conoscevo molto, ma dopo quel pomeriggio mi sembrò il portiere più forte del Mondo. Due rigori parati nei tempi regolamentari, ed una resistenza stoica dei nostri dopo l’espulsione di Zambrotta. Dopo i supplementari, arrivano i rigori. De Boer e Stam hanno già sbagliato, Di Biagio e Pessotto no. Sul dischetto vedo andare il Capitano, e la paura mi assale.

Il mio rapporto con i calci di rigore di Totti è sempre stato molto controverso, e credo che tutto abbia avuto inizio in quel pomeriggio. La palombella che disegna di fronte a uno dei portieri più alti del Mondo, con una muraglia olandese dietro, sembra più una pazzia che un colpo di genio, ma si sa che la differenza fra le due cose è molte labile. Io inizialmente non ho esultato, ricordo che mi girai verso mio zio e mio padre chiedendo: “Ma vale?”. Una domanda che può sembrare stupida ma non avevo mai visto un rigore così, e la voce tremante di Bruno Pizzul in sottofondo non mi aveva dato rassicurazione. Ovviamente valeva, forse il doppio, anche il triplo.

Quando Toldo parò il quinto rigore della serata ho esultato sì, senza freni. Ma dopo venivano loro, venivano i francesi.

 

La finale di Rotterdam brucia molto. Perdere con il Golden Goal è qualcosa di massacrante, soprattutto psicologicamente, nel frattempo Totti viene inserito nella Top 11 del torneo, e celebrato a livello internazionale. Ma mentre Totti, Delvecchio, Montella e Antonioli si giocavano l’Europeo, a Roma il presidente Sensi preparava qualcosa di straordinario. La vittoria della Lazio l’anno prima lo ha colpito nel profondo, lo Scudetto è tornato a Roma dalla parte sbagliata, e mentre tutta la stampa critica Capello lui non solo lo conferma, ma imbastisce una campagna acquisti leggendaria: nel mese di agosto arrivano Samuel, Zebina, Emerson, Balbo (un ritorno) ma soprattutto, per 70 miliardi di lire Gabriel Omar Batistuta

A Roma il centravanti è quasi sempre visto come una figura mitologica. Da Voeller in poi la tifoseria giallorossa ha atteso un numero 9 all’altezza, uno spaccaporte capace di tramutare i sogni in realtà. E poi, con un 10 come Totti alle sue spalle… quanti gol farebbe un attaccante forte?

L’impatto di Batigol nella Capitale non è devastante, ci vuole qualche settimana per ambientarsi, per metabolizzare la distanza dalla sua amata Firenze, nel frattempo Totti, galvanizzato da un Europeo da protagonista è in forma smagliante. I giallorossi chiudono il girone d’andata come campioni d’Inverno, con 6 punti di vantaggio sulla Juventus. Batistuta ha segnato 13 reti, Totti 10, di particolare bellezza quello realizzato all’Udinese (una delle vittime preferite) con un sinistro al volo chirurgico.

 

Il girone di ritorno è anche pieno di grandi vittorie, ma c’è qualche battuta d’arresto che permette alla Juventus di avvicinarsi. In particolare il derby contro la Lazio, del 29 aprile 2001, che poteva essere la gara che chiudeva il discorso, ma il beffardo pareggio di Castroman al 90′ ha reso un’occasione persa. Si arriva così allo scontro diretto di Torino: se la Juventus vince, può riaprire il campionato ed andare a -3, viceversa, la Roma porta a casa un grosso pezzo di Scudetto. I primi 60 minuti sono terribili per la Roma, Totti sente forse troppo la pressione della gara e non rende per niente, tanto che proprio al 60′ Capello lo toglie per inserire Nakata, sul 2-0 per i bianconeri. Il Capitano non gradisce, ma Capello sa il fatto suo e infatti il giapponese prima accorcia le distanze, e poi propizia la leggendaria rete di Montella, su papera di Van der Sar. La Roma porta a casa un pareggio fondamentale. Da quel momento in poi i giallorossi non perderanno più una gara, mentre in città si monta il caso Totti, che litiga con Capello anche in occasione della difficile trasferta di Napoli, quando al 52′ il Pupone segna la rete del vantaggio, e del possibile Scudetto “matematico“, la sua esultanza è piena di gioia e rabbia. Ma il gol di Pecchia a 10 minuti dalla fine mette tutto in discussione: la Roma si gioca lo Scudetto nell’ultima gara in casa, contro il Parma.

 

Liberazione

 

Quando hai 10 anni non riesci ancora a capire la complessità di una stagione calcistica. Sostanzialmente per te tutto comincia quando suona l’ultima campana di Giugno, e tutto finisce quando suona la prima di Settembre. Dell’anno scolastico 2000-01, onestamente, ricordo veramente poco, se non il fatto che fu da quell’anno che cominciai a calcolare gli anni seguendo le stagioni calcistiche, e non più il normale ordinamento, esattamente come racconta Nick Hornby. Ricordo gli eventi più importanti della mia vita, è ovvio, ma subito dopo nella mia mente scatta l’associazione con la partita della Roma precedente (o seguente) all’evento, e di conseguenza la partita di Totti. Perchè non c’è stata una sola partita della Roma che io abbia mai visto, senza di lui. Ritornando al 2000-01, giocando per strada mi ero appena fratturato due ossa del braccio, all’inizio di Giugno, probabilmente il dolore più forte che abbia mai provato fino ad allora. Ripensandoci, adesso, è proprio vero che il confine fra il dolore più grande e la gioia più sfrenata è largo, e sottile allo stesso tempo.

Il 17 giugno 2001 avrei tanto voluto essere a Roma, ma per ovvi motivi non potevo esserci, e quegli “ovvi motivi” sono i maledetti 800km che mi hanno sempre separato (e tutt’ora mi separano) da quel luogo. La Roma era a un passo dallo Scudetto, doveva vincere però, ed io avevo dentro di me tutta la paura del Mondo, nelle mie sensazioni dei primi minuti, la mia mente che comincia già a rassegnarsi ad ogni passaggio sbagliato, la radiolina che ogni tanto veniva puntualmente sintonizzata sulla gara della Juventus che era già in vantaggio, i miei “no no no, non ce la facciamo”c’era già tutto il negativo dell’essere romanista: il tormento della sconfitta sempre imminente, la paura di perdere tutto all’ultimo. Al diciannovesimo minuto, però, è arrivato il momento che ha trasformato tutto il negativo in positivo. Quando ho visto il numero 10 tirare ho creduto in tutto. Ci credevo, credevo in tutto quello che avevamo aspettato, in tutti i momenti di tristezza che sarebbero andati via, perché se ha segnato lui, allora sì, succederà, sarà nostro.

Di quel gesto tecnico non ne parla mai nessuno, lo avete notato? Eppure è un gol difficile, per chi non si chiama Francesco Totti. La cosa che fa più impressione è il fatto che nella sua corsa verso la Sud, quando toglierà la maglia, la fascia resterà comunque agganciata al braccio. È qualcosa che può sembrare impercettibile, ma che di fatto caratterizzerà tutta la sua carriera da quel momento in poi. Quella fascia non andrà via mai.

 

 

 

 

I festeggiamenti per lo Scudetto durano un’estate intera. Tutte le delusioni, le sofferenze, le angustie di 17 anni sono andate via, e la Roma si è scoperta regina del Campionato, una squadra forte, fortissima, guidata dal giocatore italiano più forte, nato a Roma, cresciuto nella Roma, che arriva quinto nella classifica del Pallone d’Oro 2001 (vinto da Owen), il primo romanista che si avvicina così tanto al podio dai tempi Hassler nel 1992. Quando tocchi il cielo però, è difficile continuare a restare su, anche se il presidente Sensi riesce a trattenere Capello, e tutti i giocatori più forti, e compra due pedine fondamentali come Panucci in difesa, e il giovanissimo Cassano in attacco.

I giallorossi sono anche più forti dell’anno prima, anche se l’Inter e la Juventus sono molto agguerrite. Il campionato si rivela più aperto della stagione 2000-01, con un Totti ancora più raggiante, ancora più in forma, con la voglia di arrivare al primo Mondiale della sua vita come uno dei giocatori più importanti. Segna un gol nel derby d’andata di testa, ed un altro nella storica stracittadina finita 5-1 per la Roma, con poker di Montella, un pallonetto a Peruzzi da antologia, ma anche una rete altrettanto spettacolare contro il Toro in casa, smarcando pure il portiere. Regala magie in continuazione, e diventa ormai in maniera fissa il nuovo 10 degli Azzurri. Intanto la Roma perde incredibilmente l’occasione di agganciare l’Inter in testa, con il pareggio di Venezia, e finisce al secondo posto nel famigerato campionato del 5 maggio.

Gol storico, e maglietta celebrativa per Ilary, futura compagna di una vita.

 

I primi Mondiali di Totti sono tristi, tristissimi. Di Moreno se n’è parlato ampiamente, del terribile scippo alla nostra Nazionale, dell’abuso dei padroni di casa, dell’espulsione insensata ai danni del capitano giallorosso, dell’eliminazione scientifica della squadra più forte del torneo, insieme al Brasile. Quell’avventura, l’ennesima delusione di Totti con la maglia azzurra, comincia a creare un certo distacco fra il numero 10 e il pubblico. I romani, e romanisti, lo adorano come un Dio, mentre in Italia, soprattutto a Milano e Torino, lo guardano con diffidenza. Lui non ha mai nascosto la sua provenienza, anzi, la mette sempre in evidenza quando può, non si nasconde mai quando il presidente Sensi lotta in Lega contro i presunti abusi delle grandi del Nord, anzi, il Capitano giallorosso prende anche diversi deferimenti.

Nell’estate fra il 2002 e il 2003, però, arrivano le prime sirene delle grandi d’Europa. Francesco ha qualche attrito con il presidente, e comincia a pensare ad andar via, seriamente. L’unica squadra che lui vorrebbe, al di fuori della Roma, è il Real Madrid, al quale lui stesso ha segnato nella gara di Champions League al Bernabeu l’anno prima. Più volte Totti ha raccontato quei giorni tribolati, Florentino Perez pronto a presentarlo al Bernabeu, Sensi che alla fine rimette tutto nelle mani del Capitano, un’estate calda e terribile per i tifosi giallorossi.

Ma alla fine, se siamo qui a parlare di una storia d’amore infinita è proprio perché in quel momento Totti ha detto no, al sogno di andare nella squadra più famosa del Mondo, decidendo di restare a casa sua.

 

Anni di ridimensionamento

Per uno strano scherzo del destino, l’edizione della Champions League 2002-03 mette di fronte ancora Roma e Real Madrid. I madrileni, con la loro squadra da sogno (Zidane, Figo, Raul, Roberto Carlos, Hierro, Casillas, Ronaldo) vincono facilmente per 3-0 nella gara dell’Olimpico, ma è il 30 ottobre 2002 il giorno in cui Totti entra definitivamente nella storia della Champions, con una rete decisiva al 27′ permette alla Roma di vincere nella cattedrale del calcio europeo: dopo 35 anni finalmente una squadra italiana espugna lo stadio del Real

 

L’annata finirà con un amaro ottavo posto, ed una finale di Coppa Italia persa contro il Milan, nonostante tre gol leggendari di Totti, tutti e 3 su punizione. Nonostante l’annata negativa, la panchina di Capello è ancora solida, e la Roma si presenta ai nastri di partenza della stagione 2003-04 non come una favorita, ma con una squadra che è orfana di Aldair (ritirato) e di Batistuta (venduto l’anno prima). Antonio Cassano è ormai al centro del progetto, tenuto a bada dall’allenatore friulano, vive sotto le attenzione del Capitano giallorosso, che stringe con il talentuoso barese un’amicizia storica. I due però il meglio lo danno sul campo, dove sono per larga parte una delle migliori coppie offensive che la Roma abbia mai avuto nella sua storia.

La Roma è uno spettacolo, e rimane imbattuta per 14 giornate di fila, per poi capitolare però nello scontro diretto di Milano, contro i rossoneri (futuri campioni d’Italia). Il 18 gennaio 2004 Totti realizza in casa una doppietta contro la Samp (sempre lei..) condita con una rete spettacolare, dalle sembianze maradoniane, poi arriva una sfida importantissima per i piani alti, una classica del calcio italiano: Roma-Juventus. Una gara che Totti sente quasi quanto il derby, e che la Roma gioca in maniera divina. Il risultato finale è clamoroso: 4-0. Totti segna solo su rigore, ma la sua partita è una delle migliori della carriera, confeziona un assist per Cassano, per colpa di una traversa beffarda non segna quello che sarebbe stato il gol più bello della sua carriera, provoca l’espulsione di Montero, e poi per chiudere, “ricorda” a Lippi il risultato della gara, dopo che l’allenatore juventino continuava a lamentarsi in panchina, con un gesto che resterà nella storia

 Quando una traversa ti nega il gol più bello

 

La stagione 2003-04 è, a mio parere, quella in cui Totti fa capire che non importa chi gli stia accanto, è ormai un giocatore di dimensione internazionale e che ci sia Carew, o Batistuta, come prima punta, lui è in grado di far segnare tutti. Dopo le delusioni del 2000 e del 2002 il capitano giallorosso si presenta agli Europei del 2004 come la stella principale, insieme a Beckham, Zidane e Henry. Testimonial Nike di punta, sorvegliato speciale di avversari, nemici e telecamere.

Nella gara contro la Danimarca sarà proprio una ripresa televisiva a punirlo. La marcatura a uomo di Daniel Poulsen è stressante, Totti sente addosso tutta la pressione del grande palcoscenico, e a un certo punto reagisce con uno sputo. Le TV danesi sono le prime a far girare il video, che lo inchioda. Totti viene squalificato per 3 giornate, mentre l’Italia viene eliminata, ma soprattutto perde molto in immagine. L’opinione pubblica italiana non può far altro che condannarlo, mettendo l’episodio in correlazione anche con lo scarso rendimento in maglia azzurra (dimenticando le prestazioni di 4 anni prima), lui perde il contratto con la Nike, ed entra in un vortice di nervosismo che si porterà appresso per mesi. Tutta Italia lo critica, ma Roma non può smettere di stargli vicino, anzi lo coccola ancora di più, lo ama nei suoi momenti felici e tristi.

Nel frattempo però il presidente Sensi, colpito da una malattia, ha ridimensionato le aspettative per il nuovo anno, e in una notte di luglio Fabio Capello decide di lasciare Roma, per andare all’odiata Juve, portando con sé Emerson e Zebina. La città insorge, Capello è un traditore, ma Sensi ha già designato il successore: Cesare Prandelli, emergente e sorprendente allenatore del Parma. Il futuro CT della Nazionale però, a sua volta, viene colpito da una grave disgrazia in famiglia dopo poche settimane di ritiro, e deve lasciare il posto, così nella confusione totale a Trigoria cominciano ad avvicendarsi diversi tecnici, e senza stabilità la Roma affonda, tenuta a galla solo dal Capitano, che in occasione della gara di Dicembre contro il Parma realizza una doppietta e diventa il più grande realizzatore della storia della società capitolina.

107 gol e i suoi tempi “da centravanti” non sono neanche lontanamente vicini.

 

Nel momento più difficile il figlio prediletto diventa Re, e anche l’unica ancora di approdo. La Roma termina con 45 punti la stagione più deludente della sua recente storia, con Bruno Conti in panchina nelle ultime gare.

 

Dall’esperimento Falso Nove a Berlino

 

Per ricominciare, nel 2005, si sceglie Luciano Spalletti, un allenatore che si legherà in maniera positiva e negativa alla storia del numero 10 romano. Il primo Spalletti, arriva a Roma da una grande esperienza ad Udine, ma senza un curriculum di grande successo. In estate la Roma viene ulteriormente ridimensionata, ma Spalletti riesce a dare uno stile di gioco alla squadra, seppur raccogliendo risultati abbastanza modesti, viste soprattutto le rivali. 

Spalletti litiga con Cassano, diventato ormai ingestibile a livello caratteriale, e (si dice) lontano anche da Totti, con in quale non va più d’accordo da quando il numero 10 ha deciso di coronare uno dei suoi sogni, ovvero trovare una ragazza per bene e sposarla. La squadra giallorossa alterna prestazioni incredibili a delusioni ancora più grosse, così arrivano le sconfitte in casa con Udinese e Palermo, ma anche una vittoria leggendaria a Milano, contro un’Inter stellare, con una rete semplicemente da antologia di Totti, per il sottoscritto, la più bella della sua carriera.

Il pallonetto incredibile, dopo una progressione di forza e classe. Uno dei tanti gol pazzeschi che Totti regala alla sua Roma quando si gioca a San Siro.

 

La svolta arriva in una fredda notte genovese, si gioca Sampdoria-Roma, Spalletti non ha a disposizione neanche una prima punta, si inventa uno strano modulo, con uno strano modo di giocare. 4-2-3-1, con Totti prima punta, a replicare i movimenti ormai antichi di Nandor Hidegkuti, il primo falso centravanti della storia del calcio. L’esperimento riesce benissimo, nonostante la partita finisca solo 1-1. Totti si trova a meraviglia nel nuovo ruolo, dove può utilizzare tutta la sua maestria nel controllare la palla spalle alla porta, e la sua visione di gioco da extraterrestre. La Roma la settimana dopo vince in casa col Chievo, e non si ferma più: Treviso, Milan, Reggina, Udinese, Livorno, Parma, Cagliari, Siena… Empoli.

19 febbraio 2006, Stadio Olimpico, Roma-Empoli. Dopo 12 minuti di gioco la marcatura a uomo di Vanigli su Totti diventa esagerata, il fallo da dietro è terribile, l’urlo del Capitano gela tutto lo stadio. Fra 5 mesi si dovrebbe giocare il Mondiale in Germania, a 30 anni Francesco subisce un infortunio che stroncherebbe la carriera a tutti. Il numero 10 giallorosso esce in lacrime, mentre la Roma porta a casa la decima vittoria consecutiva. 

https://youtu.be/Tawk5ArMyqM

 

La settimana dopo si gioca il Derby, un derby per la storia, perché la Roma con 11 vittorie consecutive farebbe il record della Serie A. Totti, però, non c’è… ma in realtà c’è. Spunta in Curva Sud, con le stampelle, in mezzo alla sua gente. La squadra vince 2-0, regalando un calcio meraviglioso, e dedica la vittoria al suo Capitano, che intanto ha in mente due idee fisse, una persona e un luogo: sono Marcello Lippi, Ct della nazionale, e la Germania.

 

Spalletti sotto la Curva dopo il derby vinto, a rivederla ora fa un po’ sorridere la foto, ma nella prima esperienza dell’allenatore toscano i due si sono capiti, e voluti bene.

 

Frattura del perone con interessamento dei legamenti della caviglia sinistra. La diagnosi è terribile, ma non scoraggia il Capitano giallorosso, che riceve ogni settimana una telefonata da Marcello Lippi: «Francè, io ti aspetto, recupera tranquillo». Lo storico allenatore della Juventus sa quanto può essere importante Totti, anche solo come uomo spogliatoio, così l’attesa non è vana.

Il 12 giugno 2006, 4 mesi dopo l’intervento killer di Vanigli, Francesco Totti gioca da titolare Italia-Ghana (2-0), uscendo al 56′. Non è una prestazione sontuosa, ma collezionerà un assist vincente. Nella gara successiva, contro gli USA, il numero 10 esce al 35′, ma nell’ultima gara contro la Repubblica Ceca colleziona un altro assist, e 90 minuti pieni. L’Italia accede agli Ottavi, ma ancora una volta tutta l’opinione pubblica italiana critica il CT, per la scelta di portare con sé un giocatore semi-rotto. In Italia non è un periodo felice per il calcio, scoppia il bubbone Calciopoli, che porterà la Roma a giocare la Champions 2006-07, ma soprattutto la Juventus in Serie B. Come sempre però, quando in Italia si critica, la nostra Nazionale rende di più, nel frattempo si avvicina la gara valida per gli ottavi di Finale, contro l’Australia. Sembra un sorteggio semplice, ma la gara si mette in salita al 50′ quando Materazzi viene espulso. Totti non è titolare.

 

4 mesi, in un instante

L’Estate 2006 la ricordo molto bene. Calda, come sempre, e piena di chiacchiere e litigate. È impossibile non pensare a Calciopoli, al polverone incredibile che si stava sollevando sul calcio, e che lasciava fuori da tutto la Roma. Per questo personalmente mi sono approcciato ai Mondiali tedeschi con una certa tranquillità: la squadra era forte, e incredibilmente Lippi ha aspettato Totti.

L’allenatore più juventino che esista, che tiene uno slot libero per il giocatore che meno di tutti incarna lo juventinismo. Le prime partite di Totti, addirittura da titolare, per me furono un’emozione, perché non lo vedevo giocare da mesi, e da ben 2 anni in una competizione importante con la maglia azzurra, ma il peggio veniva il giorno dopo. A sentire, e leggere, i giornali, era un fantasma in campo, addirittura un peso per una squadra che “andava male”.

Andava agli ottavi di finale.

26 giugno 2006, sono quasi le 7 del pomeriggio. Italia-Australia è la tipica partita ostica, che ci ritroviamo ad affrontare contro avversari che non ti aspetti. Alla fine Lippi ha ceduto, non ha messo dal primo minuto Totti, ma ha deciso di farlo entrare a un quarto d’ora dalla fine. Ricordate quando vi dicevo che avevo un rapporto contrastante con i rigori di Totti? Ecco, credo che l’apice sia arrivato proprio quando al 95′ di quella partita, a 4 mesi dall’infortunio, con ancora le viti nelle gambe, a battere il rigore decisivo ci va lui: Francesco Totti, da Roma, capitano giallorosso, numero 10 della Roma e della Nazionale, ma soprattutto, designato capro espiatorio di una fallimentare eliminazione agli ottavi contro l’Australia.

Per un attimo ho tentennato, ho avuto seriamente paura che sbagliasse, o che peggio, facesse il cucchiaio sbagliando. Ma poi un’inquadratura veloce è passata sul suo sguardo. Tutta Italia ha capito:

“Lo segna, in qualsiasi maniera lo tirerà, segnerà. È destino.”

Non ho mai gioito così tanto in vita mia per il gesto di un singolo, non ho pensato alla nazionale che passava ai quarti (in effetti c’era un po’ di delusione per come ci stavamo arrivando), non ho pensato alla possibilità di giocarci un Mondiale, ho pensato ad un tragitto pieno di difficoltà che aveva intrapreso Francesco, e che lo aveva portato fin lì, alla gioia più grande. Avrebbe potuto restare a casa, dire a Lippi che non poteva farcela, e chi lo avrebbe biasimato? Ma no, ha scelto di esserci, con una gamba e mezzo, ma con un cuore grande così.

 

La Roma celebra i suoi Campioni del Mondo, Totti, De Rossi e Perrotta, e si prepara ad una stagione da protagonista, dopo la rivoluzione di Calciopoli. L’Inter è campione d’Italia in carica, i giallorossi passano dal quinto posto al secondo, ma hanno comunque una squadra poco attrezzata, perché economicamente la famiglia Sensi non può più sostenere i costi di un undici da livello internazionale. Ma questo non frena le ambizioni di Luciano Spalletti, che cuce la squadra attorno al suo falso centravanti, Francesco Totti, che regala magie su magie, a 31 anni, proprio quando tutti avevano pensato che dopo quell’infortunio la sua carriera sarebbe velocemente finita.

I giallorossi regalano grande calcio, anche se l’Inter di Mancini è una macchina da guerra, nel giro di 10 giorni, a novembre, la Roma rifila 2 gol al Milan a San Siro con una sforbiciata meravigliosa di Totti, 7 gol al Catania in casa, e 4 gol alla Sampdoria a Genova. Proprio a Marassi Totti realizza una rete che per molti è la più bella della sua carriera (io mi sono già espresso prima), ma che di sicuro è la più difficile. Un tiro al volo di sinistro, da posizione defilatissima di una bellezza unica, che fa alzare in piedi anche i tifosi della Samp per applaudire il Capitano giallorosso.

La Roma è un’altalena di emozioni e delusioni, la più dura arriva nella serata terribile dell’Old Trafford, in cui i giallorossi subiscono 7 reti dallo stellare Manchester United di Ferguson (che l’anno dopo vincerà la Champions), mentre l’Inter vola sempre di più verso lo Scudetto, il secondo posto dei giallorossi è comunque un grande premio. Ma, a proposito di premi, Totti, a un anno dall’infortunio, ne insegue uno che sembrava inconcepibile per un giocatore famoso fino a pochi anni fa come un trequartista classico: la Scarpa d’Oro. Con la doppietta nell’ultima gara in casa, contro il Messina, Francesco fa 32, batte Van Nisterlooy, e vince l’ambito trofeo individuale.

Totti festeggia con il figlio Cristian, e il presidente Sensi. Pochi mesi dopo il “secondo padre” del Capitano giallorosso morirà.

 

Due giorni dopo la morte del compianto presidente Sensi, la Roma conquista la Supercoppa Italiana a Milano, e si prepara ad una stagione da protagonista, con il suo Capitano in pieno spolvero, e un gioco ormai più che collaudato. L’Inter di Ibrahimovic è forte, fortissima, ma la Roma riesce a tenerle testa fino al pareggio casalingo con il Livorno, giorno in cui Totti ancora una volta si infortuna gravemente: lesione del crociato destro. Questa volta sembra veramente tutto finito. I giallorossi con orgoglio reagiscono, e si giocano tutto fino all’ultima giornata, dove a Catania pareggiano per 1-1, mentre l’Inter a Parma conquista il titolo.

Nella stagione seguente Spalletti rimane a Roma, ma è chiaro che qualcosa non va più, nel suo gioco, ma soprattutto dentro lo spogliatoio. Ancora oggi non si capisce se veramente abbia litigato in quel periodo con Totti, fatto sta che al termine della deludente stagione 2008-09, e dopo due gare della stagione seguente, l’allenatore toscano si dimette, lasciando il posto a Claudio Ranieri. Romano e romanista, come Totti, come De Rossi. Il tecnico con grande esperienza mette tutto al posto giusto in poco tempo, e rimette in carreggiata la squadra giallorossa.

La tempesta perfetta

Una volta l’anno (non l’anno prossimo, però) i maledetti 800km fra me e la Roma si accorciano, e diventano 200. Una distanza comunque grossa, considerando le condizioni in cui bisogna percorrerli, ma che mi ha permesso di vedere la mia squadra del cuore qualche volta, quando ho potuto. Il Palermo-Roma che è entrato per sempre nella mia mente si gioca il 23 settembre 2009.  

Ranieri è l’allenatore della Roma da appena 10 giorni, mentre ci avvicinavamo a Palermo si cominciava a capire cosa ci aspettava: una tempesta colossale, qualcosa di unico qui in Sicilia. Non ho mai visto cadere così tanta acqua dal cielo, la paura più grossa era quella che la partita venisse sospesa, e in effetti le condizioni c’erano tutte.

Alla fine il match comincia, vedo il Capitano per la prima volta dal vivo, schierato accanto a Vucinic in un 4-4-2. Dal vivo sembra ancora più meraviglioso il modo che ha di stare in campo, sempre pronto a dar appoggio ai compagni, sempre con la testa alta a memorizzare con qualche secondo d’anticipo la posizione degli altri, a calcolare gli spazi, per poi permettersi di inventare magie. La Roma era ancora convalescente, però, e il Palermo non era male. Al 90′ per un fallo evidentemente viziato dal campo pesantissimo, viene concesso un rigore alla Roma, e sul dischetto può andare solo lui.

Il rigore è un missile, la Roma pareggia 3-3, e porta a casa un punto importantissimo, in condizioni sfavorevoli, ed io vedo esultare il Capitano sotto il settore ospiti. Abbiamo continuato a cantare per tutta la sera, sotto la pioggia che non finiva mai di scender dal cielo, felici come non mai. Forse, qualcosa dentro di noi ci diceva che quell’annata non sarebbe andata male, come sembrava…

 

La Roma inanella 24 risultati utili consecutivi, una rimonta straordinaria sulla grande Inter di Mourinho, che ha il suo punto più alto quando l’Inter pareggia 2-2 a Firenze, e i giallorossi vincono in casa contro l’Atalanta, passando al primo posto. Il primato viene conservato anche durante il derby, vinto in rimonta con doppietta di Vucinic, ma la Roma cade, clamorosamente, il 25 aprile, in casa contro… la Sampdoria. Totti va a segno al 14′, tutto sembra essersi messo al posto giusto con la sua rete, ma poi una direzione di gara quanto meno discutibile, ed una splendida doppietta di Pazzini, rovesciano le sorti del campionato.

I giallorossi terminano un altro campionato al secondo posto, a 2 punti dall’Inter, e perdono anche la finale di Coppa Italia contro i rivali nerazzurri. Nella gara, giocata all’Olimpico, Totti, stanco di ricevere insulti da Balotelli, gli rifila un calcio durissimo, facendosi espellere. Uno degli episodi che lo rende un calciatore non amato proprio da tutti, il lato oscuro di un campione quasi immacolato, l’unico appiglio al quale ancora oggi si attaccano i detrattori, che non sanno accettare una serie di realtà che invece sono evidenti agli occhi del Mondo. Totti termina comunque la stagione segnando 25 reti, ma nella stagione seguente, alla quale la Roma si prepara tenendo tutti i suoi giocatori più forti e facendo una discreta campagna acquisti (arriva Borriello) nello spogliatoio più tormentato d’Italia si rompe di nuovo qualcosa: Ranieri non è più l’uomo dei miracoli, e al termine di un clamoroso Genoa – Roma 4-3 (rimonta dei genoani dal 3-0 iniziale della Roma) viene esonerato, al suo posto in panchina si siede l’amico di una vita: Vincenzo Montella

Nella brutta annata giallorossa ci sono comunque 4 derby vinti in una stagione, 2 in campionato e 2 in Coppa Italia. Qui, la doppietta nella seconda sfida di Campionato.

 

Arrivano gli Americani

 

L’estate 2011 è una delle più tribolate della storia giallorossa. Rosella Sensi vuole vendere la Roma, i tifosi giallorossi sono stanchi della vecchia gestione e insorgono ormai da anni, e alla fine la società viene ceduta a un gruppo di imprenditori statunitensi guidato inizialmente da Thomas DiBenedetto, che scelgono di riaffidare la squadra alle sapienti mani di Franco Baldini, e ai colpi di mercato di Walter Sabatini. L’allenatore che i dirigenti scelgono per cominciare il nuovo corso è Luis Enrique, storico centrocampista del Barcellona, che vuole subito imporre una filosofia diversa nella Capitale, ma forse lo fa nel modo sbagliato. Alla prima gara ufficiale, il preliminare di Europa League, tiene in panchina proprio Totti, mandando in campo Okaka, giovane giallorosso. A Roma si monta il caso, mentre la gestione Enrique continua sotto i peggiori auspici, anche se alla fine Totti si riprende il suo posto da titolare.

 

 Roma-Cesena 5-1, Totti realizza una doppietta meravigliosa, arriva a 211 reti in Serie A e diventa il giocatore ad aver segnato più gol in Serie A con la stessa maglia, superando Gunnar Nordahl, autore di 210 centri con il Milan.

 

Il calcio di Enrique è totalmente diverso da quello che sta maturando in Italia, dove la Juventus torna a vincere con Antonio Conte in panchina, e il ritorno in voga della difesa a 3. Daniele De Rossi poche settimane fa ha raccontato di quanto per lui fosse geniale il gioco dell’allenatore andaluso, ma il solito ambiente che circonda la squadra giallorossa, che deprime, o manda alle stelle, con una velocità impressionante, logora Enrique, che lascia con un eloquente: “Cosa ho fatto per meritarmi tutta questa merda?“. Totti dopo 11 stagioni consecutive chiude senza andare in doppia cifra come reti, ma in estate arriva una sorpresa molto gradita al Capitano: Zdenek Zeman torna ad allenare la Roma.

Ancora una volta lo scetticismo accerchia la figura di Totti, tutti si chiedono se a 36 anni il numero 10 è in grado di sostenere i livelli di allenamento di Zeman, ma soprattutto se troverà posto nell’undici iniziale. Zeman risponde facendo capire subito a tutti come andrà: Totti torna sulla fascia, come nel 1998, e torna a fare magie. Sembra veramente immortale, molti suoi compagni di squadra dimostrano segni di insofferenza nei confronti dei metodi del Boemo, ma lui segna quasi ogni domenica, e regala spettacolo. Nella seconda giornata di campionato regala un’altra serata difficile da dimenticare alla platea di San Siro, realizza un assist per Florenzi e un’altra per Osvaldo, tagliando due linee avversarie con un filtrante, una delle sue specialità.  Contro la Fiorentina in casa fa doppietta di reti, ed assist, nell’altro 4-2 casalingo rifilato al Milan realizza un altro assist geniale, e nel big match contro la Juventus, ma nella gara contro il Cagliari, nonostante il suo gol su punizione, la Roma capitola in maniera imbarazzante e Zeman viene esonerato

 

Il finale di stagione della Roma, con Andreazzoli in panca, è da horror, gli unici due sprazzi di luce li regala proprio il Capitano, che il 16 febbraio con un fulmine a 113 km/h fulmina la Juventus di Conte, segnando un altro gol all’amico Buffon, e poi un mese dopo, contro il Parma in casa segna il 226esimo gol in Serie A, superando Nordahl e diventando il secondo marcatore nella storia del campionato italiano (dietro al solo Piola, che segnò molte reti in un periodo totalmente diverso), il tutto nell’anno in cui è stato ancora una volta spostato dal centro dell’attacco alla fascia. Ad oggi, è ancora lì, al secondo posto, e l’unico giocatore in attività che potrebbe insidiarlo è Alberto Gilardino, con 188 reti al nono posto. Intanto in estate James Pallotta, nuovo presidente della Roma, rinnova il contratto del Capitano, in scadenza, con un accordo che si estende fino al 2016.

https://youtu.be/BO0psfkhjEI

Mettendo le mani Buffon avrebbe potuto rischiare qualcosina. Il “siluro” di Totti è imprendibile.

 

Ritorno fra i grandi

La finale del 26 maggio 2013 fra Roma e Lazio mette fine al progetto giovani della società americana. Sabatini vende Lamela, Marquinhos e Osvaldo, e sceglie come allenatore Rudi Garcia, vincitore di una sorprendente Ligue 1 con il Lille. A Roma l’ambiente è arrivato ormai al livello più ingestibile, ogni giorno a Trigoria ci sono contestazioni, ma Garcia riesce ad isolare la squadra, e rimette Totti al centro dell’attacco. La Roma, sorprendentemente vince le prime 10 gare, superando il record di vittorie consecutive all’inizio del campionato, e mette in luce un gioco ben definito per far risaltare le caratteristiche di Gervinho, Maicon e Strootman, nuovi acquisti estivi.

La stagione è di altissimo livello, Totti torna a fare il falso nove ed è perfetto per il gioco di Garcia, quando si infortuna per due mesi a fine ottobre, la squadra ha un grosso calo e perde molto del vantaggio che aveva preso sulle inseguitrici, i giallorossi però trovano il loro equilibrio con una difesa finalmente granitica, un centrocampo ben costruito con i dolci piedi di Pjanic, il solito De Rossi in mediana, e Strootman (in seguito Nainggolan) a completare il reparto, mentre Gervinho e Florenzi sono le ali perfette che Totti può lanciare con i suoi ormai leggendari filtranti, da tutte le distanze, di tutte le lunghezze, anche con spalle alla porta. La Roma supera il suo record di punti in campionato, arrivando a 85, ma davanti c’è una Juventus troppo forte, che ne fa 105. I giallorossi, però, tornano in Europa dalla porta principale.

In estate viene ceduto Benatia, mentre Castan viene colpito da una brutta malattia, e le solidità difensive della Roma si sgretolano. Il gioco di Garcia è sempre più prevedibile, meno spumeggiante, nonostante arrivi qualche grande notte. Una di queste, la vive da protagonista Francesco Totti, che all’Etihad Stadium nella sfida di Champions contro il City, al 23′ segna la rete del pareggio con un cucchiaio meraviglioso su Joe Hart, diventando il giocatore più “anziano” ad aver segnato un gol nella storia della Champions League a 38 anni e 3 giorni

Un gol storico non poteva che essere realizzato con il Cucchiaio, il marchio di fabbrica.

 

Lo stadio di Manchester lo applaude, ma il meglio della stagione deve ancora venire.

 

Rovesciata, e selfie

Francesco Totti è il giocatore che giocato più derby di Roma nella storia, quello che ha segnato più gol nella stracittadina, quello che ne ha vinti di più, ma anche che ne ha persi di più.

Ogni derby di Totti è stato unico, una partita a sé stante, in alcuni casi un dramma, psicologico e fisico, in altri (la maggior parte di essi) una gioia. Gli ultimi due gol di Totti in un derby arrivano l’11 gennaio 2015. La Roma di Garcia sta tentennando, non è per niente solida e forte come l’anno prima, e si trova di fronte una grande Lazio, che va in vantaggio con Mauri, e con un gran gol di Felipe Anderson.

Sembra uno di quei derby persi in partenza, fino a quando non si entra negli spogliatoi col risultato di 2-0. Non so cosa sia successo di preciso nella mente di tutti i giocatori della Roma, ma sono quasi sicuro di cosa abbia pensato Totti: “No, questo non lo perdo.”

Erano settimane che si parlava di un possibile addio del Capitano: veniva definito vecchio, logoro, un gran calciatore, ma ormai arrivato alla fine.  Un errore che hanno fatto in tanti, dal 2007 in poi…

Appena rientrare sul campo le squadra, si vede una Roma diversa, Strootman mette un pallone a centro che passa davanti la difesa della Lazio, e lui è lì, a colpirlo, con un colpo di piatto semplice ma deciso. 1-2. La palla torna al centro, c’è tempo per fare la storia.

Quindici minuti dopo si replica quasi l’azione che ha portato al primo gol del Capitano, questa volta a crossare è Holebas, il traversone va verso il secondo palo, sulla palla si fionda ancora il numero 10, che straordinariamente si coordina colpendola con una semirovesciata in volo.

A 38 anni, 3 mesi e 25 giorni Francesco Totti realizza una rete che qualsiasi altro calciatore alla sua età, seppur ben allenato come lui, non proverebbe neanche a fare, e io, a 23 anni, 5 mesi, 10 giorni, perdo definitivamente la voce per circa una settimana.

Prima delle urla di gioia però, l’incredulità. Come ha fatto?  È vero, è TUTTO vero? Nel frattempo Totti regala al Mondo l’esultanza più iconica degli ultimi anni, facendosi dare l’Iphone e scattando un selfie con la Curva Sud. Il giorno dopo i giornali di tutto il Mondo parleranno dei due gesti (quello pazzesco sul campo, e quello tecnologico appena fuori dal rettangolo verde) come di due capolavori strettamente collegati, i tabloid inglesi parlano di Totti come del “calciatore più figo che sia mai atterrato sul pianeta Terra”, in Italia, ovviamente, infuria la polemica.

Il gesto di Totti, tuttavia, è chiaro. Non è ancora tempo di andar via dal mondo del calcio, che si sta rivoluzionando, anzi, con la rovesciata, ovvero uno dei gesti più belli e storici dello sport, il numero 10 rimette tutto a posto, con il selfie si mette alla pari coi tempi… 

 

La Roma termina l’anno ancora una volta seconda, battendo la Lazio nel derby spareggio  per l’Europa grazie alla rete di Yanga Mbiwa. Forse, col senno di poi, quel secondo posto farà più male che bene ai giallorossi, che si illudono di poter tenere ancora viva l’esperienza di Garcia sulla panchina.

 

Seconda Era Spalletti, ultimi giorni

 

Rudi Garcia resta sulla panchina della Roma, nonostante i litigi con Pallotta, mentre in estate la società gli regala una campagna acquisti per niente male: arriva Edin Dzeko dal City, Szczesny dall’Arsenal, Rudiger dallo Stoccarda, Digne dal PSG, Salah dalla Fiorentina. Per la prima volta Totti non è più sicuro del posto, perché è arrivato un 9 vero. Nel frattempo i problemi fisici per il numero 10 cominciano a farsi frequenti, e la terza Roma di Garcia è un vero disastro. I giallorossi addirittura escono dalla Coppa Italia per mano dello Spezia, il 9 gennaio 2016 dopo Roma-Milan 1-1 il tecnico francese viene esonerato, mentre a Boston dal presidente Pallotta si decide il futuro della squadra giallorossa, e il nuovo tecnico sarà Luciano Spalletti. Un ritorno graditissimo per tutti, non si capisce se però va bene a Totti.

Prima foto per i due protagonisti della Roma 2005-2009 al ritorno a Trigoria.

 

Totti gioca poco, Spalletti ha trovato il modo di far rendere bene i giallorossi addirittura tenendo in panchina pure Dzeko, e vuole arrivare in Europa. Al Bernabeu, intanto, nel ritorno degli ottavi di Champions, arriva la standing-ovation dello stadio che lo ha visto protagonista diverse volte e che forse più di tutti lo ha bramato. Alla vigilia di Roma-Palermo, però, scoppia la bomba. Totti all’oscuro della società e dell’allenatore rilascia un’intervista al TG1, chiedendo rispetto per la sua figura. Spalletti, il giorno dopo, lo manda in tribuna, sostanzialmente fuori rosa, e Totti va via da Trigoria. Tutto il paese calcistico è sconvolto, il Re di Roma spodestato da un allenatore, la città romanista si divide in due, perché nel frattempo Spalletti sta riportando la squadra giallorossa in alto. Il 3 aprile la Roma vince il derby per 4-1 ma Totti non entra in campo, le televisioni non fanno altro che parlare del caso, la leggenda che viene trattata male, alla quale viene negata l’ultima presenza nella gara più importante, perché il contratto di Totti in effetti è in scadenza a giugno. Poi però, come in una specie di favola, succede, anzi, riaccade, qualcosa che Francesco ha nelle sue corde da decenni: ogni volta che lo criticano, ogni volta che lo trattano male, lui ha un modo solo di rispondere, sul campo. 

Entra in Atalanta-Roma 3-2, e realizza la rete dell’3-3, in Roma-Napoli con una magia propizia la rete di Nainggolan, in Genoa-Roma segna il 2-2 su punizione che aprirà la rimonta della Roma. Grazie alle sue giocate la Roma guadagna 10 punti, 3 di questi, però, hanno bisogno di un racconto a parte.

 

Da Re a Dio

Non mi sono mai espresso sul casino (perché di questo si parla) sollevato da Totti alla vigilia di Roma-Palermo. Non ero contento, perché non mi aspettavo quelle parole in un momento positivo per la Roma, un momento in cui la rincorsa al posto europeo si faceva concreto, in cui il lavoro di Mister Spalletti cominciava a dare i primi risvolti. Allo stesso tempo, però, non ero pronto all’addio di Totti, aveva giocato poco, e per la prima volta non era più indispensabile, ma è troppo difficile dire addio ai proprio campioni.

Roma-Torino arriva dopo un pareggio all’ultimo minuto, deciso proprio da Totti, a Bergamo, e dopo una settimana stressante… perché col tempo ho imparato che il calcio è una cosa meravigliosa, ma le chiacchiere inutili sul calcio sono le peggiori. La gara contro il Torino diventa improvvisamente difficile quando, all’8oesimo minuto, Martinez realizza il 2-1 per gli ospiti, dopo una serie di eclatanti rigori non dati ai giallorossi. La Roma rimane al terzo posto, con quel risultato, ma rischia di riaprire la corsa, con l’Inter ad appena 4 punti di distanza. Poi però, arriva l’86esimo minuto di quella gara, che stavo odiando con tutto me stesso, entra Francesco Totti, poco prima di un calcio di punizione, il momento in cui lo sport si sposta, e lascia spazio alla mistica, a qualcosa che va oltre tutto, oltre la razionalità.

Mio padre sentenzia: “Ma che senso ha, metterlo ora?”

Dopo 30 secondi, Pjanic mette la palla al centro, Manolas la spizza di testa, Dzeko, quasi come se avesse presagito qualcosa, si sposta, a toccarla, di destro, in spaccata, è lui, che aveva appena finito la corsa da bordo campo all’area di rigore. Increduli esultiamo come dei matti, mentre Totti si direziona verso una Curva Sud tristemente semi vuota, ma impazzita di gioia. Ma il miracolo è solo a metà… mentre ancora ebri dalla rete del pareggio ci risediamo a guardare la partita, il rigore che la Roma avrebbe meritato, viene assegnato, e sul dischetto chi potrebbe andare?

Ancora una volta… ricordate il mio rapporto con i rigori di Totti? Questo è il punto in cui sono arrivato alla consapevolezza che lui, quelli importanti, non potrebbe mai sbagliarli, perché se ci fosse un giocatore che sceglierei anche fra 40 anni per battere un rigore decisivo, chiamerei sempre lui. Quindi, perché nascondere gli occhi dietro le mani? Perché girarsi dall’altro lato? Perché fare gesti scaramantici?
La palla entra, perché così doveva andare, perché quella partita doveva entare nella storia, perché l’Olimpico doveva piangere di gioia ancora una volta per le gesta di un campione immortale che ormai non è più neanche un Re, è una divinità. Non ho urlato, questa volta, non sono andato in ginocchio davanti la TV, non ho esultato, ricordo di aver pianto di gioia anche io… per la prima volta nella mia vita, quasi vergognandomene, cercando di non farmi sentire, perché avevo tenuto tutta la rabbia delle polemiche, delle parole, delle divisioni, tutte dentro, e perché improvvisamente se n’è andata via.

Qualche settimana dopo Totti prolungherà il contratto, perché solo un pazzo poteva impedire qualcosa che il destino aveva indicato.

 

Il rinnovo a Totti arriva quasi a furor di popolo, perché tutta Italia si è finalmente accorta dello straordinario fenomeno naturale che è Francesco Totti, che alle soglie dei 40 anni è ancora decisivo in Serie A. Pallotta concede il rinnovo come calciatore per un’altra stagione, allungando l’accordo per 6 anni come dirigente. La sua magia non si spegne con la fine della stagione, perché ad inizio 2016-17 c’è un Roma-Sampdoria che ha qualcosa di metafisico.

La gara viene sospesa sul 2-1 per i blucerchiati per via un diluvio quasi universale. L’arbitro aspetta più di un’ora prima di riprendere la gara, e Spalletti, al rientro, mette in campo sia Dzeko che Totti. Il numero 10 regala un assist fantascientifico al bomber bosniaco, e poi completa la rimonta con un rigore e una corsa sotto la Curva. Nel frattempo, il sole aveva invaso di nuovo la città eterna.

 

È evidente però che, nonostante i piedi siano ancora magici, il fisico del Capitano in un calcio che diventa sempre più fisico e sempre meno fantasioso, sia ormai superato. Gioca qualche spezzone di gara, da titolare solo in Europa League, mentre la Roma ha trovato un modo di giocare nuovo, diverso, che ha messo al centro di tutto Dzeko. Il caso Totti scoppia ancora quando in Milan-Roma San Siro è pronta ad applauidre per l’ultima volta il campione romano, ma Spalletti gli nega la presenza per conservare il vantaggio, e in contemporanea addirittura afferma di essersi pentito di aver accettato il ritorno a Roma. 

Ma stiamo ormai parlando di cronaca, l’ultima gara di Totti nel suo Stadio è Roma-Genoa. 

 

Fine

Sono sull’aereo di ritorno da Roma, seduto accanto a me c’è mio padre, che sonnecchia. Io non ho chiuso occhio questa notte, sperando di poter finalmente riposare in aereo, confortato dal fatto di volare su Roma, sull’Italia, lontano per almeno un’ora da tutte le parole.

Continuo a pensare a quello che verrà, e a quello che è appena successo. Ho fatto i maledetti 800km per vedere l’ultima partita di Totti, era un pellegrinaggio che avevo programmato da anni, ma che era stato sempre fortunatamente rimandato. Sono ore che mi faccio la stessa domanda.

E adesso?

Ormai avrete capito, il calcio per me è cominciato più o meno quando ho visto Totti, e adesso che lui non sarà più sul campo (quantomeno non con la maglia della Roma) ho paura che lascerà un vuoto troppo incolmabile anche nella mia vita.

Il calcio ormai è parte di me, non c’è dubbio che continuerà a seguire tutti i campionati che mi piacciono, a passare notti insonni guardando partite del sudamericano under 20, o del campionato riserve spagnolo. Ovviamente continuerò a seguire la Roma, la squadra che ho imparato ad amare (perché il tifo è un’altra cosa, è solo una piccola parte)… ma ne varrà la pena? Vi ho già accennato all’abitudine che ho di ricordare gli avvenimenti della mia vita per poi agganciarli matematicamente alle partite della Roma e di Totti. Ho litigato, e litigo tutt’oggi, con tante persone per il calcio. Se guardo almeno 2 partite al giorno, se scrivo di calcio, se respiro,  penso e vivo calcio lo devo principalmente ad una persona sola: Francesco Totti.

Perché è vero che negli ultimi anni non ha giocato così tanto, ma sapevo che lui era lì. È vero che la Roma pian piano è diventata più forte, e può quasi farne a meno, ma comunque sapevo che lui era lì, pronto a far qualcosa per la nostra maglia.

E adesso?

Penso che questa storia d’amore, quella di Totti con la Roma, debba essere tramandata. Pensateci un po’ su… tutta la sua carriera è un grande, immenso, messaggio mandato alle nuove generazioni.

Un messaggio che parla di sogni, diventati realtà, di appartenenza. Francesco Totti mi ha insegnato a capire il valore della famiglia e dell’amore per la propria terra, sopra ogni cosa.

Mi ha insegnato a mettere di lato gli interessi più grossi, perché per andare avanti nella vita bastano gli affetti, basta avere vicino le cose e le persone più care.

Mi ha insegnato ad accettare i momenti tristi e le ingiustizie, perché danno valore ai momenti felici, ma soprattutto a stare accanto a chi ti è vicino, soprattutto quando qualcosa non va, a credere nelle sue idee quando nessuno lo farebbe.

Mi ha insegnato che lo sport, il calcio, non può essere solo una palla che rotola, inseguita da 22 uomini. Come fa ad essere solo questo?!

Il calcio è una metafora della vita, e per quanto riguarda insegnerò ai miei figli che nel calcio, come nella vita, non vince chi fa più gol, chi alza più trofei, chi guadagna di più.

No, vince chi la vive con più amore, chi ce ne mette dentro così tanto da scoppiare. Vince chi è e sarà come lui, l’Infinito, Immenso, Irraggiungibile, forse sì, Imperfetto, ma così reale, vero ed autentico, Francesco Totti.

Capitano della Roma, figlio di Roma, Eterna bandiera della Roma.