Cafù: il Pendolino che ha unito due continenti

Il 7 giugno 1970 il grande Brasile di Pelè è in Messico, a giocare per la storia. Sta affrontando l’Inghilterra a Guadalajara, nella seconda gara della fase a gruppi. Mentre tutto il paese è incollato alle poche TV disponibili, e, più che altro, alle radioline, nel povero quartiere Jardim Irene di San Paolo, nasce Marcos Evangelista de Moraes, il primo genito della famiglia, che avrà altri 5 figli.

Quando nasci, e provi a crescere a Jardim Irene, fra le favelas e la criminalità, speri che tuo figlio possa fare una vita dignitosa, che possa permettersi i soldi per comprare delle scarpe, e il pane, magari non ogni giorno, ma almeno due o tre volte la settimana. Nessuno poteva immaginare che quel giorno sarebbe nato l’erede di Carlos Alberto, che proprio in quel pomeriggio correva sulla fascia destra, e a distanza di due settimane guiderà il Brasile alla sua terza Coppa Rimet.

Il giovane Marcos, diventa subito Cafù, perché il padre è un grande tifoso del Fluminense, ed adora Cafuringa, l’ala destra degli anni ’70. In effetti Cafù eredita anche la passione del padre per il calcio, e gioca, fra i sassi, la sabbia, e i mille ostacoli. Viene scartato però nei vari provini da Corinthians, Atletico Mineiro e Palmeiras, fino a quando, all’alba dei 18 anni, non lo chiama proprio il club della sua città, il San Paolo.

In 5 anni, dal 1989 al 1994, vince praticamente tutto quello che c’è da vincere in Sudamerica: 3 campionati Paulisti, 1 campionato brasiliano, 2 coppe Libertadores, 2 Intercontinentali, e diversi premi individuali. Su tutti, spicca il premio come miglior giocatore sudamericano dell’anno, nel 1994. L’anno in cui arriva la chiamata dalla nazionale brasiliana, per il mondiale americano.

Un sogno che si realizza per l’ancora giovane Marcos, che ovviamente non è il primo nelle gerarchie di Parreira, ma gioca diversi spezzoni di partita. Fino alla finale di Pasadena, quando il destino chiama: al 21′ Jorginho, titolare sulla fascia destra, si fa male, e il CT chiama proprio lui. A Cafù sembra che tremino le gambe, il tempo di calcare il campo, di prender velocità, e di cominciare a giocare a calcio. Quello sarà il suo primo grande successo con la maglia verdeoro. Alla 33esima presenza nazionale… e siamo solo all’inizio della storia.

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Quando sei Campione del Mondo, e anche miglior calciatore sudamericano dell’anno, non puoi che provare il gran salto verso la vecchia Europa. Ad acquistare Cafù è il Real Saragozza. Con la maglia bianco blu vince la Coppa delle Coppe, ma gioca poco, non si ambienta, vive di saudade. La nostalgia di casa lo riporta quasi subito indietro, al Palmeiras, dove gioca per altri due anni sotto la guida di Luxemburgo, e dove continua a vincere e a crescere.

Adesso Cafù è pronto, veramente, e ad innamorarsi delle sue sgroppate sulla fascia destra, è un boemo un po’ cupo, davanti ai VHS arrivati dal Brasile, e tante, tante sigarette. A volerlo, alla Roma, è Zdenek Zeman. Alla fine, dopo la relazione più che positiva del Divino Falcao, nel 1997 arriva nella Capitale italiana per 13 miliardi di lire.

Dal punto di vista tecnico e tattico sembra il terzino zemaniano per antonomasia. Nel 4-3-3 del boemo va su e giù per la fascia in continuazione, e i tifosi della Roma creano per lui un soprannome perfetto: il Pendolino.

Cafù continua a migliorare e diventa velocemente uno dei migliori terzini del Mondo, affacciandosi così ai Mondiali francesi del 1998, da campione in carica e da Capitano.

Il cuore batte tranquillo, siamo il Brasile e dobbiamo fare l’unica cosa che sappiamo. Giocare al pallone

 

Il Brasile è ancora una volta protagonista del Mondiale, con un Ronaldo semplicemente stellare. Il Fenomeno trascina i campioni in carica fino alla finale del Parco dei Principi, quando, nella notte precedente, succede qualcosa di strano nella camera che condivide con Roberto Carlos.

Il giocatore dell’Inter viene colpito da convulsioni spaventose, che ricordiamo con le parole dell’estroso Edmundo:

Fui il primo a vedere. Stavamo in stanze attigue, separate solo da una porta. Mi alzai da tavola dopo il pranzo per andare in bagno. In quel momento attraverso la porta aperta vidi Ronaldo con le convulsioni. Era sdraiato e Roberto Carlos era sul letto a fianco con la tv accesa. Aveva le cuffie e non si era accorto di niente. Ronaldo era viola, con la bava alla bocca e il corpo che si contraeva. Uscii di corsa a cercare il medico, che stava in un’altra parte dell’albergo. Tornai ancora di corsa e insieme a Cesar Sampaio riuscii a toglierli la lingua dalla gola per farlo respirare. Quando arrivarono i medici, l’immagine non era più così scioccante. Zagallo e Lidio Toledo accorsero molto dopo, per questo lo fecero giocare lo stesso in finale: non videro come stava prima

 

Il Fenomeno scende in campo a sorpresa, ma è un fantasma. Il Brasile va male, malissimo, e alla fine è la Francia a vincere la Coppa del Mondo.

Nella stagione 1999-2000 a Roma si cambia radicalmente allenatore, arriva Fabio Capello, ma Cafù è sempre un punto fisso della formazione romanista. Il brasiliano disputa una delle migliori stagioni della sua carriera, e si prepara al grande exploit del 2000-01, quando il presidentissimo Sensi, deluso dalla vittoria della Lazio, decide di investire e fare una grande, grandissima squadra.

Il capitano del Brasile gioca sempre sulla fascia, ma come esterno nel 3-4-3 di Capello, e disputa 40 partite, realizzando un solo gol. Nel derby contro la Lazio regala una perla tutta brasiliana, umiliando Nedved con tre sombreri in palleggio, regala assist e prestazioni incredibili… e vince lo Scudetto, il 17 giugno 2001. Il suo primo successo in Italia.

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La stagione seguente, nonostante il secondo posto, è una delusione. Perché la Roma aveva la possibilità di fare per la prima volta nella sua storia un double, ma Cafù ha già la testa al prossimo Mondiale, in cui vuole alzare la quinta Coppa del Mondo della storia del suo paese. In effetti, va tutto per il verso giusto, fino alla Finale. Nella notte, questa volta, il Fenomeno dorme sonni tranquilli, e gioca una partita stratosferica. Il Brasile è ancora Campione del Mondo, Cafù diventa l’unico ad aver disputato 3 finali dei Mondiali consecutivamente, ed alza la sua seconda Coppa al cielo da Capitano, con il suo quartiere “Jardim Irene” nel cuore… e sulla maglia.

Dalla vittoria dello Scudetto, fino al 2003, però, la Roma non riesce ad avere continuità, mentre Cafù supera i 30, e il pubblico comincia a mugugnare. Qualcuno mette in dubbio le sue capacità fisiche. Uno che corre così… una volta che arriva a 33, per forza di cose deve fermarsi. Così, nell’estate 2003 la Roma lascia andare il Pendolino a parametro zero. Lui ha già un accordo con i Yokohama Mariners, per giocare in Giappone, ma da Milano chiama una squadra che ha gli stessi colori del San Paolo, il rosso e il nero… il Milan.

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I primi mesi sono difficili, il pubblico mugugna, il suocero, al quale  Cafù è molto legato, muore mentre il padre viene colpito da una malattia, e qualche infortunio mette ulteriormente in dubbio la sua situazione fisica. Sembra veramente che sia finito… sembra.

Con la maglia rossonera gioca 166 partite, fino al ritiro, nel 2008, segna solo 4 reti, ma quelle non sono la sua specialità. Corre, continua a correre anche a 33, 34, 35 anni… corre verso i Mondiali del 2006, dove gioca ancora, e diventa il più presente nella storia della nazionale brasiliana, il più vincente e il più presente nella storia delle fasi finali, e poi corre verso Atene, la gloria della Champions League della vendetta, contro il maledetto Liverpool.

Dei trofei di Cafù, potremmo parlarne all’infinito, ma quello che più rimane nell’immaginario dell’amante del calcio sono le sue corse infinite, la sua voglia di partecipare ad ogni azione difensiva o offensiva, e il suo sorriso sulle labbra. Anche quando un avversario lo stendeva, perché non riusciva a fermarlo, anche quando un arbitro fischiava qualcosa di discutibile. Un sorriso pieno, come il calcio che ha giocato, e che ci ha regalato.