Il madrileno Morata, hombre del partido, consegna la finale alla Signora

Alvaro Morata
Alvaro Morata (AFP)

Dall’urlo di Tardelli all’urlo di Buffon. Dal 1982 al 2015 la musica non cambia al Santiago Bernabeu, terra prediletta di italiche cacce grosse. Altro che miedo escenico, a spaventarsi forse, quando sente i tacchetti italiani, è il sontuoso impianto madrileno. Juve in finale dopo 12 lunghi anni, in cui è quasi morta, rinata, guarita ed ora finalista, pronta a guardare con gli occhi, da vicino, sperando di poterla anche alzare, Barcellona permettendo, la Coppa dalle grandi orecchie.

Quelle che ha avuto Gigi Buffon, uno che ha ascoltato sempre la sua signora bianconera anche quando piangeva in Serie B. Già B, dalla Serie B a Berlino, ha un sapore unico per chi era in campo contro il Rimini ed è in campo anche adesso. Più che un portiere, una portineria di certezze, portinaio che ha pulito e ripulito le scale e che ora vuole, e si merita, la scala che non ha mai raggiunto, quella per andare a prendere la Champions. Se un italiano para, l’intervento sul sinistro rabbioso di Bale nel primo tempo non è roba da tutti i guantoni, un madrileno segna.

E la Juve gongola e dal Bernabeu accende caroselli, prepara stornelli e prenota tornelli per Berlino. Quando il 10, Tevez, non è in serata, ci pensa il 9. Coppia gol perfetta, che si aiuta e si completa. L’ultima volta che madama conquistò la Coppa più bella d’Europa, davanti c’era un tridente: Vialli-Del Piero-Ravanelli, oggi che può riconquistarla, c’è un tandem: Tevez-Morata.

Alvaro è nato a Madrid, il 22 ottobre del 1992, con la camiseta blanca ha giocato e segnato dieci gol. Quest’estate la sua camiseta oltre al blanco ha aggiunto il nero, ed è diventato il nuovo vero, mica falso, 9 della Juve. Il valore aggiunto in Italia ed in Europa. L’hombre del partido al Mundial 82, dentro il calore di quelle notti spagnole, spesso lo era Pablito Rossi, il picici. Questa infinita notte bianconera caliente ha il suo hombre, che in realtà è un ragazzo di 23 anni, che segna con la regolarità ed il killer instinct del bomber navigato. E’ andato su un pallone che sembrava destinato ad una zona d’ombra con la prontezza di un cecchino, disorientando col movimento del corpo la difesa di Ancelotti e spiazzando, con quel sinistro sporco ed acrobatico, Casillas.

Madrid piange due volte, il suo Real, eliminato sul più bello proprio da un madrileno. La Juve piange, si ma di gioia, non una, non due, ma dodici volte, quanti sono gli anni che non aveva potuto più farlo.

Luca Savarese

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