Toro loco: in novanta minuti si riprende una gioia attesa vent’anni

Fabio Quagliarella

Cerci, Immobile, ah quando c’erano loro, e poi alla fine il derby, o di riffa o di raffa, tanto lo vince sempre la Juve e noi rimaniamo con le briciole, con i complimenti, si ma i punti, per un motivo o per l’altro, scelgono sempre la strada bianconera”. Questi, all’incirca, erano i grami pensieri torinesi alla vigilia del campionato, quando sotto l’ombrellone, i bagnanti di fede granata, faticavano a buttarsi in acqua perché Cerci ed Immobile, i mattatori dello scorso torneo, avevano lasciato il Toro.

Il pensiero del derby? Meglio non pensarci, tanto alla fine avrà sempre tinte bianconere. Il calcio, però ha lo strano e disarmante potere di sorprendere, di sovvertire pronostici, di creare una savana di certezze, laddove si era quasi certi di vivere una foresta di dubbi. Questo è quello che sta vivendo questo Toro entusiasmante e di nuovo loco, come cantava Piero Pelù. Si, perché per battere la Juve, devi essere un po’ loco, pazzo nel senso di avere un baule appositamente preparato e chiamato, sana follia (non quelle barbarie generate ieri da teppisti ben lungi dallo sport) di crederci.

Era pronto da tempo un simile baule dalle parti di Ventura, ma forse il Toro non lo aveva mai aperto davvero contro la Juve. Ha deciso di farlo ieri, ed all’improvviso, è arrivata una vittoria storica, unica, che addolcirà le notti granata per molto tempo. Senza Cerci, senza Immobile, senza i dubbi, ma con delle solide certezze, il Torino è riuscito a ribattere la Juve.

La storia a volte ritorna, ma non per un eterno ritorno dell’uguale, per dirla alla Nietzsche, che visse a Torino, un uguale che, per le casacche granata aveva da troppo tempo lo stesso amaro sapore dell’ennesima, inevitabile gioia juventina. “Rizzitelli, Rizzitelli, 1995…2 a 1 sulla Juve”, stava diventando una cantilena scomoda e stancante che i tifosi di capitan Glik e compani, non vedevano l’ora di togliere dalle app dei loro smartphone.

Ed il giorno è arrivato, silenzioso ma reale, leggero e rinfrescante come pioggia di primavera. 26 aprile 2015, una data da tatuarsi per i cittadini della mole ed extra Torino, cresciuti a pane e Toro. Lo stesso giorno, nel 1998, la Juve vinse contro l’Inter la partita famigerata del rigore grosso come una casa non assegnato ai nerazzurri per un fallo di Iuliano su Ronaldo. Arbitro Ceccarini da Livorno.

Ora il 26 aprile, diventa come la copertina di un romanzo rilegato a caratteri granata. Un libro che nasce d’estate, quando la banda di Ventura scopre di poter disputare l’Europa League per un harakiri del Parma, che ne anticipava, di fatto, le imminenti sciagure. E l’inchiostro prontamente scrive nuove pagine: non ci sono più le penne di Cerci ed Immobile, ma la penna Big che va avanti ed indietro, crossando e segnando c’è eccome, ed ha la faccia pulita di Matteo Darmian, uno scarto del Milan, una risorsa di questo Toro, l’unico sorriso della tragica spedizione azzurra al mondial brasileiro, una delizia per il gioco di Ventura.

Poi ecco Quagliarella, da vent’anni cittadino torinese, trapiantato in piazza san Carlo dalla sua Castellamare di Stabia. Un percorso il suo quasi hegeliano: da ragazzino al Toro, da uomo affermato alla Juve, da sognatore ancora al Toro; e proprio lui affonda la nave Juve, ieri forse troppo pensante alle prossime insidie madrilene. Passaggio di Quagliarella rete di Darmian, passaggio di Darmian gol di Quagliarella.

Il veliero granata rialza la testa e risventola il suo bandierone con in mezzo una sigla, due lettere, QD. Questo Di’. Ma anche, Quagliarella e Darmian, gli eroi di quest’impresa, tutta da ruminare e che non si è ancora capita fino in fondo, come sostiene Padelli, sicuro guardiano dei pali. La Juve è di nuovo battuta, vent’anni dopo. Il rimpianto del passato con le sue nenie “Quando c’erano Rizzitelli, Immobile Cerci” ha lasciato posto allo stupore del presente, quando un pomeriggio di un 26 aprile, si tornò a battere la Juve.

Luca Savarese

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