Studio dall’Inghilterra: assenza dei tifosi influenza l’arbitraggio

Quando vengono resi noti studi inglesi o americani, bisogna immediatamente aprire occhi e orecchie poiché spesso riguardano aspetti del tutto particolari della nostra vita e propongono conclusioni surreali.

Uno di questi studi, quello di cui parleremo, riguarda gli arbitri e la correlazione tra il loro metro di giudizio, e di conseguenza le loro prestazioni e le loro scelte, e il pubblico sugli spalti.

Condotto dall’Università di Reading, in sinergia con con la Otto Beisheim School of Managment di Dusseldorf (noto ateneo privato tedesco), questo studio ha preso in esame tutte le partite disputate a porte chiuse in Italia dal 2002 ad oggi, 103 in tutte le categorie professionistiche, dimostrando come gli arbitri, in assenza di tifosi locali, abbiano adottato misure “meno drastiche” nei confronti dei giocatori ospiti.

Se non vi sono state modifiche comportamentali degli arbitri in merito a rigori ed cartellini rossi, definiti “macro-decisioni”, sono invece cambiate parecchio le micro-decisioni, ossia i cartellini gialli: da 2,40 a gara a 2.

Inoltre, è emerso anche un comportamento differente anche sui minuti di recupero concessi al 90°: a porte chiuse, infatti, l’arbitro concede in media 4 minuti se la squadra di casa perde e 3 e mezzo se il risultato è in parità; ma se c’è il pubblico, questo recupero aumenta fino a 4 e mezzo nel primo caso e a poco più di 4:17 nel secondo. Secondi in più che possono fare la differenza.

Lo studio di cui sopra non è ovviamente scienza (semmai sciiiiiiiienza) e due ex giacchette nere italiane, Graziano Cesari e Nicola Rizzoli, forniscono due interpretazioni condivisibili seppur diverse.

L’ex arbitro ligure sostiene che il problema di fondo sia la personalità dell’arbitro: “Le proteste e il boato del pubblico a sottolineare un intervento falloso sul giocatore di casa potrebbero cambiare la sua percezione della gravità del fallo, qualora il direttore di gara non fosse dotato di grande personalità“.

Secondo l’attuale designatore degli arbitri di Serie A, invece, più che il direttore di gara a subire l’influenza del pubblico di casa sono i calciatori: “Il pubblico viene definito l’uomo in più non per caso. Sicuramente influisce sulla tensione dei giocatori, che possono diventare più nervosi e quindi più fallosi“.

Qual è la morale della storia? In realtà non è che ci volesse uno studio per capire che molti direttori di gara si lasciano trasportare dal pubblico casalingo, ma è un problema a cui difficilmente si può ovviare: la personalità c’è o non c’è.

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