Roma, la cessione di Alisson e la reazione dei tifosi: un caso antropologico più che calcistico

Roma, secondo la leggenda, è nata da un fratricidio, così da quel giorno una delle città più importanti, belle, complicate e problematiche del Mondo vive in un continuo stato di psicosi collettiva, in una guerra civile intestina che dilania tutto dall’interno.

Questo si rispecchia soprattutto in quello che è lo Sport più seguito e amato dai romani, il calcio, e il clima si fa sempre più rovente in Estate. Ma non c’entra nulla il caldo, bensì risulta determinante l’assenza di gare, che rendono più noiosa, e quindi più vuota, la giornata del tifoso medio della Roma.

Così, da diversi anni a questa parte, l’insoddisfazione derivata dalla mancanza di trionfi per la squadra giallorossa, ha acuito ancora di più la guerra intestina estiva, che si carica di contenuti ogni volta che la dirigenza giallorossa completa un movimento di mercato, che sia in entrata o in uscita.

Il risultato è sempre lo stesso: se la Roma compra un calciatore, ci sarà sempre qualcuno che esalterà l’operato di Monchi (o Sabatini, o Pradé prima di loro) e qualcuno che sminuirà l’acquisto, mentre se la Roma vende un giocatore ci sarà sempre qualcuno pronto a lamentarsi, prospettando un futuro agghiaccante per la squadra (non importa se a partire è Marquinhos, Lamela, Nainggolan, o Alisson), e qualcuno che di conseguenza sminuirà tutto.

Il gioco di Romolo e Remo, insomma, non è mai finito. Una specie di legame che i figli della città eterna hanno con la loro stessa storia.

alisson roma

La prossima cessione di Alisson, probabilmente uno dei migliori portieri della storia della Roma, ha così riaperto il fronte: migliaia di tifosi stanno attaccando Monchi e Pallotta su tutti i social. La frustazione di una parte di tifoseria per la mancanza più che decennale di successi si sta riversando sulle scelte di mercato che la società ha intrapreso negli ultimi anni, che però dicono tutt’altro.

Così, paradossalmente, mentre piovono sui giallorossi elogi praticamente da tutta Italia ed Europa per la cessione di un portiere per una cifra astronomica (si parla di 78 milioni di euro complessivi), è proprio nella Capitale che non riesce a vedere l’ombra lunga di questa strategia.

Gli americani sono tanto odiati da una parte di tifoseria, che li accusa di aver spento i loro sogni di crescita; una tifoseria che però non si rende conto di esser stata molto vicina al vedere una squadra ridimensionata in maniera drastica dopo la gestione semi fallimentare della famiglia Sensi negli ultimi anni; una tifoseria che non si rende conto del fatto che negli ultimi 7 anni nessuno in Italia ha vinto, a parte la Juventus, che ha basato la maggior parte dei successi sulla costruzione dello Stadio di proprietà, proprio l’obiettivo vero di James Pallotta; una tifoseria che, anacronisticamente, vive ancora in un Mondo imperlato dall’affetto e dai valori di Totti e De Rossi (eternamente capitani, eternamente riconoscenti alla maglia) e non si rende conto dell’evoluzione del gioco del Calcio.

La cessione di Alisson per una cifra così alta appare a tutti un obbligo morale, oltre che un’opportunità immensa per investire sul mercato estivo, e probabilmente invernale visto che come scrive Marco De Santis: “Dato l’ammortamento residuo di appena 5 milioni del portiere brasiliano, è evidente che una sua partenza porterebbe un bel po’ di fieno in cascina per permettere a Monchi di completare la costruzione della squadra con almeno uno o due altri innesti di valore o per costruire un attivo di bilancio che permetta ulteriori operazioni a gennaio, o nella prossima stagione, senza altri sacrifici.

A tutti, ma non a tanti tifosi della Roma, che non colgono il nesso, e a questo punto non sarebbero contenti neanche nel caso in cui il direttore sportivo spagnolo puntelli l’attacco con un acquisto come Malcolm, Ziyech o Chiesa, ma forse neanche se dovesse arrivare un profilo più importante come Di Maria, o Mertens.

strootman roma

Così, a pochi mesi dallo storico risultato raggiunto, la semifinale di Champions League, una buona parte della tifoseria giallorossa dimostra di non aver imparato niente: esattamente un anno fa si viveva nell’era di fine regno Totti, con sul groppone le difficili cessioni di Salah e Rudiger, e l’approdo di un tecnico che stimolava pochi come Eusebio Di Francesco (già tacciato di provincialità e integralismo ancora prima di venire), e si prospettava una stagione all’ombra. Si invidiava il Milan, che aveva investito diversi milioni sulla campagna acquisti, la Lazio e il Napoli, che avevano mantenuto l’ossatura della squadra intatta, persino l’Inter, con problemi più grossi della Roma con il Financial Fair Play.

A questo punto non è questione di analisi né questione di opinione: è chiaro ormai a tutti che ci si trova davanti ad un caso antropologico quasi senza precedenti. Sembra quasi che il tifoso romanista abbia trasformato il famoso e ricorrente stato del “Mai una gioia” in un continuo e autolesionistico lamento indefinito, che potrebbe essere interrotto da qualche successo della squadra, da qualche bella soddisfazione, ma poi, ovviamente, sarebbe pronto a ripartire dall’Estate prossima.

Perchè ormai il punto non è avere un’opionione su una decisione di Monchi, Pallotta, Baldissoni o Di Francesco, il punto è difendere la propria posizione, arroccarsi nel proprio castello di idee, a discapito di tutto e tutti.