Milan e la dinastia Maldini: esordio per Daniel, il primo rossonero della Generazione Z

Iniziamo dal ridefinire un concetto importante: in questo articolo avrei dovuto parlare di Daniel Maldini come millennial, termine che è stato inappropriatamente usato dalla stampa nostrana per indicare quei calciatori nati a partire dal 2000. Niente di più errato.

I ragazzi del 2000 NON sono millennials! Sono post-millennials o Generazione Z o altri termini complicati che farebbero imprecare in tutte le lingue del mondo il vate(r) dell’italica filosofia (?) Diego Fusaro.

I millennials sono i ragazzi (?) nati tra il 1980 e fine degli anni ’90, un’epoca sospesa tra vecchio e nuovo che non sapeva di esserlo. Chi scrive, classe ’87, è un millennial.

Ci chiamano anche Generazione Y. Siamo quelli che hanno visto e conosciuto le principali innovazioni tecnologiche trovandoci da un giorno all’altro dallo stupirci per un MMS al ritenere l’SMS roba preistorica.

Siamo i pionieri della pirat… Ehm, vabbé si è capito. Perché questo incipit insolito? Per l’abuso dell’errore.

Da quando, un paio di anni fa o meno, è spuntato sulla scena calcistica Moise Kean siamo stati tormentati dalla ripetizione pappagallesca del termine millennial, prima di allora appannaggio dei sociologi e di altri esperti.

Ci siamo fidati di chi diceva che il millennial era il nato nel nuovo millennio (e qui vado con un altro appunto dicendo che il 2000 farebbe teoricamente parte del millennio precedente, ma sto esagerando), ma sarebbe bastata una ricerca rapida per accorgersi che i millennials sono quelli della generazione precedente che in qualche modo ha preparato la strada ai “successori”.

E allora perché perseverare nell’errore? Il discorso diventerebbe infinito e si andrebbe a parlare della qualità ormai scadente della stampa tutta, non solo sportiva, ormai piegata da crimini chiamati sensazionalismo, fake news, clickbait, notizie inutili e altri. Ma questo è un discorso che non posso fare qui.

Molto meglio raccontare la storia di una famiglia che ha dato tantissimo al calcio italiano e non solo; una famiglia straordinaria dal punto di vista meramente tecnico e soprattutto morale quale la famiglia Maldini.

Il capostipite è Cesare Maldini. Nato a Trieste nel 1932, Maldini senior fu un difensore di classe che giocò come terzino, stopper e, in età avanzata, anche libero. Poco prolifico sotto porta, offrì un rendimento sempre costante e divenne un punto di riferimento per allenatori e compagni di squadra, un vero leader e vero capitano.

Nel 1963, dopo la finale vinta contro il Benfica a Wembley, alzò da capitano la prima Coppa dei Campioni vinta da una squadra Italiana. Fu poi allenatore e legò il suo nome all’Under-21 che vinse tre Europei di fila dal 1992 al 1996 e guidò la Nazionale maggiore dal 1996 al 1998 conducendola ai quarti di finale del Mondiale francese.

Proprio nel biennio azzurro ebbe tra i suoi giocatori il figlio Paolo. Classe ’68, esordì sedicenne già nel 1985, il 20 gennaio, a Udine, lanciato da Liedholm. Diventato quasi subito titolare, iniziò come terzino destro, poi sinistro, e anni dopo centrale.

Inizialmente considerato un raccomandato, ha “oscurato” il padre con le sue prestazioni e ha vinto tutto, tranne in Nazionale, alzando molti più trofei. Uno di questi, la Champions League preferita dai tifosi, nel 2003 a Manchester nella storica finale contro la Juventus. 40 anni dopo quella di Cesare. Il motto di questa dinastia è senz’altro “date a Cesare quel che è di Cesare e a Paolo quel che è di Paolo“.

La dinastia Maldini, però, potrebbe non finire. Paolo ha due figli calciatori, Christian e Daniel. Il primo, 24 anni a giugno, è un difensore come il nonno e il papà, ma fin qui ha collezionato poche soddisfazioni giocando prevalentemente in C.

E’ però di Daniel che voglio parlare. Il piccolo di casa, 19 anni ad ottobre, è il primo della famiglia a giocare in tutt’altro ruolo, trequartista, e ha esordito proprio domenica scorsa contro il Verona.

E’ il primo calciatore rossonero nato nel nuovo millennio e se ne parla benissimo. Lungi dal fare paragoni, che comunque non dovranno essere fatti perché qui è tutta un’altra storia essendo un altro tipo di giocatore, offensivo e dal destro educato.

Tre minuti contro gli scaligeri non possono dire ovviamente nulla, ma è chiaro che Pioli studi attentamente il rampollo e ne segua la crescita facendolo allenare con la prima squadra.