Le peggiori squadre di sempre in Serie A: tutti i record negativi

Il calcio racconta sempre infinite storie, quasi esclusivamente riguardanti i campioni, tralasciando spesso chi, apparentemente non da protagonista, ha però avuto ruoli tutt’altro che marginali affinché molte situazioni prendessero pieghe poi finite sugli almanacchi.

I casi sono infiniti: per dirne uno, non ci sarebbe mai stato il capolavoro di Batistuta a Wembley senza grande giocata precedente di Jorg Heinrich.

A volte a fare la storia sono stati i gregari, vedi Grosso in quella serata mondiale di Dortmund, e ci sono anche storie che partono male e finiscono bene e viceversa.

Ma in questa rubrica racconteremo storie iniziate male e finite anche peggio: ricorderemo, infatti, squadre note per aver disputato campionati di Serie A talmente disastrosi da aver spesso stabilito o battuto svariati record negativi.

L’annata storta è giustificabile per una retrocessione, ci mancherebbe altro. Ma più che di annate storte, in questa parata di stelle molto cadenti vi sono storie di mala gestione, incompetenza e ripetute scelte tecniche errate.

1992-93: Ancona e Pescara

Erano due squadre diverse, praticamente opposte, quelle che diedero vita agli unici due derby dell’Adriatico in massima serie. Quadrati e spigolosi gli anconetani, effervescenti e spettacolari i pescaresi, pragmatico Guerini e spregiudicato Galeone.

Tanti erano i calciatori importanti nelle due rose, tra i quali anche un futuro campione del Mondo, il brasiliano Dunga, e uno che lo era stato, l’argentino Oscar Ruggeri.

C’erano due attaccanti di razza, il povero Stefano Borgonovo e il rapace Massimo Agostini, due anarchici quali l’ungherese Lajos Detari e il bosniaco Blaz Sliskovic, e vari giocatori di valore. C’era tutto per fare bene, ma sulle opposte rive del Mar Adriatico mancarono esperienza da una parte e solidità difensiva dall’alta.

L’Ancona si affacciava in A per la prima volta: tanto entusiasmo, un nuovo stadio inaugurato nel corso della stagione e anche un campione da idolatrare quale il già menzionato Detari. Con lui un attaccante in cerca di rilancio quale, appunto, il “condorAgostini e due giovani attaccanti come Nicola Caccia e Sergio Zarate.

Discretamente talentuosa, ma sprovvista di esperienza, la squadra dorico fece il possibile, ma subì troppe sconfitte e, a conti fatti, era facile infilzarla a piacimento. Detari, fortissimo anche se lunatico, se in giornata era imprendibile e l’Inter ne fu travolta proprio il giorno dell’inaugurazione del nuovo impianto.

Il disastroso ruolino esterno, 0 vittorie, 3 pareggi e 14 sconfitte, e ben 73 gol incassati furono decisivi per l’immediato ritorno in B.

Cercava lo spettacolo, invece, Giovanni Galeone. Il suo Pescara, e il “suo” è inteso in maniera totalizzante, giocava sempre a viso aperto e offriva prestazioni adrenaliniche e scoppiettanti. Fin troppo.

I gol incassati, ben 75, e le troppe sconfitte, nonché una marcia analogamente deficitaria fuori dallo stadio “Adriatico” con una sola vittoria, addirittura contro la Roma, un pareggio e ben 15 sconfitte, costarono carissimo ai biancazzurri.

Troppo poco, anche se una piccola gioia arrivò a fine torneo: la Juventus di Trapattoni, fresca di vittoria in Coppa Uefa e sostanzialmente brilla e sazia, mise piede in Abruzzo pochi giorni dopo la finale e venne travolta con un clamoroso 5-1.

1993-94: Lecce

Quella dei pugliesi fu una stagione catastrofica che lasciò presagire un declino tecnico che si manifestò subito con un’altra retrocessione, stavolta, in Serie C1 solo l’anno successivo.

Non sembrava una squadra particolarmente ostica, ma nemmeno così debole. Era un misto di vicende professionali: accanto a promesse mancate, Rufo Verga, talenti inespressi, Paolo Baldieri e talenti rallentati da problemi fisici, Egidio Notaristefano, vi erano colossali bidoni come André Gumprecht e Kwame Ayew, fratello del leggendario Abedi Pelè con cui condivideva solo i genitori.

I giallorossi partirono male e non ingranarono mai subendo anche sconfitte pesanti. 3 soltanto furono le vittorie, 2 delle quali contro l’Atalanta (che incassò dai leccesi ben 9 dei suoi soli 28 gol totali fatti) e il ruolino esterno fu lo stesso del Pescara nella stagione precedente. Alla fine i punti ottenuti furono solo 11.

Nedo Sonetti, che negli anni diverrà l’uomo della speranza da chiamare ad ogni capezzale, non resisterà a lungo e dopo 11 giornate salterà in favore di Rino Marchesi, che concluse male la sua carriera da allenatore proprio in quell’anno.

1994-95: Brescia e Reggiana

La stagione successiva al doloroso Mondiale americano presentava un’importante novità, ossia i 3 punti assegnati per ogni vittoria.

Mentre in vetta si consumava un intenso duello tra la rinata Juventus e il rampante Parma, la lotta per la retrocessione vide molto presto due squadre subito in affanno, costrette ai bassifondi sin dalle prime battute: il neo promosso Brescia e la Reggiana, scampata al declassamento l’anno prima grazie ad un clamoroso trionfo esterno sul Milan futuro campione d’Europa.

Il catastrofico rendimento esterno (i reggiani 1 pareggio e 16 sconfitte e i bresciani 2 pareggi e 15 sconfitte), nel caso dei lombardi aggravato da un attacco tutt’altro che prolifico (solo 18 reti realizzate e ben 65 subite) fece sì che a fine campionato queste due squadre chiudessero l’una a 18 punti e l’altra a 12.

Il Brescia, giunto ultimo, è la squadra che detiene ancor oggi il record di minor punti fatti con i 3 punti a partita, nonché una delle squadre peggiori per il minor numero di vittorie, 2, insieme al Varese 1965-66.

Ad entrambe le squadre, è da dire, mancava un po’ tutto: non vi è stato un attaccante in grado di segnare con continuità né un pacchetto arretrato affidabile né, infine, un nome di grido che potesse farsi carico dei problemi della squadra. Anche se, è bene dirlo, alcuni lo divennero solo in futuro.

1995-96: Padova

Salvatisi solo allo spareggio nel 1994-95, i veneti effettuarono un corposo mercato in uscita senza riuscire a colmare le lacune; Nicola Amoruso, giovanissima punta promettente, e Goran Vlaovic, grandissimo talento croato mai pienamente affermatosi e già autore di una non del tutto soddisfacente stagione in biancoscudato, formarono un duo affiatato che siglò ben 27 reti in totale.

I problemi erano, tuttavia, altri. Le riserve dei due attaccanti titolari non furono all’altezza: andati via Maniero in estate e Galderisi in autunno (all’epoca il mercato di riparazione non era a gennaio), i patavini presero Massimo Ciocci, sfortunato ex talento ormai sul viale del tramonto, e il misterioso Leonard van Utrecht, olandese acquistato dal Cambuur che, nelle aspettative del club, avrebbe dovuto rendersi determinante come l’ex Ajax Kreek.

I due non funzionarono mai e realizzarono solo 3 gol in due; le due mezzali Longhi e Kreek furono meno prolifiche e mancò il loro apporto in zona gol: a segnare fu soltanto il biondo olandese per 3 volte (l’anno prima ne aveva siglati ben 7, mentre Longhi 5).

La difesa, orfana di elementi preziosi come Franceschetti e Balleri (passati alla Sampdoria con Maniero nell’ambito dell’operazione Amoruso) e anche della sorpresa Lalas, tornato negli USA nel corso dell’anno, fu rimpinguata con l’ex milanista Stefano Nava e il libero Silvio Giampietro.

Quel Padova segnava, ma incassava anche caterve di gol: a fine anno furono addirittura 79: 68 li subì Bonaiuti e gli altri l’attempato vice Dal Bianco e il giovanissimo Morello.

A far precipitare la squadra fu, anche qui, il cammino in trasferta: una vittoria a Cagliari e addirittura 16 sconfitte. In casa, invece, 6 successi, 3 pareggi e 8 sconfitte. I patavini tornarono dunque in B dopo due anni e non rimisero più piede in massima serie.

1996-97: Reggiana

Tornata in A dopo una stagione cadetta faticosa ed entusiasmante, la squadra emiliana venne smantellata e rifatta, malissimo, in ogni reparto. Solitamente è segno di problemi extra-calcistici, ed in effetti la costruzione dello stadio “Giglio“, inaugurato due anni prima, costò tantissimo alle casse del club.

Stranamente, ma le ambizioni erano altissime, i granata si affidarono all’allenatore del Brescia finito in B insieme a loro due anni prima: Mircea Lucescu sostituì Ancelotti e si portò dietro Ioan Ovidiu Sabau, centrocampista suo connazionale, e ritrovò Marco Ballotta, che prese ben 60 gol in quel nefasto torneo.

La difesa venne assemblata ricorrendo ad elementi esperti quali il tedesco Dietmar “Elvis” Beiersdorfer, il belga ex Parma Georges Grun e Filippo Galli più il giovane austriaco Michael Hatz. A centrocampo, ceduto Pietro Strada, arrivò ogni tipo di calciatore, da quelli più esperti ai plurinfortunati. In avanti, infine, un po’ di esotico con José Valencia, colombiano, e tanta sostanza con il Cobra Tovalieri.

Al momento della prova dei fatti, la fine: i difensori erano, sì, esperti, ma fin troppo e il fatto che fossero molto vicini chi ai 35 chi ai 40 anni influì sulle loro condizioni fisiche, a dir poco precarie. Il centrocampo non creava nulla e l’attacco non segnava. Hatz, inoltre, tenne fede al suo nome (azz in napoletano è un esclamazione di sorpresa, in questo caso negativa).

Ad ulteriore peggioramento della già tragica situazione Tovalieri, a causa di incomprensioni, lasciò l’Emilia in autunno e finì a Cagliari, presso una diretta rivale. Priva del giocatore che stava facendo meglio, 4 gol in 11 partite non sono pochi in realtà così disastrate, e senza prendere sostituti, la Reggiana non vinse quasi mai e annaspò tutto l’anno all’ultimo posto.

Solo due successi esterni a Verona e Perugia, con Francesco Oddo in panchina dopo la cacciata di Lucescu, non potevano bastare e la retrocessione anticipato arrivò a 4 gare dal termine, abbastanza tardi tutto sommato. Successi interni? 0. Un record poco invidiabile.

1997-98: Lecce e Napoli

Le situazioni delle due squadre erano molto diverse: i salentini, tornati in A dopo un periodo infernale costellato da due retrocessioni di fila, aveva compiuto il percorso opposto e si affacciava con ottimismo alla nuova avventura, mentre i campani, in crisi di identità da quando Maradona fuggì e anche alle prese con problemi finanziari, avevano ancora ceduto tutti i migliori giocatori della stagione precedente cercando di trarre nuovamente il meglio dai nuovi.

Anche il Lecce, tuttavia, ribaltò la squadra modificando interamente fisionomia e creando un nuovo gruppo, totalmente diverso da quello che, in soli due anni, aveva guidato i giallorossi dall’inferno della C1 al paradiso.

Cambiati anche i timonieri, l’esordiente assoluto Prandelli al posto di Ventura a Lecce e il quasi nuovo volto Mutti in luogo di Simoni a Napoli, i due club iniziarono la stagione in maniera diversa: male gli azzurri, che vinsero una volta sola e subirono anche un umiliante 6-2 dalla Roma, e malissimo i pugliesi, a secco di punti dopo 5 giornate.

Mutti venne esonerato, il primo di quattro tecnici a subire umiliazioni in serie, e anche Prandelli, che ottenne il suo primo clamoroso successo in casa di un Milan derelitto, ebbe poche gioie incassando gol a non finire e vincendo solo altre due volte: ad inizio girone d’andata, dopo aver subito un 6-0 deprimente a Udine, saltò anche lui.

A fine campionato il bilancio fu tragico: il redivivo Sonetti affondò con il Lecce chiudendo al penultimo posto, mentre né Mazzone Galeone riuscirono a salvare la dignità di un Napoli ormai morente che finì all’ultimo posto con soli 14 punti frutto di 2 successi e 8 pareggi; leggermente meglio i pugliesi, che chiusero a 26 punti. Ma 72 e 76 gol subiti, e solo 32 e 25 fatti, sono un’enormità.

In quelle squadre transitarono novellini più o meno validi, ad esempio il sorprendente attaccante Belucci, vecchie glorie come Giannini, che raggiunse Mazzone a Napoli salvo risalire lo stivale poco dopo e accasarsi proprio al Lecce, mezzi figuranti e giocatori ormai al tramonto o quasi.

A deludere di più le attese furono Igor Protti, che indossò la pesantissima numero 10 e firmò appena 4 reti, il fin troppo compassato e fuori forma Aljosa Asanovic, il palo della luce William Prunier, e tanti, troppi, altri bidoni.

Il Lecce non fu da meno e schierò pacchi incredibili, tra i quali il sosia uruguayano di Jerry Calà, al secolo il biondo killer della mediana Andrés Javier Martinez, il modello e dj italo-inglese di Cerignola Daniele Dichio, colosso d’area subito in gol e poi sparito dai campi per salire in consolle, ma anche talenti perduti e giocatori di spessore come Maurizio Rossi e Riccardo Maspero e due dei protagonisti della scalata Lorieri e Palmieri. Tutto inutile.

1999-2000: Cagliari e Piacenza

A due anni dall’ultima promozione, i sardi caddero nuovamente in B a causa di un’annata nella quale raccolsero appena 3 successi a fronte di ben 13 pareggi e 18 sconfitte, mentre fuori casa non arrivò alcun successo a fronte di 6 pareggi e 11 sconfitte. Con 3 sole vittorie, i sardi sono dunque secondi nella classifica delle peggiori compagini di sempre in A.

In Coppa Italia, invece, fu la grande sorpresa della stagione in quanto riuscì a giungere alle semifinali sfiorando anche la finale andando a sbancare San Siro, sebbene la vittoria per 1-2 si sia rivelata insufficiente a causa della vittoria in Sardegna dell’Inter per 1-3.

Buoni giocatori come Morfeo, andato via a stagione in corso, Mboma, il rientrante Oliveira e Corradi non bastarono per la salvezza, mentre O’Neil apparve in netto declino; molto interessanti, invece, le prestazioni dei giovanissimi Melis e Sulcis.

Quella retrocessione, molto probabilmente, fu dovuta al mancato amalgama tra giovanissimi ed esperti ed un allenatore spigoloso come Renzo Ulivieri, subentrato a Tabarez dopo poche giornate, non era adatto allo scopo.

Molto diverso, invece, il caso del Piacenza. Dopo una grandissima annata con sprazzi di ottimo calcio, la squadra era rimasta quasi inalterata, a parte la cessione alla Lazio del bomber stagionale Simone Inzaghi e l’addio di mister Beppe Materazzi. Il nuovo tecnico fu Gigi Simoni, mentre in avanti arrivò Arturo Di Napoli.

La stagione fu disgraziata sotto ogni aspetto: Simoni non era gradito ai tifosi poiché il suo nome era legato alla grande rivale Cremonese, da lui allenata nel periodo d’oro, i gol non arrivavano, le azioni da gol erano molto rare e la consueta difesa arcigna, guidata ancora dallo zar Vierchowod, 40 anni grintosamente portati, non bastò più.

Oltre ai pochissimi gol e alla forma precaria di molti giocatori, spesso più che trentenni e in netto calo come Stroppa e Rizzitelli, si aggiunsero le tensioni societarie tra i fratelli Garilli, sfociate nell’addio alla presidenza di Stefano a favore di Fabrizio, e la tragedia familiare che colpì Simoni, la morte del figlio in un incidente d’auto.

Tutto questo fece sì che la squadra emiliana vincesse solo 4 partite in tutta la stagione e ne perdesse addirittura 21, ma a sorprendere di più è la differenza reti: 45 gol subiti non sono molti, basti pensare che nella Serie B di quell’anno il Vicenza ne prese altrettanti e arrivò primo (simile il caso del Cesena, finito in C1 non per i 45 gol al passivo, ma per i suoi 20 pareggi stagionali).

A spedire in B i biancorossi fu l’attacco inesistente: solo 19 gol fatti. 4 li fece il bomber stagionale Di Napoli, 3 Dionigi e Gilardino, 2 Piovani e solo 1 altri sei giocatori. Gilardino fu l’unica bella sorpresa: lanciato dal nuovo allenatore Bernazzani, il futuro campione del Mondo divenne titolare nel girone di ritorno.

Serie A 2001-2002: Venezia

L’ultima stagione in massima serie dei lagunari vide al comando di Cesare Prandelli, saltato quasi subito, una squadra logora sin dall’inizio, con giocatori decisamente a fine corsa come i difensori Algerino e Bjorklund, spaesati o incredibilmente deludenti come, di nuovo, Di Napoli: il centravanti milanese sembrava rinato dopo i 16 gol con i quali aveva riportato in A il Venezia, e invece giocò poco e firmò una sola rete.

Pippo Maniero fu nuovamente il migliore con 18 gol, ma questi si rivelarono insufficienti poiché furono più della metà dei 30 totali: al suo fianco il penoso Federico Magallanes, un uruguayano considerato un talento e che, invece, finì per essere solamente un soprammobile lentissimo.

3 sole vittorie e 18 punti totali relegarono i veneti all’ultimo posto di quella classifica e al secondo posto della nostra speciale graduatoria.

Serie A 2003-2004: Ancona

Dieci anni dopo la prima apparizione, nel 2003 i marchigiani riuscirono a tornare in massima serie grazie all’apporto di giocatori di esperienza come Ganz, Maini, Perovic e altri. In panchina sedeva Simoni.

Nel corso dell’estate Simoni venne misteriosamente esonerato, pare per una presunta trattativa del mister con il Genoa, e venne contattato Carletto Mazzone. L’esuberante allenatore romano, reduce da anni di gloria in quel di Brescia, era pronto ad accettare l’incarico, ma sorse un piccolo problema: Mazzone era, ed è, una leggenda dell’Ascoli.

L’odiata rivale bianconera ebbe tra le sue file Mazzone per oltre 20 anni, un’eternità, prima come centrocampista e poi come tecnico. Con lui in panchina e Costantino Rozzi alla presidenza arrivò anche la Serie A. I tifosi anconetani se la presero parecchio, forse troppo, e Mazzone disse no.

Il patron Ermanno Pieroni, fidato uomo di Gaucci e dunque dotato di un carattere altrettanto estroso, decise allora di prendere un tecnico che fosse come Mazzone senza essere “simbolo” dei rivali: il suo vice Leonardo Menichini, alla seconda esperienza in panchina dopo oltre dieci anni. Stavolta niente da dire sui suoi quattro anni ascolani da calciatore. Le stranezze…

Dopo la sessione estiva di mercato, si ebbe una squadra profondamente diversa da quella della promozione. Arrivarono giocatori di spessore come Hubner, Poggi, Di Francesco, i fratelli d’arte (scarsi) Helguera e Jorgensen, il platinato Milanese, Rapajc, Daniel Andersson, Bilica e altra gente dal pedigree mica male.

Si parla di gente che a metà o fine anni ’90 fece la fortuna di parecchie provinciali, spesso approdate in Europa, a suon di gol e belle giocate. Pieroni evidentemente voleva qualcosa del genere. Solo che la carta d’identità era impietosa: erano tutti ultra-trentenni e qualcuno era pericolosamente più vicino ai 40 che ai 35. Qualche giovincello tuttavia c’era: uno su tutti, un ventenne Goran Pandev prestato dall’Inter.

L’inizio fu complicato e vide i dorici cedere, non senza lottare, a Milan, Lecce e Roma, ma anche pareggiare in casa contro il Modena. Per quanto traumatico, un brutto inizio non è grave se arrivano i giusti correttivi tattici, ma Menichini non poté provare ad effettuarli perché venne silurato dopo aver perso a Roma.

Al suo posto arrivò l’uomo della disperazione, Nedo Sonetti, specialista in imprese titaniche. Il rude toscano riuscì a completare il girone d’andata senza ottenere alcun risultato, nemmeno una vittoria, e a gennaio fu rispedito a Piombino. Al suo posto tornò in pista quel vecchio marpione di Galeone.

Anche Galeone era un nemico essendo legato all’altra rivale storica, il Pescara da lui allenato per molti anni, ma la rassegnazione era tale da evitare di ricorrere ai campanilismi…

L’Ancona era ultima con 4 punti quando a gennaio Pieroni operò un nuovo restyling portando nelle Marche un tir di calciatori tra i quali spiccavano indubbiamente Dino Baggio, splendido tuttocampista ammirato a Parma e in Nazionale nella seconda parte degli anni ’90 fino al progressivo declino, e soprattutto Mario Jardel.

Jardel, proprio lui. Fino al 2002 circa, negli anni trascorsi nel gotha del calcio portoghese e anche turco, fu uno dei più letali e prolifici centravanti d’Europa, uno da oltre 200 gol in pochi anni.

Nel 2002, dicevamo, cambiò tutto: a sorpresa non fu convocato ai Mondiali dal Brasile e si separò dalla moglie. Tutto ciò lo gettò nella depressione più nera e ne accentuò l’uso di cocaina, che prima usava, disse in un’intervista, solo in vacanza. E poi eccessi di ogni tipo.

Quello che nel gennaio 2004 si presentò ad Ancona era un ragazzone lontanissimo da una forma fisica accettabile, era confuso e spaesato tanto che, durante la presentazione allo stadio, si confuse con i colori sociali e andò a salutare i tifosi del Perugia. Il suo apporto in campo fu nullo: 3 partite e 0 gol. E tanta pena per quello che era stato…

Galeone, disperato, impostò la sua squadra con il suo solito modulo spregiudicato senza ottenere grandi risultati. A retrocessione avvenuta, però, due squilli: nel sabato di Pasqua arrivò al “Del Conero” il Bologna allenato proprio da Mazzone e quella che avrebbe potuto essere la sua squadra vinse a sorpresa per 3-2.

Così come nel 1993, l’ultima vittoria stagionale coincise con l’ultima in casa e a cadere di misura fu l’Empoli. A fine torneo 2 sole vittorie, 7 pareggi e 25 tonfi per un totale di 13 miseri punti. Una catastrofe probabilmente annunciata? Sì: l’Ancona sparì quell’estate. Sepolto dai debiti.

E allora qui si potrebbero avanzare due ipotesi: E’ o non è plausibile che Simoni e Mazzone, vista la rosa e capite le intenzioni di Pieroni, avessero semplicemente deciso di non perdere la faccia preferendo far uscire illazioni pur di non dire, per educazione, che non avevano intenzione di guidare una squadra palesemente non all’altezza?

2005-2006: Treviso

Quella dei trevigiani è una storia diversa dalle altre. Ripercorriamola brevemente. Correva l’anno 2005 e in un’estate come tante la Serie B celebrava le sue tre trionfatrici: il Genoa stellare di Cosmi tornato in A dopo 10 anni anni, i’Empoli secondo classificato e il Torino vincitore dei playoff.

Pochi giorni dopo la fine del torneo esplose il caso Genoa, una vicenda stranissima che vedeva come protagonista il presidente dei liguri Enrico Preziosi, il quale ebbe la brillante idea di corrompere la dirigenza del già retrocesso Venezia per non creare troppi problemi nella gara tra le due squadre, decisiva per la promozione dei genoani.

La storia iniziò con il fermo di un dirigente del Venezia, tale Giuseppe Pagliara, pescato dalle forze dell’ordine con un contratto riguardante il passaggio del carneade Maldonado dai lagunari ai liguri e una busta contenente ben 250.000 euro, a suo dire un anticipo per l’acquisto.

Le circostanze sospette e altri fatti verificabili ovunque fecero sì che scattasse un processo sportivo che poco dopo avrebbe estromesso il Genoa dalla Serie A scaraventandolo, invece, in C1.

A questo si aggiunsero anche i problemi finanziari del Torino, decennali, a causa dei quali i granata persero a loro volta la massima serie.

Insieme all’Empoli vennero dunque ammesse in A Ascoli e Treviso, partecipanti ai playoff (anche il Perugia, che in quanto finalista perdente i playoff avrebbe dovuto essere ripescato, fallì e non poté essere ripescato in A).

Ammesse piuttosto tardi e costrette ad un frettoloso mercato estivo, le due squadre erano date per spacciate. I marchigiani, però, si dimostrarono inaspettatamente all’altezza e si salvarono tranquillamente, mentre il Treviso mantenne le fosche attese.

Assemblata alla bell’e meglio una squadra appena decente, piena di giocatori esperti e qualche giovane promettente, la compagine trevigiana partì malissimo riuscendo ad assestarsi un minimo a fine girone d’andata con un paio di successi contro dirette concorrenti, fuori casa contro la Reggina e tra le mura amiche contro il Lecce.

Ma nel girone di ritorno, malgrado qualche operazione di mercato atta a migliorare l’attacco e il centrocampo, il Treviso crollò di brutto e trovò la terza e ultima vittoria solo nell’inutile ultima giornata contro l’Udinese.

I migliori marcatori furono Borriello e Reginaldo con 5 reti a testa, poi Fava con 3 ed altri a 2 e 1. Una miseria. Appena 24 gol fatti. I gol subiti, invece, non furono chissà quanti, 56. Ma 3 successi sono troppo pochi e 23 sconfitte, anche se striminzite nel punteggio, sono pur sempre un disastro.

2012-13: Pescara

La marcia verso il ritorno in A degli abruzzesi dopo 20 anni fu trionfale e con Zeman venne infranto ogni tipo di record riguardante la Serie B, a partire da quello dei gol realizzati, addirittura 90.

Malgrado questo la squadra venne totalmente stravolta nel corso del mercato estivo e arrivò anche un nuovo allenatore, Stroppa.

Privata di molti dei protagonisti della cavalcata vincente, il Pescara disputò tutto sommato un discreto girone d’andata, al termine dei quali si ritrovò di poco fuori dalla zona retrocessione con 20 punti frutto di 6 successi, 2 pareggi e 11 sconfitte. Benino, insomma, anche se mancava equilibrio e anche se dopo 13 giornate Stroppa si dimise facendo posto a Bergodi.

A mettersi in mostra furono il centrocampista sloveno Weiss e la punta svedese Celik con 3 gol ciascuno. Il girone di ritorno, invece, fu un disastro immane: gli abruzzesi, che cambiarono anche tecnico per la terza volta a 10 turni dal termine accogliendo Bucchi al posto di Bergodi, non vinsero nemmeno una partita e fecero registrare un ruolino assolutamente negativo di 2 pareggi e addirittura 17 sconfitte. Inoltre, segnarono solo 10 gol e ne subirono 49.

L’ultimo posto e due record negativi in un colpo solo (maggior numero di sconfitte, 28, e di gol subiti, 84) fanno del Pescara la peggior squadra di A di sempre. Le motivazioni sono da ricercare probabilmente nel progressivo indebolimento causato dalla società nelle varie sessioni di mercato.

2016-2017: Pescara

A qualcuno è venuto il legittimo dubbio che il presidente pescarese Daniele Sebastiani abbia utilizzato i tornei di A disputati più per raggranellare qualche milione che per altro. Alla luce dell’ennesimo orrendo campionato disputato dalla squadra abruzzese pochi anni or sono, l’ultimo per adesso, il dubbio è venuto a tutti.

Se un minimo di dignità nel 2013 si era visto, questa volta non c’è stata nemmeno quella. I numeri lo dimostrano chiaramente: 3 vittorie, una delle quali a tavolino, 9 pareggi e 26 sconfitte. 37 gol fatti e 81 subiti, una lunga serie di goleade al passivo e la prima vittoria sul campo solo alla 25° giornata con il “nuovo” allenatore Zeman, chiamato al posto di Oddo per mettere una pezza, ma senza successo.

A mettersi in mostra è Caprari, autore di 9 reti, ma è sostanzialmente l’unico sufficiente di una rosa scarna, poco competitiva e messa in campo senza equilibrio sa un Oddo alle prime armi.

2017-2018: Benevento

Quella dei sanniti è la favola più bella della recente storia del calcio: una squadra al primo anno di B compie una scalata incredibile che la porta in massima serie per la prima volta nella sua storia.

Una rosa inesperta, seppur non del tutto scarsa, più una ben visibile difficoltà a gestire le non poche situazioni di vantaggio nel corso del torneo, con una lunga serie di sconfitte maturate nei minuti di recupero, fecero sì che il Benevento arrivasse alla 15° giornata senza nemmeno un punto.

Nemmeno De Zerbi, arrivato dopo 10 turni al posto dell’artefice della promozione Baroni, fu in grado di invertire la tendenza, ma alla 15° giornata il miracolo: il Milan, in vantaggio per 2-1, viene raggiunto da una torsione del portiere Brignoli proprio all’ultimo secondo; a fine girone d’andata arriva anche il primo successo della storia ai danni del Chievo.

Il girone di ritorno è decisamente migliore e vede i giallorossi conquistare 5 successi, uno dei quali ai danni ancora del Milan fuori casa, ma manca totalmente equilibrio e a fine campionato le sconfitte saranno addirittura 29 a fronte di soli 3 pareggi. Con 21 punti e 84 gol subiti il Benevento raggiunge in graduatoria il Pescara.

2018-19: Chievo

Con sole 2 vittorie il Chievo è una delle peggiori squadre di Serie A ad essere mai retrocesse. A pesare ci sono stati tuttavia alcuni problemi societari, poi rientrati, che hanno condannato i clivensi anche a 3 punti di penalizzazione.

Una squadra stanca e anziana, questa era la squadra allenata da ben tre tecnici, D’Anna, Ventura e Di Carlo. Proprio Ventura, alla prima panchina dopo il disastro con la Nazionale, fece lo Schettino mollando dopo poche partite.

2 soli successi, uno dei quali prestigioso contro la Lazio fuori casa, 14 sconfitte e 22 sconfitte riportarono il Chievo in B dopo 11 anni consecutivi di massima serie, molti giovani messi in campo a buoi scappati, tre portieri utilizzati per un totale di 75 gol incassati. 25 solamente quelli realizzati, 6 dei quali da Stepinski. Pellissier, che rese noto il fattaccio di Ventura su Instagram, primo nella storia a rendere note dinamiche di spogliatoio, segnò gli ultimi 4 gol della sua carriera.

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