La Coppa dei Campioni si racconta, in esclusiva…

Parola alla Coppa dalle grandi orecchie. Tutti parlano di lei, ora, a poche ore dalla finalissima di Berlino, è lei stessa a volerci parlare. Ascoltiamola.

Cari ragazzi, cari adulti, cari bambini, care fidanzate, mogli e mamme, buona sera, è un piacere potervi parlare, ora che ho un momento libero, per potermi rilassare, manca poco a quando, sul far della notte, che saluta il sabato e si affaccia sulla domenica, sarò innalzata al cielo.

Sapete, per me è sempre la prima volta; amo prepararmi tutto l’anno, farmi bella per quel momento, il momento, quando mi staccano da terra e mi fanno sentire il profumo delle stelle. In quegli istanti vivo un’esperienza inesprimibile: delle stelle mi sollevano, brandendo i miei manici per farmi quasi toccare le stelle.

Spesso grandi punte mi trasportano verso quei piccoli puntini luminosi: come desideriamo io ed i miei manici quel volo. Ah, tutto l’anno sono orecchie, diventano manici in quei secondi deliranti e subito ritornano ad essere orecchie.

Cosa faccio durante l’anno vi chiederete? Penso, ricordo, sorseggio ed ogni tanto m’inebrio del vino contenuto nel mio recipiente, botte di miscele raffinate, giara di preziose conserve pallonare. Dal primo sorso versatomi dentro dal Real all’ultima goccia sempre madrilena. Ce n’è per tutti i gusti ed io sono di bocca buona.

Quanti anni ho? Anagraficamente 59, spiritualmente mi sento una ragazzina. Nel 1957, le mani italiane colorate di viola, andarono vicino dall’avermi, ma poi, all’ultimo giro di valzer mi persero e la musica e le mani furono ancora dei blancos del Real.

Per chi faccio il tifo? Non ho una squadra particolare, ma non sono nemmeno super partes come gli arbitri. Chiedo solo braccia sane che mi sappiano far sentire unica, che facciano di tutto per avermi. Serbo il velluto quasi tremante dei palmi di Cesare Maldini. 1963 a Wembley, in quel rigore londinese, non vedevo l’ora di essere spedita in aria, andare e far andare in orbita quel Milan. Il paron, il mio primo allenatore­detentore italiano, mi toccò con un deciso garbo. Mi direte, tu arrivi sempre alla fine.

Per te non ha importanza chi ti alza? No, non è così. Sin dalle prime partite della stagione, entro in confidenza con qualche squadra, la seguo, la guardo, nella staticità dove mi tengono, riesco a spiare qualche pay­tv (ne hanno talmente tante da quelle parti), e riesco anche ad innamorarmi di una squadra: sono romantica, non ce n’è. Quando accade questo, metto gli occhi, anzi le orecchie addosso e come magneticamente, faccio di tutto perchè quella squadra pensi a me, mi cerchi e sia disposta a credere in me. Benedico e prego che le sue azioni mi possano incontrare in finale.

Vi rivelo un segreto, sono io a far la prima mossa, femmina anomala. E mica perdo le orecchie sempre per la stessa squadra. Che noia se mi fossi fissata e concentrata solo su una squadra: questo lo devono fare le donne dalle orecchie normali, ma se hai due grandi orecchie, devi cercare di ascoltare un po’ tutti. Certo i giocatori ci mettono del loro, dimostrandosi disposti ad accogliermi. Non è un sentimento platonico, ma un amore corrisposto, sempre. A volte sono perfida, lo so, ma sono io.

Non Silvia, piuttosto la natura di Leopardi, ma indifferente, mai. 1984, Roma. Falcao, l’ottavo re di Roma, il divino, rifiutò il mio invito dal dischetto: io voglio che anche i re lascino i loro troni per me. Allora provai una simpatia spontanea per Grobbelaar, che pur di arrivare a me, s’inventò che le reti di porta fossero degli spaghetti e finse si mangiucchiarli ed inscenò di avere due gambe sinuose e scivolose come spaghetti. Mi conquistò così, mi spiace per voi, ma concessi il mio favore al suo Liverpool. 2001 Milano, il Bayern Monaco mi voleva, me lo fece capire Oliver Khan, il gigante biondo, dopo aver parato alcuni rigori, fece un gol gigante: andò a raccogliere da terra un affranto Santiago Canizares, portiere del Valencia, sconfitto: amo chi vince ma accarezzo chi perde.

Sono affascinante e tremenda come il sacro, pretenziosa e gelosa come un’innamorata, vivacissima ed egocentrica come una bambina. Sono la Coppa dei Campioni. Vi offro manici che diventano orecchie, vi porto e vi ascolto. Come, quando, dove, lo decido io.

Luca Savarese

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