Juventus, ecco la lettera di Dani Alves: quando i sogni diventano realtà

“Facciamo la storia”. Così ha esordito ieri, in conferenza stampa, Dani Alves, a poche ore dalla finale di Champions League che potrebbe consegnargli la “coppa delle grandi orecchie”  per la quarta volta in carriera.

A Cardiff, scenderà in campo con la cattiveria, l’agonismo, il talento e la concentrazione che da sempre lo contraddistinguono per provare appunto, a fare la storia del club insieme ai compagni, ma farà di tutto anche per aggiungere un nuovo scintillante tassello nella sua storia personale.

Una storia che inizia circa 30 anni fa, in un piccolo paese del Brasile, tra l’odore di terreno bagnato nella casa e le levatacce alle cinque del mattino per aiutare nella fattoria di famiglia prima della scuola, tra le tante difficoltà economiche e la passione, smisurata, per il calcio ereditata dal padre, per il piccolo Dani un vero fenomeno.

Ed è proprio l’amore del padre che gli permette di inseguire quel sogno, la volontà di poter regalare al figlio la vita che lui non è riuscito a realizzare, sacrificandosi anche tra due lavori, pur di dargli l’opportunità di poter vivere di quella passione.

Sacrifici di cui il piccolo Dani conosceva il peso e l’importanza e proprio per questo, non ha mai avuto intenzione di rinunciare, di cedere di fronte alle tante difficoltà, di mollare tutto, perché l’unico vero obiettivo, nella sua testa, era quello di rendere il padre orgoglioso di lui.

Dietro ad ogni successo, dietro ad ogni pazza esultanza, dietro ad ogni singola partita giocata, c’era e continua ad esserci, quella infinita voglia di rendere il padre, il suo primo tifoso, orgoglioso del proprio figlio, di ringraziarlo per avergli permesso di vivere in un sogno, che anche oggi, alla vigilia del possibile trentacinquesimo trofeo in carriera, a 34 anni, sembra ancora irreale.

Una storia che nella sua densa trama mescola gioia, fatica, dolore, sacrifico, orgoglio, tenacia, umiltà, consapevolezza e amore, e che Dani, ancora oggi, vuole continuare a scrivere, aggiungendo un nuovo capitolo ricco di emozioni e sensazioni, una nuova piccola scena nel suo straordinario film della vita.

Ecco qui la bellissima lettera che Dani Alves ha scritto al The Players Tribune, mettendosi alla prova come giornalista-biografo della sua vita, facendo uscire l’uomo prima ancora che il calciatore:

BARCELLONA – Comincerò con un segreto: in realtà, potreste impararne alcuni leggendo questa storia. Perché sento di essere incompreso da molte persone. Ma cominciamo col primo: tre mesi fa, quando il Barcellona fece quell’incredibile remuntada contro il PSG, ero sul mio divano davanti alla tv. Leggendo il giornali potreste pensare che speravo che la mia ex-squadra perdesse. Ma quando il mio fratello Neymar ha segnato quella bellissima punizione sono saltato dal divano e ho urlato: Vamoooooos! E quando Sergi Roberto ha fatto il miracolo? Sono diventato pazzo: perché il Barcellona scorre ancora nel mio sangue. Non sono stato rispettato dalla dirigenza, ma non puoi giocare 8 anni in un club e non averlo per sempre nel cuore. Prima di andare alla Juventus ho promesso: ‘vi mancherò’. Ma non intendevo come giocatore, il Barça ne ha un sacco di incredibili. Volevo dire che a loro mancherà il mio spirito, quello che facevo per lo spogliatoio, il sangue che ho versato ogni volta che indossavo quella maglia. Quando ho saputo che avremmo giocato contro il Barça ai quarti, ho avuto un sentimento molto strano […]

OSSESSIONE – Vi dico un’altro segreto: prima di affrontare i migliori del mondo – Messi, Neymar, Cristiano – studio i loro punti di forza e i loro punti deboli, ne sono ossessionato. Poi pianifico come attaccarli. Voglio dimostrare che Dani Alves è al lor ostesso livello. Magari mi dribbleranno una o due volte. Ma li attaccherò anch’io, non voglio essere invisibile. Voglio essere protagonista. Anche a 34 anni e dopo 34 trofei, sento di dover dimostrare questo ogni volta. Ma c’è molto di più: prima di ogni match, ho sempre lo stesso rito: mi guardo allo specchio per cinque minuti e mi blocco. Poi comincia un film nella mia mente: è il film della mia vita.

IL FILM DELLA MIA VITA – Nella prima scena ho 10 anni. Sto dormendo nella mia piccola casa a Juazeiro in Brasile. La casa odora di terreno bagnato e fuori è buio. Sono le 5 del mattino e devo aiutare mio padre nella sua fattoria prima di andare a scuola. Per ore è una competizione tra me e mio fratello a chi lo aiuta di più: perché chi vince potrà usare la sola bici che abbiamo per andare a scuola. E per me significa evitare di camminare 12 miglia, arrivare in ritardo alla partita con i miei amici al ritorno e soprattutto, riuscire a portare le ragazzine offrendo loro un passaggio. Per 12 miglia sono un uomo: quindi mi faccio il culo. Alla sera mio padre è in un piccolo bar dove lavora per realizzare qualche soldo in più: era un fenomeno a giocare a calcio da giovane, ma non aveva i soldi per farsi osservare nelle grandi città. Per questo vuole che io questa opportunità ce l’abbia, anche se questo dovesse ucciderlo. […]

LA PRIMA SCUOLA CALCIO – Lo schermo ritorna nero. Ora ho 13 anni e mi trovo in questa accademia per giovani calciatori in una grande città, lontano dalla mia famiglia. Ci sono 100 ragazzi in un piccolo dormitorio, come in una prigione. Il giorno prima di partire, mio padre mi ha comprato un altro completo da calcio, ne avevo soltanto uno. Dopo il mio primo giorno di allenamento l’ho appeso perché si asciugasse: il giorno dopo era sparito, qualcuno l’aveva rubato. Questo è stato il momento in cui ho realizzato che non mi trovavo più nella mia fattoria: questo era il mondo reale e lo chiamano così perché la merda là fuori è davvero reale. Mi mancava la mia famiglia, qualcuno aveva rubato il mio completo, non ero il migliore lì: così mi sono fatto una promessa. ‘Non tornerai nella fattoria finché non avrai reso tuo padre orgoglioso di te. Diventerai un guerriero e non tornerai indietro, il resto non conta. […]

SIVIGLIA – Lo schermo ritorna nero. Ora ho 18 anni e sto per dire una delle poche bugie che ho mai detto nel calcio. Gioco per il Bahia quando uno scout mi dice: ‘Il Siviglia vuole prenderti’. Io rispondo: ‘Siviglia? Fantastico!’ Lo scout: ‘Sai dove si trova?’ e io dico ‘Certo che sì. Sivigliaaaaaa. Lo amo’, Ma non avevo idea di dove fosse, il nome mi sembrava importante e così ho mentito. Poi ho scoperto che giocavano contro Barcellona e Real Madrid. In portoghese abbiamo un’espressione per questi momenti. ‘Agora’. Come dire bang. Adesso. Andiamo. Sono a Siviglia, malnutrito da far pensare agli altri che sia lì per giocare con le giovanili. I sei mesi più difficili della mia vita. Non parlo la lingua, l’allenatore non mi fa giocare ed è la prima volta in cui penso seriamente di tornare a casa. Poi però ho pensato a quella divisa rubata. A mio padre con la tanica di insetticida sulla schiena. Così ho deciso di restare, imparare la lingua e farmi qualche amico: così almeno sarebbe stata un’esperienza di vita. Intanto l’allenatore diceva a noi difensori di non oltrepassare mai il centrocampo. Durante una partita, però, per qualche ragione, sono andato oltre. Dovevo essere me stesso. ‘Agora’. E sono andato. Attacca, attacca, attacca. ‘Ok Dani, nuovo piano. Qui a Siviglia tu attacchi’. Di colpo, come per magia. Siamo passati da essere una squadra da retrocessione a vincere due Coppe UEFA.

BARCELLONA (2) – Lo schermo ritorna nero. Squilla il mio cellulare, è il mio agente. ‘Ti vuole il Barcellona’. Stavolta non devo mentire, so dov’è. Questo è il film che proietto nella mia mente prima di ogni partita, dicendo sempre a me stesso: ‘Merda, sono venuto dal nulla. Adesso sono qui. E’ irreale, ma io sono qui’. Ricordo, durante un allenamento, che Messi stava facendo delle cose illogiche. Le faceva ogni giorno, ma stavolta c’era qualcosa di diverso. Era stata una sessione molto dura durante la quale dribblava e segnava come un killer. Poi però ho guardato le sue scarpette: erano slacciate. Ho pensato ‘No, è impossibile, è uno scherzo’. Voglio dire, completamente slacciate, entrambe. Come la domenica al parco. Quello è stato il momento in cui ho capito che non avrei mai giocato con uno come lui nella mia vita. E beh poi c’è Pep. Se scrivi computer leggi Steve Jobs, se scrivi calcio leggi Pep. Un genio. Sapeva prima come le partite si sarebbero svolte. Quando qualcosa non andava si massaggiava la fronte, come fanno i geni, come a voler trovare una soluzione e… Bang! Trovata. ‘Faremo questo, questo e questo e segneremo. Andava così’.

JUVENTUS – Posso immaginare che chi stia leggendo si stia chiedendo perché sto svelando queste cose. Beh, la verità è che ho 34 anni e non so per quanto tempo giocherò ancora. Forse due o tre anni. E avverto che la gente non capisce me e non conosce la mia vera storia. Quando sono venuto qui alla Juve era come se stessi lasciando di nuovo casa. Arrivato qui era come se stessi tornando a scuola. In tutta la mia vita avevo attaccato e amavo farlo e venivo qui dove la difesa è tutto. Ancora una volta stavo fissando una linea invisibile. Dovevo andare oltre? All’inizio non l’ho fatto, perché volevo che i giocatori della Juve capissero che stavo rispettando la loro filosofia e la loro storia. Una volta ottenuto il loro rispetto ho cercato di dimostrare anche a loro le mie qualità. Agora. Attaccare, attaccare, attaccare (e ok, anche difendere un pochino, altrimenti Buffon mi sgrida). A volte penso che la vita si aun cerchio: non riesco a liberarmi di questi argentini… Al Barça Messi. Alla Juve Dybala. I geni mi seguono! Ho visto in Dybala qualcosa di Messi. Non il semplice dono del talento puro. Ma quel dono combinato alla volontà di conquistare il mondo. Alla Juve è stata la nostra mentalità a portarci in finale di Champions. Troviamo sempre un modo di vincere: qui è un’ossessione e non ci sono scuse.

Questo sabato avrò l’occasione di vincere il 35° trofeo della mia vita. Un’opportunità speciale che non ha niente a che vedere con l’errore che la dirigenza del Barça ha commesso lasciandomi andare. Non lo ammetteranno mai, ma non è questo il punto. Ricordate quando vi ho detto che non sarei tornato indietro finché mio padre non sarebbe stato orgoglioso di me? Beh lui non è molto emotivo, non so quando è stato orgoglioso di me per la prima volta. Ma nel 2015 era a Berlino a vedermi vincere la Champions. Per la prima volta di persona. Dopo la festa in campo, durante un party per le famiglie dei giocatori, abbiamo posato insieme con la coppa in mano. E mi ha detto qualcosa in portoghese, in realtà una brutta parola. Ma il concetto era: ‘mio figlio adesso è un uomo’. E sapete una cosa? Stavo piangendo come un bambino. E’ stato il momento più bello della mia vita. Sabato avrò l’opportunità di giocare un’altra finale contro un avversario familiare. Studierò CR7 come un’ossessione. Come sempre, guarderò lo specchio e partirà lo stesso film. Ricorderò queste cose…

Il mio letto di calcestruzzo. L’odore di terreno bagnato. Mio padre con la sua tanica di insetticida sulle spalle. I 12 miglia di bicicletta. La divisa rubata. ‘Certo che so dove si trova Siviglia’. ‘Cazzo, vengo dal nulla’. ‘Ma adesso sono qui. E’ irreale, ma adesso sono qui’.