Intervista con Giacomo Bertagnolli

Il campione paralimpico si racconta a StadioSport dal punto di vista umano e sportivo. Dalle ambizioni verso Pechino e Milano-Cortina al privato, ecco il ritratto del finanziere di Cavalese.

Giacomo Bertagnolli, 23 anni, campione paralimpico di slalom e slalom gigante a Pyeongchang nonché campione del mondo a Lillehammer: nonostante la tua età, hai un palmares molto ricco, che può contare due coppe del mondo generali, quattro coppe del mondo di specialità, sei titoli mondiali e due titoli paralimpici: nonostate ciò, metti una grande cattiveria in pista che ti porta a non essere mai appagato. Dove la trovi questa forza?

,come hai detto tu, posso vantare sei titoli mondiali,e in tutto undici medaglie, sei coppe del mondo e 70 podi in gare di coppa del mondo. Ma non mi sento mai appagato perché comunque cerco sempre di migliorare me stesso e migliorare sempre di più la mia tecnica, lavorando sempre di più su quest’ultima.

Avendo iniziato le gare agonistiche a 13 anni, nel 2012, ho trovato un mondo dove poter competere ma che fino ad allora non conoscevo. Lì ho gettato in pista il mio spirito competitivo, che tuttora ho e che non mi appaga.

A proposito di tecnica e di guida, la prima è proprio sulla tecnica: dal momento in cui tu vinci su qualunque terreno, ( il palmares parla per te, d’altronde),come ti definiresti? Ti senti più un velocista prestato alla tecnica o viceversa?

Questa è una bella domanda! Considera che io, pesando poco, non vado troppo forte su quelle piste che chiedono grande velocità e quegli atleti che hanno una decurtazione del tempo maggiore del mio e pesano di più, spesso mi lasciano dietro. Infatti, la mia disciplina preferita è il Super G, perché combina velocità e tecnica ed è quella dove me la cavo maggiormente, oltre allo slalom e allo slalom gigante.

Da circa due anni hai come guida Andrea Ravelli, con il quale hai vinto l’oro a Lillehammer: com’è cambiato , dal punto di vista tecnico, il rapporto rispetto a Fabrizio Casal, attuale guida di Chiara Mazzel?

Ho cambiato, sin dagli inizi della carriera, molte guide, quindi sono abbastanza portato a cambiare metodo di allenamento e di tecnica. Andrea (Ravelli, n.d.r) è una persona di grande esperienza, avendo gareggiato in Coppa Europa tra i normodotati. Spesso mi dà consigli sul come migliorarmi costantemente da un punto di vista tecnico e mi trovo comunque molto bene a lavorare con lui, non ci sono mai state discussioni su un dettaglio o su un altro.

Tornando ai mondiali di Lillehammer: sei saltato letteralmente sull’ultimo aereo disponibile per la Norvegia per disputare almeno le discipline tecniche e alla prima gara hai vinto subito l’oro in slalom gigante: com’è stato per te vincere, nonostante la malattia?

Sicuramente bello ed inaspettato: fino al giorno prima della partenza, avevo fatto tutti i tamponi antigenici rapidi ed ero sempre risultato negativo: ero praticamente con le valigie pronte, finchè non ho fatto il tampone molecolare che è risultato positivo ed è saltato tutto. Ho rispettato i dieci giorni di quarantena, finchè l’ultimo tampone molecolare non ha dato, fortunatamente, esito negativo. Sono corso in aeroporto, ho preso l’aereo e la mattina dopo, avendo la gara, ho solo pensato a sciare a tutta ed è andata bene.

Facendovi un bel regalo di compleanno entrambi (sia lui che la guida sono nati lo stesso giorno, il 18 gennaio, n.d.r).

Sì, esatto (ride, n.d.r)… D’altronde, sono abituato a viaggiare per il mondo il giorno del mio compleanno e quel giorno ero in viaggio per la Norvegia e poi ho vinto l’oro, quindi sì, è stato un bel regalo.

Sei stato designato come portabandiera alle Paralimpiadi invernali di Pechino che inizieranno il prossimo 4 marzo: che sensazione ti ha dato questa nomina?

Sicuramente è stato un grande onore per me aver ricevuto il Tricolore da poter sventolare nnella cerimonia di apertura, oltre che un onore per tutto il movimento paralimpico e la Nazionale italiana. Spero di onorarla al meglio!

Nonostante tu abbia detto di non essere un velocista puro, essendo leggero dal punto di vista del peso, con che ambizioni ti presenti alle prossime Paralimpiadi di Pechino?

Innanzitutto, con un occhio diretto verso le Olimpiadi casalinghe di Milano-Cortina 2026… Ovviamente, la mia ambizione è quelle di riuscire ad andare a podio in tutte le discipline, ma sono consapevole che il livello si è alzato in maniera incredibile. Ma il mio obiettivo resta comunque quello di andare a podio in tutte le discipline.

E di puntare all’en plein? Vincere tutte e cinque le medaglie d’oro?

Beh, sarebbe straordinario e chiaramente la mia ambizione è quella di partire per dare il massimo e vincere tutte le gare. Ma già puntare al bottino pieno di podi sarebbe straordinario.

Dal punto di vista umano, com’è cambiato il Giacomo di quattro anni fa? Sia da un punto di vista tecnico che personale e di maturità…

Il Giacomo di oggi, da un punto di vista tecnico, è cresciuto tantissimo, aumentando sempre di più il proprio potenziale e migliorando sempre di più… da un punto di vista umano, è maturato nella consapevolezza dei propri mezzi.

Anche se questa è più una domanda da porgere al presidente del CIP o della FISIP, la porgo a te: nonostante sia una Nazionale molto giovane, è molto competitiva, piena di ragazzi giovani come te, Chiara Mazzel, René De Silvestro ecc… Dove pensi possa arrivare?

Come già detto, l’obiettivo sono le Olimpiadi casalinghe di Milano-Cortina 2026 e come Nazionale abbiamo chiaramente l’obiettivo di crescere per arrivare pronti all’appuntamento casalingo tra quattro anni e vincere una medaglia in casa fa sempre più onore che vincerla in Cina o in Corea.

Tornando al tuo palmares… per la tua età, hai una bacheca di vittorie addirittura maggiore di Tomba, uno dei più grandi intepreti di tutti i tempi dello sci: pensi sia azzardato definirti il Tomba paralimpico dello sci, o comunque ti fa onore?

Pensa che, quattro anni fa, quando vinsi l’oro in slalom gigante, già una rivista mi aveva definito così (ride, n.d.r): chiaramente stiamo parlando di un’icona dello sci, chi è che non conosce Tomba? A me sinceramente non dispiace il paragone, ma io sono Giacomo Bertagnolli.

A proposito… ammesso che tu abbia dei modelli di ispirazione, qual è stato il modello per te che ti ha spinto a fare sport?

Non ne ho di particolari, o comunque ne ho avuti molti. Sono cresciuto guardando le gare di Ted Ligety, sciatore americano che ammiro molto per la potenza e l’aggressività che mette in pista.

A Pyeongchang, hai detto che dopo la vittoria delle medaglie hai dovuto sostenere la maturità, quindi hai posto oltre alla carriera di sportivo anche quella di studente: se attualmente studi ancora, è stato difficile per te centellinare la vita di studente e quella di sportivo?

Sì, esatto, quindi puoi ben capire… attualmente non studio, perché ho pensato a concentrarmi totalmente sullo sci, perché sono dell’idea che se devo fare tante cose ma fatte male, allora preferisco farne poche ma fatte bene. Anche perché, i turni di Coppa del Mondo ci portano a dei viaggi importanti, perciò non avrei molto tempo per dedicarmi anche allo studio e poi, non avendo la patente, mi devo spostare in treno verso l’università e tornare a casa, facendo molti viaggi. Ma comunque leggo e approfondisco per conto mio la materia di economia e finanza, leggendo molti libri sull’argomento, sono molto interessato.

Hai mai pensato in un futuro fino a quale età gareggiare? Te lo chiedo perché ci sono atleti che arrivati a 35, 40 anni ancora gareggiano. Alcuni addirittura a 50 (vedi il russo Redkozubov)…

Sì, perché comunque si arriva ad un’ età in cui devi fare i conti sia con le ambizioni ma anche con i guai fisici. Il mio obiettivo principale è quello di arrivare a Milano-Cortina 2026, dove comunque avrò 27 anni, e dovrò vedere, dopo quelle, se avrò ancora la forza fisica e l’ambizione di continuare. Potrei anche continuare in maniera divertente, senza però crogiolarmi dietro il pensiero di arrivare sempre tra i primi tre. Già ora ho qualche piccolo problema alla schiena poco piacevole, se in un futuro prossimo, dopo Milano-Cortina, dovesse peggiorare, non escluderei nulla, nemmeno quella di continuare ma anche solo per divertimento.

Com’è nato il feeling con Andrea Ravelli? Come siete arrivati ad un punto d’incontro anche umano?

Io e Andrea condividiamo gli stessi pensieri e la stessa mentalità: se lui si mette in testa di fare una cosa fatta bene, ci si mette e lo fa, esattamente come me. Non ci sono mai stati litigi o discussioni tra noi, mi trovo molto bene a lavorare con lui.

Nella tua categoria, la visually impaired, bisogna stare distanziati dalla propria guida, per evitare di finirgli sulle code: come si stabilisce la distanza?

Noi atleti, con le guide, abbiamo dei microfoni attaccati sotto al casco che ci permettono di segnalare di rallentare se abbiamo fatto un errore e siamo troppo lontani, oppure di accellerare se siamo troppo vicini. Nel caso mio e di Andrea, andiamo praticamente a memoria e difficilmente ci sono segnalazioni da parte mia o sua.

Grazie mille per la disponibilità: in bocca al lupo per le Paralimpiadi…

Grazie a te! Crepi!