I sei numeri 10 che hanno fatto la storia del Milan

Il 10 è il numero per eccellenza nel mondo del pallone. Il 10 è, soprattutto in passato, la maglia del fantasista, dell’uomo più tecnico e estroso della rosa; di colui che amava deliziare il palato dei tifosi e mandava a rete gli attaccanti con i suoi passaggi calibratissimi.

Nel corso del tempo il 10 è avanzato divenendo qualcosa a metà tra un attaccante e un rifinitore, ma è anche finito sotto i riflettori quando è divenuto, per così dire, incompreso: Arrigo Sacchi cercò di adattare l’estro del 10 alle sue esigenze e così si rese responsabile del progressivo accantonamento di quel particolare tipo di giocatore.

Baggio fu ingabbiato durante Usa ’94, salvo poi tornare quello di sempre a schemi saltati, Zola dovette andare in Inghilterra poiché il suo essere fantasista e numero 10 purissimo non era ben visto dal primo Carlo Ancelotti, rigidamente sacchiano tanto da dire no, non molto dopo, all’arrivo di Baggio al Parma.

Il 10 si è evoluto e annacquato perdendo tantissimo della sua concezione originaria. In questo articolo proveremo a ricordare i sei più grandi calciatori ad aver avuto l’onere e l’onore di portarlo sulle spalle durante la loro permanenza al Milan.

In questa classifica mancherà Roberto Baggio: nei suoi due anni in rossonero non solo giocò con la 18, essendo la 10 sulle spalle di Savicevic, ma fu anche un attore non protagonista.

6) Zvonimir Boban

L’ex dirigente rossonero, che ha trascorso ben dieci anni al Milan in vari ruoli, divenne un 10 vero e proprio solo nel 1998 dopo parecchie stagioni a regalare grandi giocate occupando vari ruoli a centrocampo, soprattutto come interno. Prima di diventare un 10, cambiò vari numeri e ruoli rimanendo sempre protagonista e vincendo quasi tutto.

Ereditata la maglia da Savicevic, il croato, complice l’odio di Berlusconi verso il 3-4-3 proposto da Zaccheroni, da mezzapunta divenne trequartista con il passaggio al 3-4-1-2 e iniziò a sciorinare assist e giocate sublimi che portarono al Milan lo scudetto più folle della storia. Dopo un’ulteriore annata con la 10, Boban si ritirò a fine 2000.

5) Clarence Seedorf

Non era un trequartista vero e proprio, ma un tuttologo del centrocampo. Straordinario centrocampista, detto “Professore” per la sapienza tattica e per come insegnava calcio, l’olandese fu sublime in ogni fondamentale: calciava bene sia di destro che di sinistro ed era spesso una sentenza sui calci da fermo.

Giunse al Milan dall’Inter: in nerazzurro non aveva mai convinto del tutto, malgrado un curriculum incredibile vista la giovane età, appena 26 anni, e le numerose vittorie con Ajax e Real Madrid.

Inamovibile sin dall’inizio, nelle prime stagioni giocò come mezzala e la casacca numero 20 giocando gare spesso mostruose (in particolare nel biennio 2002-2004), ma nel 2006-2007 ereditò la 10 da Rui Costa e divenne trequartista accanto a Kakà e disputò una delle sue migliori stagioni di sempre contribuendo alla vittoria della Champions League.

Giocherà nel Milan fino al 2012: le sue prestazioni diventarono sempre meno “vistose”, arrivarono fischi, ma un campione è un campione: l’ultimo scudetto, quello del 2011, lo vide diventare decisivo negli ultimi mesi di campionato.

4) Rui Costa

O Maestro“, cresciuto e consacratosi nel Benfica, arrivò in Italia nell’estate 1994 per vestire il viola della Fiorentina. Si mise in mostra per la grande precisione negli assist e la pulizia del suo tiro, nonché per una certa confidenza con la rete che gli permise di siglare ben 38 reti.

Sette anni e due Coppe Italia dopo, nell’estate 2001 il portoghese passò al Milan per 86 miliardi. Infortunatosi spesso, giocò solo 22 gare facendo 3 assist, ma per la prima volta non segnò gol.

L’anno dopo giocò 25 partite, ma fu spesso decisivo con svariati assist strepitosi. Con Ancelotti in panchina, passato dal non schierare trequartisti a metterne in campo addirittura due, lui e il deludente Rivaldo, dietro Inzaghi (Shevchenko giocò poco per vari problemi fisici), Rui Costa fu decisivo soprattutto in Champions League, vinta contro la Juventus.

Divenuto una seconda scelta a causa della non prevista esplosione di Kakà, il portoghese trascorse le ultime tre annate in rossonero giocando con meno frequenza, seppur trovando finalmente la rete in qualche occasione, e nel 2006 lasciò il Milan per chiudere la carriera al Benfica.

Trequartista sopraffino, meritò assolutamente la maglia numero 10.

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3) Dejan Savicevic

Attaccante, interno, trequartista… Il serbo fu un po’ tutto, giocò un po’ ovunque, ma la 10 era la maglia perfetta per uno passato alla storia come “Il Genio“.

Giunto al Milan dalla Stella Rossa nel 1992, un anno dopo la vittoria della Coppa dei Campioni, ebbe qualche problema ad inserirsi tra i titolari, anzi non lo fu mai se non nel biennio 1994-96, ma ha lasciato tracce indelebili con la 10 sulle spalle, una su tutte il pallonetto incredibile rifilato a Zubizarreta nella finale di Champions League del 1994.

Dopo altre quattro stagioni, lasciò il Milan nel 1998 per chiudere in patria e poi in Austria. Non fu mai un titolare fisso, dicevamo, anche e soprattutto per problemi fisici. Era discontinuo, ma imprendibile se in giornata. Come tutti i balcanici, forse ad eccezione di Boban e pochi altri, andava a corrente alternata.

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2) Ruud Gullit

L’olandese, dopo aver iniziato la carriera da libero al PSV Eindhoven, si rivelò non solo un calciatore di incredibile classe e prestanza fisica, ma anche di enorme duttilità tanto da trasformarsi, una volta giunto alla corte di Arrigo Sacchi, in un centrocampista offensivo atipico.

Pur con il 10 sulle spalle, Gullit era un tuttocampista, rapido e difficile da fermare, pericoloso e prolifico anche sotto porta. Dotato, tra le altre cose, anche di uno stacco di testa imperioso, facilitato dai suoi 190 centimetri, andava e mandava a rete con regolarità e quasi irrisoria semplicità.

Carattere orgoglioso ed estroverso, più dei compagni e connazionali Rijkaard e Van Basten, immensi quanto lui e però “seri”, Gullit contribuì a tutti i successi rossoneri di fine anni ’80 e primi ’90 e anche alla vittoria dell’Europeo del 1988 della sua Nazionale per poi rompere con tutti e fare le valigie nel 1993 e andare a fare grandi cose anche alla Sampdoria nel ruolo originario.

Si è ritirato nel 1998 dopo ulteriori tre annate al Chelsea, una delle quali da allenatore-giocatore.

Ruud Gullit - Wikipedia

1) Gianni Rivera

E’ il trequartista per eccellenza, un giocatore straordinario protagonista con il Milan e con la Nazionale per quasi un ventennio. Oltre 500 partite e più di 100 gol in rossonero dal 1960 al 1979, troppe polemiche e tantissime giocate di fino con la vittoria di tre scudetti, due Coppe dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa Italia e il Pallone d’Oro.

Fu descritto e criticato in mille modi: chi diceva che fosse fragile, chi poco propenso ad aiutare il centrocampo, chi lento. Forse non erano del tutto esatte queste descrizioni. Rivera fu un trequartista vero, un numero 10 purissimo, un giocatore raffinato che sapeva anche segnare oltre che far segnare.

Si ritirò nel 1979 dopo lo scudetto della stella ed entrò in dirigenza, ma furono anni terribili con due retrocessioni in B, lo scandalo del Totonero e tanti errori. Come dirigente non fu mai all’altezza e lasciò nel 1986.

Gianni Rivera - Wikipedia

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