I peggiori giocatori della storia del Milan: una guida sadomasochistica al peggio del passato e del presente

Molto spesso capitano periodi storici di una bruttezza unica. La pandemia di Covid-19 è uno di quei momenti. La hybris dell’uomo, la cui indole naturalmente non irreprensibile pensa di essere l’unica esistente, mai come oggi è pesantemente attaccata da un nemico invisibile e pericoloso per il quale manca una cura e che è nato, probabilmente, da un grave errore umano.

Ogni cosa fatta da uomini ha i suoi momenti no, com’è nella natura, fallibile, delle cose umane e anche quello che sembra un mondo di eroi semidivini, il calcio, può mostrare crepe quando si pensa di poter fare qualunque cosa si voglia senza limiti o, più semplicemente, quando si programma il lavoro ad capocchiam.

Spesso molte squadre hanno ritenuto di poter fare cose grandi ingaggiando giocatori gonfiati a dismisura e pagati altrettanto cari ritrovandosi pochi mesi dopo ad imprecare in tutte le lingue, comprese quelle morte, per aver buttato via risorse.

Il Milan oggi sta inanellando una serie di errori di questo tipo, da circa una decina di anni, ma nemmeno nel glorioso tempo che fu la dirigenza fu esente da pesanti errori di valutazione e/o clamorosi abbagli.

Questa che vi proponiamo è una non esauriente enumerazione di bidoni giunti a Milanello negli ultimi 40 anni.

Tralasciamo tempi più remoti per un motivo in particolare: fino a 40-50 anni fa gli organici erano ridotti e si giocava molto meno di oggi, per cui molti non ebbero semplicemente opportunità perché non in grado di mostrare il loro valore per il poco spazio.

Il nostro viaggio nell’orrore inizia a metà degli anni ’80, epoca sospesa che al suo tramonto vide crollare il mondo manicheo del bene e del male, leggi USA vs URSS, in favore del “bene”.

Pochi anni prima del crollo della cortina di ferro, il Milan era una squadra smarrita e debole, reduce da due annate in Serie B e alle prese con un’involuzione tecnica che durava da troppo tempo e con problemi finanziari scoperti proprio quando stavano per essere mandati al macero quasi 90 anni di storia.

Nel 1983-84, tornati in A, i rossoneri acquistarono un attaccante giamaicano, ma naturalizzato inglese, messosi in mostra nel Watford di Elton John, all’epoca proprietario del club: si chiamava Luther Blissett.

Estremamente prolifico in Inghilterra, con oltre 200 gol realizzati in carriera, al Milan si rivelò un flop colossale: firmò appena 5 reti e ne sbagliò un’infinità finendo per essere soprannominato “Luther Miss it” (dall’inglese to miss che vuol dire perdere, mancare, coniato in assonanza alla pronuncia del suo cognome) o addirittura “Callonisset” da Egidio Calloni. A fine anno tornò a segnare con continuità in Inghilterra.

Per trovare altri bidoni bisogna attendere un bel po’ di tempo. Passate le gloriose ere di Sacchi e Capello, nel 1996 il ciclo vincente dei rossoneri era sostanzialmente terminato. La squadra sembrava logora in più reparti e l’età media era elevatissima.

Tabarez prima e il redivivo Sacchi poi non riuscirono a cavare un ragno dal buco e l’anno finì con un pessimo 11° posto.

Arrivarono due nuovi olandesi, Michael Reiziger e Edgar Davids, il francese Christophe Dugarry e lo svedese Jesper Blomqvist.

Se Blomqvist e Davids ebbero solo poca fortuna, Reiziger e Dugarry dimostrarono di essere palesemente inadeguati, se non addirittura negati: il primo era un terzino destro che si dimostrò del tutto inadeguato all’arduo compito di sostituire un certo Panucci. Errori su errori, scarsa spinta offensiva e nessuna qualità nel cross.

Passato al Barcellona, vi giocò 7 anni accumulando quasi 200 presenze.

Dugarry, invece, era un attaccante. arrivato dal sorprendente Bordeaux, con il quale aveva castigato proprio i rossoneri l’anno prima in Coppa Uefa, il transalpino firmò appena 5 gol in campionato e fornì prestazioni disastrose in quantità. A fine stagione anche lui fu spedito a Barcellona, ove combinò poco o nulla.

Incredibile ma vero: pur segnando poco o nulla da qui fino al termine della carriera, nel suo palmares campeggiano la Coppa del Mondo 1998 ed l’Europeo 2000. Tra l’altro giocando molto spesso e firmando una rete a competizione. Titolare nonostante ci fosse gente come Henry e Trezeguet. Misteri. Terribilmente rissoso e irritante e dotato di due ferri da stiro, Dugarry ha realizzato 70 gol totali in carriera.

La stagione successiva, quella del Capello bis, vede arrivare a Milano un nutrito gruppo di nuovi giocatori. Tra questi spiccano un altro difensore olandese, Winston Bogarde, un centravanti svedese di nome Andreas Andersson e, soprattutto, il giovane campione, anch’egli olandese, Patrick Kluivert, colui che nel 1995 aveva punito i rossoneri nella finale di Champions League.

Bogarde, difensore estremamente duro, rozzo e falloso, giunse a Milano insieme a Kluivert. Due al prezzo di uno, insomma, ma a parametro zero. Era un terzino sinistro, ma l’abbondanza di pari ruolo costrinse Capello a schierarlo prima a destra e poi al centro.

La stampa definì le sue prove “inquietanti”. Effettivamente il ventisettenne era lento e svagato. La sua terza presenza fu l’ultima: era una trasferta ad Udine e, a pochi minuti dal termine e sul risultato di 1-1, Bogarde, ricevuta palla da Taibi durante una tranquillissima azione di rimessa e senza alcuna pressione, inspiegabilmente provò a ridargliela riuscendo ad innescare Oliver Bierhoff, che segnò il gol della vittoria dei friulani.

Dopo quel match l’olandese venne spedito in panchina o in tribuna e alla prima occasione utile fu venduto, non si sa come al Barcellona. Da lì in poi Bogarde giocò sempre meno puntando unicamente a guadagnare il più possibile: in poche parole, dal 1999 al 2004 giocò di rado, in Spagna e poi al Chelsea, e incassò tantissimo. E questo lo disse lui chiaramente durante la permanenza a Londra.

Kluivert, invece, fu un caso diverso. Le qualità del campione le aveva, i paragoni pesanti si sprecavano, e in tutto ciò che l’Ajax vinse tra il 1995 e 1997 ci fu anche la sua firma. Al Milan, invece, sembrò un pesce fuor d’acqua: in una delle prime presenza, una sfida di Coppa Italia contro la Sampdoria vinta per 3-2, realizzò il gol decisivo al 90° dopo una prestazione disastrosa con un gran numero di reti divorate.

In tutta la stagione andò così, pochissimi gol e tanti errori clamorosi sotto porta, per non parlare di partite in cui è parso avulso dal contesto; alla fine firmò appena 9 gol di cui 3 in Coppa Italia. Nell’estate del 1998 si trasferì al Barcellona e, pur segnando con continuità (più di 100 gol in 7 anni), non tornò più ai livelli espressi nell’Ajax.

Andreas Andersson, infine, fu semplicemente un pacco. Giunto con buone referenze, cioè i parecchi gol fatti con il Goteborg e anche per la moda degli Andersson, il biondo sosia del membro dei Backstreet Boys Nick Carter giocò una dozzina di disastrose partite in cui non riuscì mai a trovare un guizzo. Segnò un gol all’Empoli grazie ad una papera clamorosa di Pagotto, ma poi tornò a camminare in campo e a gennaio fu ceduto al Newcastle.

L’anno dopo vide l’ennesima rifondazione. Sulla panchina arrivò Alberto Zaccheroni, reduce dai successi di Udine, che porta con se Helveg e Bierhoff. Per la terza volta consecutiva si provò a rimpiazzare il buon Sebastiano Rossi, che aveva fatto da secondo a Pagotto e Taibi salvo riprendersi il posto per le gravi incertezze dei due, e stavolta arrivò un uomo di esperienza: Jens Lehmann.

Considerato uno dei migliori portieri tedeschi dell’epoca, arrivò a Milano dopo un buon decennio allo Schalke 04 (con tanto di Coppa Uefa vinta ai danni dell’Inter) esordendo subito come titolare.

Dopo 5 giornate, però, venne messo da parte: contro la Fiorentina riuscì in un colpo solo a regalare una punizione in area a Batistuta prendendo un retropassaggio con le mani e a regalare al numero 9 altre due reti mancando la presa su altrettanti tiri non irresistibili; a Cagliari combinò un disastro con due uscite folli che costarono un gol e un rigore. Espulso, non giocò più e a gennaio salutò il Milan e si trasferì a Dortmund.

In quell’anno, inoltre, a rafforzare la difesa arrivarono Bruno N’Gotty e Roberto Ayala: il francese è considerato un eroe per il gol su punizione in trasferta contro il Bologna in una trasferta complicatissima risolta solo al 90°, ma in realtà le sue prestazioni furono abbastanza penose per via dell’eccessiva lentezza.

L’argentino, invece, fu sostanzialmente una riserva e giocò poco o nulla.

Due anni dopo lo scudetto è tempo di tornare a vincere, ma il 2000-2001 è deludente. Zaccheroni salta a marzo dopo l’eliminazione dalla Champions League e nessuno riesce veramente ad ingranare. In attacco arriva un giovane spagnolo, José Mari, seconda punta di riserva, talmente allergica al gol da segnarne appena 5 in tre stagioni.

Nel 2001-2002 si avvicendano sulla panchina il guru Fatih Terim e l’allora “perdente” Ancelotti, reduce da tre travagliate annate alla Juventus. Tra i vari volti nuovi, quello che desta più curiosità è Javi Moreno, protagonista l’anno prima dell’incredibile avventura europea del piccolo Alaves, ma questo attaccante spagnolo perde incredibilmente il senso del gol e andrà a segno solo 2 volte contro il derelitto Venezia.

Con lui arrivarono anche il turco Umit e il brasiliano Roque Junior. Il primo sparì dai radar dopo l’esonero di Terim e una manciata di partite poco positive, mentre il secondo, una riserva o poco più nei club, ebbe una carriera surreale che lo vide titolare fisso solo in nazionale, e anche con grande profitto.

Il 2002-2003 è l’anno del ritorno del Milan al successo in Europa, ma anche quello in cui arrivò un certo Rivaldo. Il campione brasiliano giunse tra mille aspettative, ma deluse clamorosamente e non lasciò mai il segno pur giocando con continuità. Pochi gol, pochissimi assist e l’impressione che fosse un giocatore ormai sazio. L’anno dopo, chiuso da Kakà, andò via a stagione in corso.

Nel 2004-2005, svincolato dal Lione, approdò a Malpensa un centrocampista francese di nome Vikash Dhorasoo, sfruttato pochissimo in campionato per demeriti propri e una concorrenza incredibile nel suo ruolo. Di lui si ricorda solo un eurogol misteriosamente annullato contro il Bologna. Visto lo scarso successo ottenuto da calciatore, si è dato alla regia, al poker e alla politica.

Nel corso degli anni successivi giungeranno delusioni come Ricardo Oliveira e Yoann Gourcuff, bidone il primo e non da grande squadra il secondo, Johann Vogel, poco utilizzato e quasi mai in grado di fare la differenza, giocatori bolliti come Emerson e Mancini, giocatori involuti tipo Bojan, pacchi buoni per marketing vedi Keisuke Honda, brocchi colossali come Nikola Kalinic e tanti, troppi giocatori disastrosi o comunque deludenti. Ma questa è storia recente di un club che da più di dieci anni ha perso la strada.

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