Finale Champions League 2015: il cielo è blaugrana sopra Berlino

Gianluigi Buffon
Gianluigi Buffon (AFP)

Sesta finale persa in otto disputate per Madama, che parte col freno a mano tirato e non riesce ad invertire il trend negativo.

Nelle ramblas di Barcellona scorrono caroselli infiniti, raggiungono il mare, che per una notte, al blu delle sue acque, aggiunge il rosso, per una danza totale. Chissà se la velocità dei festeggiamenti è più grande di quella di Messi, che ha messo il Barcellona nella sua macchina piedecomandata e l’ha portata dritta nel cuore pulsante della storia: cinquina raggiunta. Il Real, che lo scorso anno ha conquistato la sua decima, è avvisato: i blaugrana stanno arrivando.

Luigi Enrico, re non per una notte, ma di un’intera stagione. Uno, due e tre, il triplete, la tripleta è servita. A Roma, i suoi detrattori di un tempo, rosicano. Come rosica Max Allegri, certo non per la stagione, monstre, superlativa, unica, ma per l’approccio, non da Juve e da Juve di quest’anno, alla partita più importante, all’ultimo atto. E coppa che per l’ennesima volta per le casacche bianconere, finisce per essere, vista ma non toccata, pensata ma non alzata, cullata ma non gustata.

Madama si siede alla tavolata del gran galà finale troppo preoccupata di sfigurare ed alla prima occasione, sfigura: gli assi cartesiani iberici sono perfetti, roba da far diventare scemo un professore di matematica, i tre tocchi bailadi in rapidissima successione di Neymar­Iniesta­Rakitic inchiodano presto, prestissimo la Juve. Ecco cosa significa entrare in campo con la testa sicura e vogliosa. Ecco cosa significa iniziare la gara temendo.

Il gol è un decumano per l’esercito dei poeti allenati da Luis Enrique, che capiscono dove mettere i piedi per il resto della contesa: lì, infilarsi di continuo nelle maglie della difesa bianconera, che con il solo Barzagli, pare resistere. Anzi, c’è un altro strenuo ultimo baluardo, Buffon, che fa di tutto per tenere in partita i suoi, parando con la stessa velocità con la quale Messi pensa.

Nel secondo tempo cambia qualcosa: la Juve è un’altra Juve perchè il Barca è un altro Barca. Si, perchè ad un certo punto, le camisete blu e rosse, si perdono un pochino nei loro virtuosismi, inscenando una melina sul risultato di uno a zero, cose che non si possono fare e per giunta, in una finale. La Juve, anzi Morata, il cecchino spietato di questo comunque felice anno juventino, di tap­in sveglia la sua signora e risveglia il Barcellona dal suo folle momento di bellezza senza alcuna utilità.

Busquets, Iniesta e Rakitic, che allo Juventus Stadium lo scorso anno alzò al cielo l’Europa League col Siviglia, fanno tornare il mal di testa a Marchisio, Pirlo e Vidal. L’unico a dar segni di poter risultare decisivo è Pogba, che di testa sfiora la festa. Ma, letale ed improvviso arriva il morso di Suarez, no questa volta non con i denti, ma con il destro, che imita il tap­in di Morata e porta in deliro il Barca ed in dramma la Juve. La sua difesa, che invece doveva essere il fiore all’occhiello di questo match, ha fatto acqua. Perchè non si vive di solo Buffon.

Quella che doveva al contrario essere più perforabile, la spagnola, si è comportata egregiamente, con la rodata coppia Mascherano­Piquet a formare un puntuale articolo “Il”. Tevez tenuto a bada, Vidal costretto a rincorrere con poca lucidità. Il Barcellona non gioca, sembra un gruppo di amici che va a giocare a calcetto dopo la scuola, si diverte un mondo. Nel cosmo zebrato, di questa notte berlinese, rimane tanta delusione.

I complimenti per essere arrivati sin qui non glieli toglie nessuno, ma nei novanta minuti­verità è mancato il graffio e lo sguardo della tigre. Poi logico, c’è quell’agglomerato di scienziati prestati al pallone che risponde al nome di Barcellona, ma bisognava fermarlo meglio. Operazione che riuscì solo a Mourinho, con l’Inter nell’epica semifinale del 2010, anno che resta l’ultima edizione del triplete nostrano, perchè Allegri, non ripete l’impresa mouriniana. Max ha però, da ora, una nuova missione: fare di tutto perchè la prossima finale della Juve, non abbia il solito epilogo, la solita visione della Coppa da pochi passi e la solita medaglia d’argento.

Luca Savarese

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