F1 – Michael Schumacher: i 50 anni di un fenomeno indimenticato

Non è mai facile scrivere qualcosa sul proprio Idolo, su un personaggio che, senza saperlo, ha segnato un periodo della vita tua e di milioni di appassionati e tifosi della Ferrari. E’ ancor più difficile da quel maledetto 29 Dicembre 2013, un giorno nefasto come pochi, che ha reso il giorno del suo compleanno, che segue a stretto giro di posta, un pò più triste. E’ innegabile ragazzi.

Il sorriso di Michael Schumacher, che oggi taglia il traguardo dei 50 anni (foto da: twitter.com)

Ma oggi, se possiamo azzardarci, è un pò diverso, poiché oggi il Kaiser, Michael Schumacher, il pilota più vincente di sempre in Formula 1 e con la Ferrari, compie 50 anni. Diamine come vola il tempo… Può avere un retrogusto retorico dire che sembra l’altro ieri quando, sulla verdissima Jordan 191, un allora semi-sconosciuto Michael faceva il suo esordio nel Circus, in quel di Spa, circuito che ciclicamente tornerà spesso nella sua carriera.

Per me è così. Ero solo un bimbo quando un giovane Schumi si affacciò in Formula 1, cominciando da subito, con la Benetton di Briatore, a sgomitare con i mostri sacri dell’epoca (Senna, Prost e Mansell su tutti, ovviamente). Ero un bimbo che, sotto indottrinamento di papà e zii appassionati, cominciava ad innamorarsi sempre più velocemente di questo sport, di pari passo con il calcio ed il Milan.

Flavio Briatore e Michael Schumacher, ai tempi della Benetton, scuderia con la quale il tedesco ottenne i primi successi e, soprattutto, i primi due titoli mondiali (foto da: twitter.com)

Non ricordo di aver mai malsopportato Michael ai tempi, soprattutto nel biennio 1994-95, quando si assicurò i suoi primi due Mondiali. Tifavo già Ferrari, intendiamoci, ma non provavo nessun sentimento negativo nei suoi riguardi. Le cose cambiarono dal 1996. Due ‘malattie’, la Formula 1 e il binomio Schumi/Ferrari, diventarono sempre più virulente dentro di me. Avevo 8 anni, ma le domeniche (oggi come allora) dedicate alla Rossa e a quel tedesco dalla mascella squadrata diventarono presto la normalità.

Spesso si sente dire in giro che il primo quadriennio di Michael a Maranello sia stato quello della sofferenza e del fallimento. Beh, io escluderei soprattutto il termine ‘fallimento’. Vero, due mondiali sfumarono dolorosamente sulla linea d’arrivo (tre considerando quello di Eddie Irvine nel 1999); ma io giudico lo Schumacher di quel periodo come la miglior versione di se stesso, una vera ‘bestia’ da gara, capace di imprese che restano e resteranno imperiture nella storia. Soprattutto perché ottenute con monoposto inferiori (e non di poco) alla concorrenza.

2 Giugno 1996: al volante della complicata (a dir poco) Ferrari F310, sotto il diluvio del Montmelò, Michael Schumacher ottiene la prima vittoria con la Rossa di Maranello (foto da: deviantart.com/f1-history)

Le tre vittorie e quattro pole con quello scaldabagno che portava la sigla F310, nel 1996, sono ancora oggi difficilmente spiegabili, se non con l’immenso talento dell’erede di Ayrton. Imprese semplicemente epiche come Monaco e Spa 1997, Buenos Aires e Budapest 1998 (a mio modesto parere LA GARA di Michael in Ferrari, tenendo fuori, per ovvi motivi, un’altra che sarebbe giunta poco più di due anni dopo), hanno contribuito alla nascita della leggenda del tedesco venuto da Kerpen.

Certo, non sono mancati i momenti difficili, che potevano risultare devastanti a livello psicologico, come Jerez 1997, Spa e Suzuka 1998 e l’incidente alla Stowe di Silverstone 1999. Michael, però, era ormai entrato in casa come una sorta di fratello maggiore, una presenza rassicurante ed esaltante allo stesso tempo, dalla quale a ragion veduta ogni weekend di gara potevi aspettarti una mirabilia, un qualcosa da scolpire nella mente e ricordare negli anni a venire. Il periodo 1996-2000 è quello che ricordo con più nostalgia quando mi fermo un attimo, quando mi capita tra le mani un qualsiasi video o foto di quel periodo.

Le monoposto più belle ed iconiche, nel momento di massimo fulgore della Formula 1 come fenomeno sportivo di rilevanza mondiale. Gli indimenticabili pomeriggi allo stabilimento balneare di famiglia, con non meno di una quarantina di persone tutte concentrate davanti alla TV, a tifare la Rossa e il suo alfiere teutonico. Poi l’annata della consacrazione, quel 2000 che fu un concentrato di tutto lo spettro possibile di emozioni, culminante in quell’alba rossa dell’8 Ottobre 2000. Il giusto premio per un lavoro durato un lustro, lo sfogo di 21 anni di frustrazioni e delusioni. Le lacrime di gioia di un ragazzino di 12 anni che, per la prima volta, vedeva trionfare il Cavallino Rampante.

Michael Schumacher festeggia sul podio di Suzuka, nella giornata più importante della sua epopea ferrarista. Parliamo dell’8 Ottobre 2000, la domenica del primo titolo con la Scuderia (foto da: twitter.com)

Da lì in avanti, come si suol dire, il resto è storia. Come se fosse saltata in aria una diga, Michael e la Rossa esondano, dominando (più o meno nettamente) fino al 2004, quando Spa, come a chiusura di un cerchio (dopo il debutto e la prima vittoria), accoglierà quello che sarà il settimo ed ultimo iride. Il biennio 2005-06, con una Ferrari messa in grosso affanno dalle rivoluzioni regolamentari di quel periodo e da una concorrenza più pronta a cogliere l’attimo, riportarono Michael su una dimensione più umana, fallibile, più vicina a noi comuni mortali (come sarà ancor di più nel triennio Mercedes).

Soprattutto l’ultimo anno a Maranello lo ricordo davvero come se fosse ieri. Una stagione pazzesca, ricca di emozioni, contrasti e veleni, ma con un duello tra il Kaiser ed il nuovo che avanzava a quel tempo, Fernando Alonso da Oviedo, che raggiunse picchi elevatissimi di spettacolarità. L’annuncio di Monza, al termine di una gara dominata e che riaprì quella corsa mondiale (visto anche il ko di Alonso), fu come ricevere un pugno in faccia da Mike Tyson. Benché nel tuo profondo sei ben consapevole che un giorno simile prima o poi arriverà, quando la circostanza si concretizza è sempre durissima da digerire.

Michael era diventato sinonimo di quotidianità, come possono essero i genitori, fratelli e/o sorelle, parenti ed amici più intimi. Sembrerà esagerato ai profani, ma ve l’assicuro. Il solo pensiero di una Formula 1 e di una Ferrari di lì a poco senza il Kaiser mi tormentava. La rabbia per l’esito di quel Mondiale, con il dramma sportivo di Suzuka (a 12 anni di distanza ancora non l’ho metabolizzato) a far da contraltare all’ultima gioia di Shanghai (la 91.esima), seguita da quella che considero la più stordente dimostrazione di forza, ferocia e talento velocistico dell’ultimo ventennio, ovvero Interlagos 2006, spingevano a chiedermi continuamente come potesse dire basta un Fenomeno così, ancora chiaramente il più veloce del gruppo. I ‘what if‘ se ci fosse stato lui al volante delle superbe F2007 ed F2008 mi rimbombano ancora oggi nella mente…

Il saluto del box della Ferrari al Kaiser, al termine della sua ultima gara di Rosso vestito, in Brasile nel 2006 (foto da: twitter.com)

Fu davvero dura accettare tutto ciò, anche se poi gli avvenimenti della pista e la mia anima di ferrarista e, prima ancora, di innamorato folle della Formula 1, mi permisero di andare avanti. D’altronde, pur se in altre vesti, Michael era sempre lì, nel paddock. Il dramma di Massa a Budapest 2009 riaccese la speranza di rivederlo almeno un’ultima volta sulla Rossa. Ma sappiamo anche in questo caso come siano andate le cose. In Mercedes, contrariamente alle attese, Schumacher si è trovato a dover assaggiare la polvere, a dover sgomitare per posizioni poco nobili della zona punti. Praticamente un insulto alla sua carriera. Tutto ciò, però, non ne ha scalfito l’aura leggendaria anzi; come scritto poc’anzi, ha reso più umana la sua figura, contribuendo ad avvicinare anche appassionati che, nella prima parte della sua carriera, tifavano altri piloti o non lo digerivano affatto.

Ancora oggi, non ho mai potuto sopportare tutto quello che successe in quegli anni, con tanti ‘personaggi’ che, dopo aver mangiato ed essersi ingrassati per anni al ‘tavolo Schumacher’, non persero occasione per spalare letame ad ogni pié sospinto, bollandolo come traditore per aver accettato di guidare con la Mercedes. Gli stessi che, negli anni dell’attesa iridata, non aspettavano altro che un passo falso, un errore del tedesco, per insinuare dubbi e quant’altro (le recentissime dichiarazioni di Montezemolo sono l’emblema di quel che accadeva in quegli anni). Nel mio piccolo, speravo sempre in un gran risultato ed exploit come la pole straordinaria di Monaco e il podio di Valencia, entrambi nel 2012, mi resero felice come se vestisse ancora di Rosso.

Il dito indice della mano destra che punta in alto. A 43 anni suonati, Michael strappa una pole fenomenale a Monaco. E chi se ne frega che non gli verrà conteggiata… (foto da: twitter.com)

Infine, arriviamo all’ultimo quinquennio, quello della gara più complicata, difficile della sua vita. Sinceramente, non ricordo granché dei primissimi giorni seguenti l’incidente, a parte un senso di smarrimento diffuso, come se quella disgrazia fosse avvenuta ad un mio caro. E qui mi permetto di rivolgermi a te in prima persona, Michael. Lascia stare le speculazioni, le invenzioni vergognose di quella feccia mediatica che non fa altro che cercare lo scoop a tutti i costi. La mia speranza è che tu, seppur in minima parte, possa esserti reso conto del tuo lascito, dell’enorme affetto che continua a circondarti. La tua famiglia, giustamente, continua a difendere strenuamente la tua privacy, il riserbo circa le tue condizioni di salute.

Indipendentemente da ciò, voglio dirti semplicemente una cosa: buon compleanno Michael! E non preoccuparti, così come tu sei sempre qui con noi, anche noi saremo sempre lì, al tuo fianco.

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Gianluca Zippo

Informazioni sull'autore
Laureato in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli. Malato di Formula 1 e calcio, seguo anche la MotoGP e la NBA.
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