Eusebio da Silva, storia del più grande mito portoghese

José Carlos Bauer è uno di quegli uomini che hanno vissuto una vita che ne vale almeno quattro, e l’ha quasi interamente dedicata al calcio. Nato da padre svizzero e madre afro-brasiliana, era un grande calciatore, un grande centromediano metodista, elegante e potente, attento più alla fase difensiva che a quella offensiva. Lo chiamavano “il mostro del Maracanà”, ma proprio a quello stadio è legato il ricordo più forte, e allo stesso tempo più triste della sua vita. In quello stadio, davanti a più di 100.000 persone, si consumò la peggior tragedia sportiva della storia del Sudamerica: il Maracanazo. Bauer, grazie alla sua grandezza, fu uno dei pochi a sfuggire alla damnatio memoriae che perseguitò i grandi calciatori di quella squadra disgraziata, continuò a vincere con la maglia del San Paolo in patria, ed è proprio con la maglia Tricolor che il suo destino si incrocia con quello di un altro individuo speciale: Bela Guttmann. Un uomo complicato, con un genio calcistico incredibile. I rapporti fra i due rimangono solidi anche quando Bauer intraprende la modesta carriera da allenatore che lo porterà, nel 1959 ad allenare il Ferroviária, una piccola squadra della sua San Paolo.

Il destino di Bauer è legato a doppio filo al continente africano, così nel 1960, durante una piccola tourneé con la sua squadra affronta in Mozambico lo Sporting Clube de Lourenço Marques, una squadra satellite dello Sporting Lisbona. Bastano pochi minuti per invaghirsi di un ragazzo che sembra già unico: va al doppio della velocità degli altri, ha un fisico imponente, un tiro che non lascia molte interpretazioni, e lo sguardo triste di chi sa che tornando a casa avrà poco da mangiare, se non un pezzo di pane e un po’ di latte.

Durante quella mattina africana assolta Bauer ha già le idee chiaro. Il ragazzo, che in teoria giocava sulla fascia destra, ma di fatto era ovunque in attacco, non può restare lì a lungo, ed è qui che (come spesso accadrà più avanti) il racconto si mischia alla leggenda: qualcuno dice che Bauer si lasciò scappare il nome del giovane visto il giorno prima in un salone da barbiere, è più probabile invece che il nome fosse stato riferito per sua precisa volontà, alla persona giusta: Bela Guttmann. Il ragazzo si chiama Eusebio da Silva Ferreira, è nato in Mozambico, ma di fatto è portoghese, in paese tuttavia lo chiamano Ninguém, niente, Nessuno. È l’ultimo di 8 fratelli, ha perso il padre da piccolo, sembrava destinato a lustrare scarpe, perché faceva parte del “settimo strato” in cui era divisa la società mozambicana in quel periodo, quello degli indigeni neri. Nel giro di poche settimane il signor Nessuno scatena un caso di calciomercato che è di un’attualità imbarazzante: gioca per una squadra satellite dello Sporting Lisbona, ma è tifoso del Benfica (come la mamma) e quindi finisce lì, a vestire la maglia rossa. La maglia che lo porterà ad essere definito un monumento per tutto il Portogallo.

IL GRANDE BENFICA, IL GRANDE EUSEBIO

Sul trasferimento di Eusebio dal Mozambico a Lisbona si sono raccontate storie che farebbero venir l’invidia a Steven Spielberg. Per anni si è raccontata la novella di una specie di reclusione voluta dal Benfica per 4 mesi, in un villaggio di pescatori, per evitare lo Sporting Lisbona lo rapisse, ma nell’ultima intervista rilasciata dallo stesso protagonista, il tutto viene smentito (con rabbia, tra l’altro) e con molta sincerità, la sincerità che caratterizzerà tutta la sua vita: lui tifava il Benfica, sua madre pure, l’assegno dei rossi di Lisbona era anche abbastanza sostanzioso, figuriamoci per una famiglia povera, e così il trasferimento avvenne nella regolarità.

Quello che destò subito impressione in Eusebio fu la precocità: al suo esordio, in amichevole, segna una tripletta, poi, mentre la prima squadra vince la Coppa dei Campioni nel 1961, lui si prepara per la prima stagione da professionista a soli 19 anni, e durante un Torneo a Parigi affronta il Santos di Pelé. Avete capito bene, proprio Pelé… tutti si aspettano una prestazione opaca dei portoghesi, soprattutto di quel giovane “negretto” (in quell’epoca il termine non era considerato offensivo) che proprio con il mito di O Rey era cresciuto. A fine primo tempo in effetti il Benfica sta sotto di 4 reti, ad inizio ripresa entra in campo Eusebio, che realizza una tripletta, proprio di fronte il più grande idolo, e guadagna un rigore (poi sbagliato dal compagno). 

Risultato finale 6-3 per il Santos, L’Equipe mette il portoghese in copertina il giorno dopo. Eusebio ha solo diciannove anni.

Da quel torneo in poi la scalata di Eusebio verso il successo non ha praticamente mai fine. Farà le fortune del Benfica prima, della nazionale portoghese poi. In generale tutte le colonie portoghesi faranno la fortuna della nazionale, perché il paese è povero di talenti nati nel continente e deve attingere ai possedimenti extra europei.

Il Benfica è già una grande squadra, chiamato il Brasile d’Europa, ed è allenato da un grande tecnico, appunto Bela Guttmann, che si consacra ai massimi livelli quando il 2 maggio 1962 al vecchio stadio olimpico di Amsterdam affronta il grande Real Madrid di Di Stefano e Puskas; si affrontano praticamente le uniche due squadre che hanno vinto la Coppa dei Campioni finora (5 volte il Real, 1 il Benfica) e ancora una volta Eusebio ha di fronte un grande idolo, il giocatore che successivamente definirà come “il migliore che io abbia mai affrontato”: Alfredo Di Stefano.

La gara è equilibrata, dopo un’ora il parziale è di 3-3, da lì in poi si scatena la forza innata e la classe di quel giovane ragazzo venuto da un’altra terra. Prima si procura, e segna, il rigore del 4-3, poi sugella il risultato con il 5-3. Il Benfica è campione d’Europa per la seconda volte consecutiva, ed ha battuto la più grande squadra di sempre. Eusebio, al termine della gara, mentre festeggia vede avvicinarsi proprio lui, Di Stefano, i due  si scambiano la maglia, Don Alfredo si complimenta con il ragazzo, che quasi non ci crede.

 

 

Da quel momento in poi è chiaro a tutti che Eusebio non sia un giocatore normale, non smetterà più di finire l’anno senza andare in doppia cifra di reti (a dir la verità, non va MAI sotto le 20 reti stagionali) e trascina i suoi ad una serie infinita di trofei nazionali (10 campionati portoghesi, 5 coppe nazionali) ed anche ad altre 3 finali di Coppa dei Campioni, ma il destino del Benfica in Europa sembra ormai marchiato a fuoco dalla terribile maledizione di Bela Guttmann.

Eusebio finisce puntualmente fra i primi 10 finalisti per la vittoria del Pallone d’Oro, nel 1965 ottiene il riconoscimento per singoli più importanti d’Europa, ed è il primo giocatore d’origine africana a farlo. A dir la verità, avrebbe meritato di vincerle almeno un altro paio di volte, ma si sa che la storia del Pallone d’Oro è da sempre controversa.

SOTTO GLI OCCHI DELLA REGINA

Eusebio trascina anche la nazionale portoghese, fino ad allora una modesta compagine nelle qualificazioni ai Mondiali, ed accede alla fase finale dei Mondiali 1966: quelli che si terranno nella terra d’origine di questo sport, l’Ingilterra.

Con la solita naturalezza che lo contraddistingue, la Pantera nera non fa altro che stupire l’esigente pubblico inglese, da Manchester a Liverpool, ormai tutti vanno allo Stadio per apprezzare le sue gesta e lo applaudono, lui fa a pezzi l’Ungheria, la Bulgaria e incredibilmente il 19 luglio il Brasile di Pelé e Garrincha, detentore del titolo. 

Nei quarti di finale rifila addirittura quattro gol ai temibili nord-coreani, che avevano eliminato la nostra Italia, ma si ferma solo a Wembley (uno stadio che gli porterà sfortuna) nella semifinale contro i padroni di casa. Lo scontro, epico, è fra il Portogallo cenerentola e l’indiscussa favorita, l’Inghilterra, fra Eusebio e Bobby Charlton. Il nostro timbra il cartellino, ma è troppo tardi, sul 2-0. I lusitani si giocano comunque il terzo posto con l’Unione Sovietica e vincono, raggiungendo un terzo posto storico. Eusebio ha segnato 9 reti, ha 26 anni, ed è ormai opinione più che diffusa che fosse sprecato per giocare ancora in un campionato mediocre come quello portoghese. 

Nell’estate ’66 così le trattative fremono, e l’Inter di Angelo Moratti sembra ormai ad un passo dall’acquisto del Re di Lisbona: Eusebio va direttamente a Milano a parlare con il Presidente, contratto triennale, 500 milioni il prezzo fissato, una somma con la quale si poteva comprare mezza Lisbona (come affermato dallo stesso Eusebio), ma ad intervenire ancora una volta fu la politica. Come nel caso di Pelé, si mise di mezzo il dittatore Salazar, che non voleva che il più grande patrimonio del Portogallo venisse ceduto all’estero, ma anche la Federcalcio italiana che, dopo la caporetto coreana, decise di chiudere le frontiere calcistiche agli stranieri.

Eusebio rimane così nell’esilio dorato del suo Portogallo, che ormai è aggrappato alle sue corse, alla sua classe, alla sua potenza, alla sua modernità. Nella stagione 1967-68 si conferma a livelli incredibili: segna 50 gol in 35 partite, una media disumana di 1,42, e trascina ancora una volta in finale di Coppa dei Campioni, ancora una volta torna a Wembley e ancora una volta la maledizione di Bela Guttmann colpisce. La rete all’80’ di Graca sembra stia regalando la terza coppa ai portoghesi, poi si scatena il futuro Pallone d’Oro, George Best, ed Eusebio dice addio alla seconda Coppa in carriera.

IL LASCITO DI EUSEBIO

eusebio portogallo benfica (2)

 

Fino all’età di 33 anni rimane fedele al Benfica, e continua a segnare senza tregua. Al termine della sua carriera in Europa farà più gol che presenze: 473 reti in 439 gare. Farà in tempo ad assistere alla rivoluzione olandese, comandata da Rinus Michels e Johan Cruijff, dopodiché deciderà di andare in esilio lontano dal vecchio continente, per 4 anni fa sponda fra America del Nord, Canada, addirittura Messico, per poi mettere la parola fine alla sua carriera a 37 anni nel 1979.

Del vecchio Eusebio non c’è molta traccia negli anni lontani dall’Emisfero Orientale del pianeta, come se la sua forza dipendesse anche dall’ambiente che lo circonda, dalle urla della gente che lo ama e lo conosce, da chi prima lo ha chiamato “Nessuno” e poi lo ha acclamato come “Dio”, tanto da riservargli, nel giorno della scomparsa, un funerale in uno stadio, e 3 giorni di lutto nazionale.

Perché quel ragazzo africano non era diventato solo un simbolo del Portogallo, era il Portogallo stesso.