Emergenza Coronavirus: FIGC chiede cassa integrazione per calciatori e dipendenti delle società di seconda e terza serie

Non tutte le società calcistiche navigano nell’oro, anzi sono pochissime, e questa crisi sanitaria senza precedenti lascerà segni profondissimi in ogni settore, anche quello ritenuto “dorato” quale quello del calcio.

Molte società stanno lavorando per evitare il default, c’è chi chiede sacrifici importanti ai propri tesserati e si cerca di capire quali benefici arriveranno dai tagli degli stipendi più ingombranti.

Ma la Serie B e la Serie C sono mondi a parte; lontane dallo splendore finanziario (ovviamente circoscritto a pochissime società) della massima serie, le oltre 80 squadre delle categorie inferiori, alcune (troppe) delle quali già in affanno per altri motivi, potrebbero avere un collasso finanziario tale da comprometterne l’esistenza.

E’ per questo che uno dei presidenti della Serie C, il proprietario del Potenza e parlamentare di FDI Salvatore Caiata, seguirà alla Camera l’iter di una proposta avanzata dalla Figc al Governo in merito all’attivazione della cassa integrazione per i lavoratori delle società di seconda e terza serie.

Si tratta dei lavoratori non sportivi (ad esempio addetti stampa, custodi, magazzinieri, ecc…) o proprio dei calciatori? Come spiegato da Caiata in una nota, nella richiesta fatta al Governo c’è l’introduzione della cassa integrazione per entrambe le tipologie a patto, solo per quanto riguarda i calciatori, che il loro reddito sia inferiore ai 50.000 euro.

La proposta sarà discussa in questi giorni e, secondo Caiata, sarà l’unica che verrà fatta: “Il Consiglio di Lega mi ha incaricato di seguire alla Camera l’iter per la cassa integrazione ai calciatori, ma non possiamo chiedere di più allo Stato. Se vogliamo sopravvivere dobbiamo autoregolamentarci. Ci auguriamo il contrario ma siamo in molti a credere che non sia possibile tornare in campo per questa stagione. Lo sconfinamento a luglio presenterebbe ostacoli burocratici difficili da superare. C’è da evitare un disastro: noi presidenti siamo chiamati a salvare le nostre aziende“.

La fine della pandemia è ancora lontana. Cinicamente parlando, gli stravolgimenti che manderanno all’aria ogni settore dovranno, non potranno, essere un’occasione per ripensare la nostra società in termini umani.

Non può esservi benessere se la persona non conosce il benessere interno ed esterno che solo una vita soddisfacente può offrire. Ed allora è il tempo di mettere da parte ciò che è finanza, liberismo sfrenato, frenesia, corsa al successo ad ogni costo, progresso non etico.

Non c’è bisogno di riproporre le folli teorie di Malthus o Darré per ricominciare, basterebbe solo ripensare al progresso in termini non consumistici.

Anche il calcio deve ripartire eliminando ogni discrepanza tra le squadre partecipanti. Equità, zero politica, serietà, maggiore attenzione ai contenuti offerti e meno servilismo.

Nonostante queste belle parole, però, il pessimismo e la mia visione ciclica della Storia mi impediscono di pensare bene dell’uomo. In generale.