Classifica migliori calciatori stranieri in Serie A: da Maradona e Platini a Cristiano Ronaldo

Nel 1966, dopo il disastroso mondiale d’Inghilterra, la FIGC decise di chiudere le frontiere impedendo l’acquisto di calciatori stranieri. Erano ammesse solo le naturalizzazioni degli oriundi.

L’autarchia calcistica durò per ben 14 anni e, finalmente, nel 1980 le frontiere vennero riaperte, ovviamente in maniera non indiscriminata e con paletti modificati nel tempo.

Dal 1980 in poi arrivarono in Italia tanti buoni giocatori e tanti pacchi, ma anche alcuni fenomeni che, si può dire, hanno cambiato la storia dei club che investirono su di loro.

Quella che segue è una non esaustiva classifica, dall’ultimo arrivato al primo, dei più grandi stranieri giunti in Italia.

Juventus ronaldo

CRISTIANO RONALDO

Il portoghese, insieme a Leo Messi, ha costituito un duopolio calcistico che, dopo il loro ritiro, non potrà essere intaccato per molto tempo.

In una decina di anni Ronaldo ha vinto tutto e per più volte, divenendo il calciatore più dominante di sempre, sia tecnicamente che caratterialmente, e ha raggiunto e superato ogni tipo di record.

Ala divenuta in breve tempo attaccante vero e proprio, dopo essersi fatto notare allo Sporting Lisbona, nel 2003 è volato a Manchester, sponda United, e, presa la numero 7 appartenuta a gente come Best, Cantona e Beckham, ha raccolto i primi successi internazionali della sua carriera.

Nel 2009 è andato nel Real Madrid post-galacticos e, dopo aver sofferto per alcuni anni la maggior fortuna del rivale Messi, ha iniziato a vincere anche in blanco ottenendo la bellezza di 3 Champions League consecutive.

Due anni fa, ad inizio aprile, la magnifica rovesciata contro la Juventus nell’andata dei quarti di finale, con relativa standing ovation, non lasciava certamente presagire l’arrivo, inatteso ma preparato per mesi, del campione portoghese a Torino.

Giunto per la cifra di poco più di 100 milioni, in realtà non enorme se pensiamo a che giocatore sia, ma con un ingaggio mostruoso di 30, CR7 ha avuto un impatto importante dal punto di vista realizzativo, 53 reti in 75 partite fin qui, in bianconero ha completato la sua trasformazione in attaccante puro, letale.

KAKA’

Campione del Mondo con il Brasile l’anno prima (anche se da riserva), Ricardo Izecson dos Santos Leite sbarcò a Milano, sponda rossonera, nel 2003 vestito da studente.

Sembrava tutto, ma non quel mostro di tecnica che rivelò di essere quasi subito tanto da “costringere” Ancelotti a dargli la titolarità del ruolo delicato di trequartista.

Ma Kakà, questo il soprannome, oltre ad essere un gran rifinitore era anche un giocatore dotato di grande velocità nel saltare l’uomo e nella progressione palla al piede e anche di uno spiccato senso del gol, come dimostrano i suoi 104 gol totali in rossonero, e di un tiro dalla distanza estremamente potente.

In sette stagioni totali, dal 2003 al 2009 e poi nel 2013-14, il brasiliano giocò sempre al massimo e nel 2007 conobbe l’anno di grazia vincendo Champions League, Supercoppa Europea, Coppa Intercontinentale e, infine, Pallone d’Oro.

Nel 2009 passò al Real Madrid, ma, anche a causa della pubalgia, non si rivide più il giocatore straordinario di prima, nemmeno quando tornò al Milan cinque anni dopo.

ANDRIJ SHEVCHENKO

Quando questo attaccante ucraino arrivò al Milan nel 1999 (lo voleva anche la Roma, ma poi Sensi virò su altri), non era un totale sconosciuto: con la Dynamo Kiev aveva vinto svariati campionati e aveva anche mietuto varie vittime in Champions League, andando anche a mortificare il Barcellona con una clamorosa tripletta nel clamoroso 0-4 del Camp Nou nel novembre 1997.

Capocannoniere in carica dell’edizione 1998-99 del massimo torneo continentale, al Milan si impose immediatamente realizzando 24 gol nel primo e nel secondo anno, ottenendo un titolo di capocannoniere.

Dopo un 2002 interlocutorio, il 2003 e il 2004 furono i suoi anni di maggior gloria in rossonero: nel 2003, nonostante un infortunio che ne limitò presenze e prestazioni, fu protagonista soprattutto in Champions League con alcuni gol pesantissimi, come quello in semifinale contro l’Inter, e nella finale contro la Juventus siglò il rigore finale che regalò la coppa al Milan. Poco dopo giunse anche la Supercoppa Europea.

Nel 2004 aggiunse al palmares anche lo scudetto (ottenuto soprattutto grazie ai suoi 24 gol che gli valsero anche un altro titolo di capocannoniere) e una Supercoppa Italiana, nella quale siglò addirittura una tripletta. A fine anno ebbe un meritatissimo Pallone d’Oro.

Dopo il trauma di Istanbul e un 2006 nel quale sfiorò un’altra finale, Sheva, come era ormai soprannominato, decise clamorosamente di accasarsi al Chelsea. In Inghilterra fu solo un lontano parente del calciatore ammirato solo poco prima e confermò l’involuzione anche quando tornò in rossonero nel 2008. Concluse la carriera dove aveva esordito.

RONALDO

Di Ronaldo sappiamo tutto: ne sono esistiti due, quello incredibile che dominò la scena europea e mondiale dal 1995 circa al 1998, e dal 1998 in poi quello meno appariscente, seppur ancora in grado di segnare a valanga e di offrire qualche numero di altissima scuola.

Il primo Ronaldo è quello per il quale Massimo Moratti arrivò a sborsare ben 48 miliardi di lire per strapparlo al Barcellona nel 1997.

Fu un acquisto sensazionale che permise all’allora già sfolgorante calcio italiano di ricevere ancor più l’attenzione dei media di tutto il mondo. E Ronaldo non deluse siglando la bellezza di 25 gol in 32 presenze, non riuscendo a vincere la classifica cannonieri solo a causa dell’annata di grazia di Oliver Bierhoff.

Sempre nel 1997 arrivarono il Pallone d’Oro e la Coppa Uefa, ma pochi mesi dopo, quello che doveva essere il Mondiale della consacrazione si trasformò in un dramma. Il malore misterioso alla vigilia della finale, la pesante sconfitta e il mesto ritorno a casa.

Ronaldo rimase un letale attaccante, ma non era più l’uomo in grado di dribblare intere difese, portieri, quello che nello spazio stretto riusciva a scartare facilmente i migliori difensori del tempo. Tra il 1999 e il 2000 due terribili infortuni al legamento rotuleo ne minarono per sempre l’esplosività; drammatico l’urlo di dolore in quell’aprile di 20 anni fa allo stadio “Olimpico“.

Tornò in campo solo a fine 2001, segnò altri 12 gol in una manciata di partite all’Inter, ma dopo il 5 maggio i rapporti si incrinarono e il suo addio è ricordato ancora come un tradimento nei confronti di chi lo aveva amato e aspettato.

Nel 2002 rinacque: vinse il suo secondo Mondiale con il Brasile, ma stavolta da protagonista e non da panchinaro grazie a ben 8 gol e al Real Madrid, seppur ingrassato e meno esplosivo, segnò con incredibile costanza tanto da conquistare un altro Pallone d’Oro a fine anno.

Nel 2007, a gennaio, compì il tradimento passando al Milan. Dopo un anno e mezzo in rossonero con qualche gol e un nuovo grave infortunio, Ronaldo tornò in Brasile e smise gli scarpini nel 2011 tra i rimpianti per quello che poteva essere se le ginocchia gli avessero dato tregua.

ZINEDINE ZIDANE

Zinedine Zidane militava nel Bordaux quando nel 1996 esplose improvvisamente guadagnandosi la chiamata della Juventus.

Giunto a Torino, la sua anarchia tattica e il suo essere un giocatore portato alla giocata ad effetto vennero “istituzionalizzati” da Marcello Lippi, che ne fece il trequartista ideale per la sua corazzata che, in quel magico periodo, mise in bacheca tutti i trofei possibili ed immaginabili grazie anche al contributo di assist e gol del transalpino.

Nel 1998 la consacrazione totale: il Mondiale disputato in casa non lo aveva visto protagonista come avrebbe voluto e dovuto essere, il gol non arrivava e l’apporto fu limitato, anche a causa del tentativo di eliminare un avversario già a terra. Tornò ai quarti di finale e, arrivato all’ultimo atto, segnò due gol in finale rivelandosi man of the match. A fine 1998 ottenne anche il Pallone d’Oro.

Questo trequartista raffinato dal fisico da centravanti non fu altrettanto prolifico come molti altri nel suo ruolo (31 gol in 212 partite globali in bianconero), ma sapeva come far segnare. Nel 2001, dopo un Europeo conquistato da protagonista, salutò la Juventus pronta al restauro con destinazione Madrid: al Real vinse l’ultimo trofeo che gli mancava, la Champions League, proprio al primo anno.

GABRIEL BATISTUTA

Nel 1991 sbarcò a Firenze un centravanti argentino fresco di vittoria in Copa America. Proveniente dal Boca Juniors, il ventiduenne Gabriel Batistuta si rivelò, dopo un ambientamento non facilissimo, un grandissimo cannoniere in rado di segnare in ogni modo: di testa, in acrobazia, di destro e di sinistro, su calcio piazzato e dalla distanza.

Il suo impatto negli anni seguenti con la maglia della Fiorentina fu tale che divenne il miglior marcatore della storia del club gigliato con 152 reti. Ne segnò tanti e molti spettacolari anche in Europa, ad esempio contro Barcellona e Arsenal, ma vinse poco.

Nel 2000 passò, non senza polemiche, alla Roma. In realtà voleva lasciare Firenze già da un paio di anni perché voleva lottare per lo scudetto, ma era sempre stato trattenuto. In giallorosso contribuì con 20 gol al terzo tricolore giallorosso e contro la Fiorentina realizzò un gol pesante e spettacolare dopo il quale pianse.

Dopo il titolo, iniziò a declinare fisicamente e i suoi gol si fecero più radi. Concluse la carriera italiana nel 2003 con altri due centri con la maglia dell’Inter e lasciò il calcio dopo un’ulteriore esperienza nei paesi arabi.

FRANK RIJKAARD

Nel 1988 il Milan completò la sua sezione olandese con l’acquisto di un altro asso quale Rijkaard, un difensore centrale dotato di grande velocità e prestanza fisica, ma anche un certo senso del gol che gli permise di cogliere frutti anche a centrocampo.

Campione d’Europa con l’Olanda nel 1988, il suo arrivo al Milan sarebbe stato impossibile se Sacchi non fosse riuscito ad imporsi con Berlusconi per far ingaggiare lui: il presidente, infatti, voleva in realtà il trequartista argentino Borghi e all’epoca non si potevano ingaggiare più di tre stranieri in rosa (c’erano già gli altri due olandesi).

In cinque stagioni in rossonero vinse tutto da protagonista e nell’ultima partita della carriera fu nuovamente decisivo con l’Ajax firmando l’assist per Kluivert nella finale di Champions League proprio contro il Milan.

Divenuto allenatore, a differenza dei suoi due connazionali ottenne gloria anche sulla panchina essendo stato capace di riportare al successo il Barcellona sia in patria che in Europa; inoltre, fu proprio Rijkaard a preparare la strada a Pep Guardiola, a far esordire Messi e a creare i presupposti per il tiki-taka.

LOTHAR MATTHAUS e ANDREAS BREHME

Sempre nel 1988 anche l’Inter si dà un tocco internazionale andando a pescare in Germania un regista con il vizio del gol e un terzino di spinta molto dotato tecnicamente: erano Matthaus e Brehme, entrambi provenienti dal Bayern Monaco.

Pur essendo un centrocampista arretrato, Matthaus non era affatto allergico al gol e la sua abilità nei calci piazzati e la potenza del suo tiro gli permisero di realizzare ben 204 reti in venti anni di carriera. Abile nei lanci e negli assist, negli ultimi anni arretrò ulteriormente divenendo un ottimo libero.

Sopperì con la tecnica al pressoché totale anarchismo tattico che gli “impediva” di seguire pedissequamente le indicazioni dei tecnici.

Brehme, invece, fu un terzino ambidestro che, giunto all’Inter, si appropriò della fascia sinistra e ne divenne un grande esponente vincendo, con il connazionale, scudetto e Coppa Uefa in maglia nerazzurra.

Nel 1989 arrivò a Milano anche Jurgen Klinsmann, ma, a parte la Coppa Uefa del 1991, non diede un apporto significativo come gli altri due. In compenso il trio teutonico fu protagonista ai Mondiali italiani vinti grazie al rigore siglato, di destro, proprio da Brehme nella finale contro l’Argentina.

Nel 1992, anche a causa dei continui cambi di panchina ed errori tecnici e dirigenziali che avevano affossato la squadra nerazzurra, il trio tedesco levò le tende.

MARCO VAN BASTEN e RUUD GULLIT

Per loro due basta il nome. Giunsero insieme, nel 1987, al Milan da Ajax e PSV e, insieme al connazionale Frank Rijkaard (giunto l’anno dopo), contribuirono in massima parte alle fortune del Milan di Sacchi in campo internazionale, da sempre, e soprattutto da quel momento, territorio di caccia prediletto della compagine meneghina.

Van Basten, centravanti elegantissimo e acrobatico tanto da essere soprannominato “cigno di Utrecht“, un esteta dell’area di rigore che frequentava con profitto, firmò ben 125 reti totali in 201 partite, molte se consideriamo che le sue ginocchia erano di cristallo tanto da costringerlo a ritirarsi a soli 30 anni dopo due stagioni senza mai scendere in campo. Nonostante tutto, entrò nella storia e ottenne ben tre Palloni d’oro.

Gullit, esuberante fuori e dominante in campo, fu un grande centrocampista offensivo che seppe fare molto bene anche come libero, ad inizio e a fine carriera, divenendo noto per la progressione inarrestabile e la potenza fisica. Pallone d’Oro 1987, a metà anni ’90 lasciò il Milan per contrasti vari con la società e con Capello accasandosi alla Sampdoria, in cui giocò soprattutto in difesa.

Fu l’ultimo dei compagni di nazionale e di Milan a ritirarsi: lo fece nel 1998 quando ricopriva il ruolo di calciatore-allenatore al Chelsea. In Inghilterra fu il primo non autoctono a vincere la FA CUP.

DIEGO ARMANDO MARADONA

Quello dell’argentino con il Napoli è un rapporto che trascende il calcio e sfocia addirittura nella religione se non nell’idolatria. Meradona fu, seppur per pochi anni, l’artefice della volontà di rivalsa della città partenopea, che da sempre si considera nazione più che città, nei confronti delle potenze del Nord.

Maradona fu il Masaniello tanto atteso che trascinò un popolo intero verso una grandezza mai vista prima e neanche dopo. Visceralmente popolare come Napoli, Maradona divenne re e si fece sempre perdonare per i suoi eccessi, uno dei quali, la cocaina, lo costrinse a lasciare Napoli. Era il 1991 e la positività alla cocaina riscontrata dopo un Napoli-Bari gli costò un anno e mezzo di squalifica.

Ma Diego è un re anche in Argentina, fonte di autorevolezza e “nemico dei poteri forti”. Critico nei confronti dei vertici del calcio mondiale, li accusò per anni di ogni nefandezza.

Se tatticamente si può definire un centrocampista offensivo, Maradona era tuttavia qualcosa di diverso da quel ruolo. Era più un attaccante arretrato che segnava e faceva segnare. Basso e non proprio asciutto, era tuttavia velocissimo e inarrestabile palla al piede, tanto da riuscire spesso a seminare più avversari in una volta.

Era uno specialista nei calci piazzati, che calciava di sinistro imprimendo spesso traiettorie velenose, e spesso e volentieri beffava i portieri meno avveduti infilzandoli direttamente da centrocampo. E’entrato nella storia anche per il Mondiale vinto nel 1986 e per i gol all’Inghilterra: la mano de Dios e il gol del secolo, quest’ultimo realizzato dopo aver saltato 7 avversari, portiere compreso.

In finale non segnò, ma un suo assist nei minuti conclusivi, dopo un’altra impresa solitaria, fece crollare definitivamente la Germania Ovest.

Messosi in mostra nel Boca Juniors e nel Mondiale spagnolo, Maradona sbarcò a Napoli nel 1984 dopo un biennio non fortunatissimo al Barcellona. Nel 1982 sembrava vicino alla Juventus, ma rifiutò anche per non “pesare” sugli operai della Fiat, in quel momento ai ferri corti con Agnelli.

Costato ben 12 miliardi, pagati successivamente alla firma, fu presentato allo stadio al costo di 1000 lire a spettatore. Ne intervennero 80000.

Dopo due annate di assestamento molto positive, nel 1986-87, sotto la guida di Ottavio Bianchi, il Napoli riuscì a vincere il suo primo scudetto. A questo successo seguirà la Coppa Uefa 1989 contro lo Stoccarda e un altro titolo nazionale nel 1990. La Supercoppa Italiana di quell’anno completò il cerchio.

In nazionale, dopo il 1986, solo dolori. Nel 1990, nel Mondiale italiano, gli insulti e i fischi durante l’inno argentino da parte di alcuni tifosi italiani durante la finalissima persa contro i tedeschi e nel 1994, dopo un inizio incredibile contro Grecia e Nigeria, l’addio: portato via da una massiccia infermiera dopo la sfida vinta contro gli africani, Maradona venne sottoposto all’antidoping e fu nuovamente beccato per aver assunto una sostanza proibita, l’efedrina, e cacciato dal torneo.

Da lì in poi la sua carriera non conobbe altri acuti, mentre la cocaina e altri eccessi gli tolsero quasi la vita. Ora è rinato come uomo, si è ripulito, ed attende una nuova avventura in panchina.

ZICO

Estate 1983: l’Udinese vuol mettere le mani su un calciatore in grado di offrire alla sua tifoseria emozioni mai vissute e così il patron Lamberto Mazza decide di fare il colpo grosso assicurandosi nientemeno che il numero 10 della nazionale brasiliana Arthur Antunes Coimbra, in arte Zico.

Già leggendario trequartista, ma con numeri da attaccante puro visti gli oltre 300 gol firmati con il Flamengo, aveva 30 anni nel momento in cui il presidente friulano staccò l’assegno da 6 miliardi che convinse il Flamengo a lasciarlo andare.

Era maestro nei calci di punizione ed aveva una grande tecnica che, come dicono i numeri, gli permise di rendersi incredibilmente efficace anche in zona gol.

Quell’estate, mentre le emittenti brasiliane legate alla squadra rossonera erano in lutto, la tifoseria bianconera impazzì per l’arrivo del fenomeno, ma non fu affatto facile ingaggiarlo.

Per ricavare la cifra necessaria, infatti, Mazza e il suo dg Franco Dal Cin organizzarono un’operazione finanziaria a dir poco intricata che prevedeva il pagamento cash di una parte della somma a carico della società attraverso alcuni sponsor (si può dire che Zico fu il primo calciatore i cui diritti di immagine furono gestiti da una società esterna, la Grouping Limited) e di una parte a carico dell’azienda di cui Mazza era presidente, la Zanussi (produttrice di elettrodomestici).

I sindacati, tutt’altro che convinti, protestarono. Furente, in particolare, fu la reazione dell’allora segretario generale della CGIL Luciano Lama, che accusò il patron di aver messo in cassa integrazione gli operai della sua azienda.

Ai sindacati si associò anche la FIGC, il cui presidente Federico Sordillo voleva richiudere le frontiere per tornare all’autarchia calcistica.

Dopo lunghe e roventi settimane, dichiarazioni provenienti da ogni parte (intervenne addirittura il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che “benedisse” l’operazione) e addirittura un corteo dei tifosi con tanto di “minaccia” di secessione (“o Zico o Austria“) alla fine l’affare poté chiudersi.

L’impatto del “Pelé bianco” in Italia fu ottimo nel primo anno, in cui si fece notare per le grandi giocate, le punizioni perfette e gli addirittura 19 gol che gli valsero il secondo posto in classifica cannonieri dietro Platini, ma a poco a poco gli infortuni lo tradirono sempre più di frequente e il secondo torneo in bianconero fu un mezzo fiasco: 15 partite e 3 gol.

Tra Serie A e Coppa Italia Zico segnò in tutto 30 volte giocando 54 partite. Il brasiliano, alla fin fine, arrivò tardi in Italia, ma fece molto bene finché gli infortuni glielo permisero. La sua avventura in nazionale fu quasi decennale e lo vide andare a segno per 48 volte.

Disputò tre Mondiali, 1978, 1982 e 1986, e rimase particolarmente scottato nella seconda occasione. Quella nazionale verdeoro era, per molti, una delle migliori di sempre, ma non vinse a causa della grande prestazione dell’Italia in quel celebre pomeriggio. Concluse la carriera internazionale dopo il torneo messicano del 1986.

TONINHO CEREZO

Sempre nel 1983 giunse in Italia, stavolta alla Roma, un altro brasiliano. Inizialmente sembra a rischio a causa di Sordillo, come spiegato sopra, ma per fortuna dei capitolini il presidente Dino Viola riesce a spuntarla.

Centrocampista centrale agile e abile nei contrasti, nonché dotato sia in interdizione sia in regia, Cerezo, insieme al compagno di reparto Falcao, divenne un idolo della tifoseria e nel 1983 fu tra i protagonisti dello storico secondo scudetto giallorosso. L’anno dopo la delusione più grande: la sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool proprio all’Olimpico.

La particolarità di Cerezo è la longevità agonistica: a 31 anni, infatti, era ancora un giocatore integro fisicamente e, trasferitosi alla Sampdoria, ne diventò il perno per sei stagioni vincendo Coppa delle Coppe e scudetto, due eventi storici per i blucerchiati, ma mancò nuovamente l’appuntamento con la coppa più importante, persa in finale contro il Barcellona nel 1992.

MICHEL PLATINI

Era il 1978 e l’Inter aveva in mano il giovane francese di origini italiane, tanto da fargli firmare un pre-contratto, ma le frontiere ancora chiuse impedirono ai nerazzurri di ingaggiarlo e Platini si accasò al Saint-Etienne.

il 30 aprile del 1982 la Juventus, approfittando dei tentennamenti di un’Inter che, oltretutto, aveva già ingaggiato due stranieri, il massimo consentito all’epoca, lo ingaggiò per la stagione successiva.

Giunto a Torino dopo il Mondiale, Platini trovò la condizione ideale solo nel girone di ritorno e iniziò ad offrire prestazioni sempre più eccellenti trovando una buona intesa con l’altro straniero della rosa, Zibi Boniek, e concludendo l’annata con 26 gol globali e il titolo di capocannoniere.

Tuttavia, malgrado la vittoria della Coppa Italia, arrivò l’enorme amarezza per la finale di Coppa dei Campioni persa contro contro l’Amburgo.

L’anno dopo arrivarono, invece, scudetto e Coppa delle Coppe, nonché un altro titolo da capocannoniere per un giocatore che, ormai, aveva dimostrato di essere molto più di un centrocampista: era un vero e proprio attaccante arretrato o un regista avanzato, in grado di rifinire e concludere l’azione, dotato di grande precisione negli assist e nei lanci lunghi. A fine anno ottenne anche il suo primo Pallone d’Oro.

Il campionato 1984-85 non andò granché bene per i bianconeri, ma in Coppa dei Campioni arrivò la prima vittoria nella finale di Bruxelles contro il Liverpool, decisa da un rigore, in realtà inesistente, di Platini.

Il trionfo, tuttavia, non poté essere gustato a causa della strage di tifosi bianconeri provocata dalla violenza dei famigerati hooligans e dalla incredibile inefficienza delle forze dell’ordine.

Platini ottenne il terzo ed ultimo titolo di capocannoniere con 18 reti e, a fine anno, si aggiudicò la Coppa Intercontinentale contro l’Argentinos Juniors. A fine 1985 arrivò anche il suo ultimo Pallone d’Oro.

L’ultima stagione di Platini fu sottotono. Il fisico non rispondeva più a dovere e così, dopo un’annata con poche presenze e soli 2 gol e il rifiuto di arretrare la sua posizione in campo, si ritirò a soli 32 anni.

Anche in Nazionale ebbe successo: nel 1984 vinse da protagonista l’Europeo in casa realizzando ben 9 reti (record ancora imbattuto) e ottiene il bronzo mondiale nel 1986. Male, invece, i tornei 19878 e 1982, finiti con un’eliminazione al primo turno e un quarto posto. Ad oggi è ancora il secondo miglior marcatore della nazionale transalpina con 41 gol.

Chiusa la carriera agonistica divenne allenatore per un breve periodo, ma poi si diede alla carriera dirigenziale divenendo anche presidente della Uefa nel 2007 e fu il responsabile della modifica dei format delle coppe europee e dell’introduzione del FFP. Travolto da accuse di corruzione, si dimise nel 2015.

PAULO ROBERTO FALCAO

Uno dei primi stranieri a giungere in Italia dopo la riapertura delle frontiere nel 1980 fu un centrocampista brasiliano di nome Falcao, acquistato dalla Roma. Abbastanza noto agli addetti ai lavori, non era però famoso come il connazionale Zico, che era il vero sogno dei tifosi giallorossi.

Acquistato grazie ad un prestito accordato al presidente Viola da parte del presidente del Montevarchi Vasco Farolfi (l’Internacional aveva preteso il pagamento in termini che la Roma non poteva rispettare), Falcao parte in sordina divenendo a poco a poco un elemento insostituibile.

La sua annata migliore è quella dello scudetto, 1982-83, nella quale realizza ben 7 reti. Con Cerezo e l’austriaco Prohaska formò un centrocampo prolifico e difficile da superare e nel quale era lui a dettare i ritmi e creare i presupposti per le azioni offensive.

Dopo un’altra stagione culminata con la finale di Roma persa contro il Liverpool, Falcao iniziò il 1984-85 ancora in giallorosso, ma andò via a stagione in corso per tornare in Brasile. Afflitto da vari problemi fisici, si ritirò poco dopo.

In nazionale giocò poco. Esordì in un Mondiale solo nel 1982, in quel Brasile pieno di classe ma non di equilibrio che, pur giocando meravigliosamente, si fece eliminare dall’Italia. Nella kermesse successiva, invece, giocò solo due spezzoni, gli ultimi di una carriera internazionale con 28 apparizioni e 6 gol.

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