Auguri Franco Baresi, 6(0) anni da leggenda

A Milano l’autunno si vede e si sente sempre e a fine ottobre c’è già freddo. Non ci sono partite in tv in quel 28 ottobre, c’è la sosta per le Nazionali impegnate negli spareggi per il Mondiale francese di giugno. Il giorno dopo, mercoledì 29, l’Italia giocherà in una Mosca congelata come sempre il primo round.

Eppure Milano non è del tutto autunnale. “San Siro” è aperto. Illuminato. Colorato. Il Milan vi aveva giocato una decina di giorni prima un terribile match di campionato contro il Lecce, perdendo come capitava troppo spesso; l’Inter aveva perso una settimana prima l’andata del suo turno di Coppa Uefa contro il Lione.

E allora che succede? Quella sera c’è una festa speciale. Sì, ogni festa è speciale, ma questa di più. Andiamo un po’ più indietro nel tempo, ma non troppo: a giugno il Milan gioca l’ultima partita di un campionato 1996-97 disastroso.

Contro il Cagliari finisce male, come troppe volte quell’anno, e alla mestizia di un campionato chiuso a metà classifica si aggiunge altra mestizia per l’addio del Capitano, con la C rigorosamente maiuscola. Franco Baresi, 37 anni compiuti da poco, sa che è ora di togliere gli scarpini.

Lo aveva detto sei mesi prima: la mente è mente e quindi mente, ma le gambe sono gambe e lui le aveva usate benissimo per vent’anni.

E così, in quel freddo ottobre, Franco si prepara all’ultima sgambata. E’ una festa e come in ogni festa ci sono gli amici, ma anche gli avversari di tante battaglie. E’ una vera parata di stelle, sotto gli occhi di 60.000 spettatori e di un giovane Gerry Scotti, conduttore della serata non ancora “zio” né re del preserale e della TV commerciale.

Franco segnerà uno dei suoi pochi gol della sua carriera, quello meno importante statisticamente, ma dal valore simbolico inestimabile. Del resto nemmeno quella è una vera partita, è solo un momento di nostalgia e di celebrazione. Il Capitano devia da due passi un tiro mal riuscito di Angelo Colombo, polmone poco appariscente della macchina di Arrigo Sacchi, in panchina quella sera con Fabio Capello.

La celebrazione inizia per davvero quando, a 6 minuti dal termine, Franco lascia la partita. E’ un tripudio di bandiere, applausi e di note di Tina Turner (“The Best“) e Mina (“Grande, Grande, Grande“). Il giro di campo lo vede commuoversi e pensare sicuramente a tante cose sulla sua vita passata in campo. Per il futuro c’è tempo.

La sua maglia è la numero 6: nel calcio del passato, prima dei numeri personali, era il numero del libero, quel particolare e fondamentale ruolo, oggi scomparso, che vede uno dei difensori centrali non in linea con gli altri, ma dietro di loro, ultimo baluardo della difesa che deve soprattutto far ripartire i suoi e impostare il gioco da dietro. Questa maglia, da quella sera, non potrà indossarla più nessuno. Ritirata per sempre.

Una fitta al cuore arriva quando Silvio Berlusconi, presente allo stadio malgrado i gravosi impegni politici, all’epoca davvero gravosi malgrado fosse all’opposizione, a fine partita gli consegna un Pallone d’Oro alla carriera. Purtroppo è un premio simbolico, non ufficiale, evidentemente creato ad hoc per lui che ne avrebbe meritato almeno uno.

Ma Franco non ci pensava. La sua mente era certamente rivolta al passato, ai suoi inizi da calciatore. A quel 1974 che fu l’inizio di tutto.

Franco, all’anagrafe Franchino, ha 14 anni, e insieme al fratello maggiore di due anni Giuseppe, Beppe per gli amici, gioca nella squadra del suo paese, Travagliato, in provincia di Brescia. Beppe era stato ingaggiato dall’Inter non molto tempo prima e Franco provò a seguirlo.

Il loro allenatore è un giovane grintoso di nome Guido Settembrino, tipo deciso e a volte ruvido, il quale apprezza le qualità dei due e la loro duttilità. Franco è un difensore e Beppe un mediano, ma possono anche ricoprire ruoli diversi.

Settembrino decide di far provare il grande salto anche al piccolo (effettivamente lo era, 164 cm soltanto all’epoca) e lo porta a Milano, la grande città non ancora da bere. Ma le cose vanno male.

Franco viene scartato. Fisicamente non è adatto, dicono, troppo basso e gracile. Tuttavia la sorte ha mille sorprese e si manifesta nelle sembianze di Italo Galbiati, un ex calciatore che dopo una carriera spesa soprattutto in seconda serie è divenuto dirigente del settore giovanile nerazzurro. Assiste al provino e non dice nulla.

Chissà perché, però, l’anno dopo Galbiati, intanto passato al settore giovanile del Milan, lo fa tornare nella grande città. Chissà perché lo prende adesso e non prima e dopo due partitelle in ruoli diversi, una delle quali da libero. Che Galbiati sapesse già che sarebbe dovuto andare al Milan? No, probabilmente il destino ha voluto così.

Franco fa tutta la trafila e nel 1977 arriva nella squadra Primavera. Va a scuola in un istituto per geometri e guadagna 20.000 al mese. Studi, vitto e alloggio sono pagati. Deve però affrontare una prova durissima, la peggiore di tutte: la morte del padre in un incidente.

Poco dopo, mentre elabora il lutto, il ragazzo approda in prima squadra: trova Nils Liedholm in panchina e grandi vecchi come Enrico Albertosi e Fabio Capello come compagni di squadra. Questi non gli danno corda, Capello perché è così e Albertosi perché forse non crede fino in fondo che sia affidabile.

Diventa amico di uno dei giovani, Fulvio Collovati, e attende il suo momento. E il momento arriva quando, un mese prima di fare 18 anni, c’è da sostituire lo squalificato Maurizio Turone, il libero titolare che diverrà famosissimo anni dopo. Liedholm, che è uno che manda in campo i giovani e li responsabilizza, lo prende e gli dice di prepararsi perché tocca a lui.

La partita è di quelle toste, in casa di un Verona che contro il Milan diventa spietato, e il fatto di dover rimontare lo dimostra. Franco fa bene, molto bene, Albertosi lo tormenta mettendolo continuamente in agitazione, ma il numero 6 c’è e fa il suo dovere. Il giorno dopo riceverà un 7 in pagella sui giornali.

Nello spogliatoio, mentre si prepara per la doccia, incontra nientemeno che il Paròn Nereo Rocco, allora dt del Milan, e riceve una delle sue battute, praticamente un premio partita: “Ciò, mona, te ga zogà anca ti?“. Rocco non vedrà Franco crescere ancora, né potrà dirgli altro, poiché se ne andrà pochi mesi dopo in un letto di ospedale di Trieste.

In quella stagione non giocherà più, ma sono tutti concordi nel definirlo un ragazzo dal grande avvenire. Rivera, Liedholm e altri lo ritengono un tassello importante. E il “Piscinin“, soprannome datogli praticamente subito, sa che può crescere bene in un ambiente che crede in lui.

L’anno dopo sembra esserci un posto libero per Franco: Turone è andato alla Roma e in rosa non arriva nessun altro in quel ruolo. Liedholm ad arretrare Albertino Bigon, ma non è lo stesso. E così è Franco a diventare titolare, è proprio lo svedese a dirglielo chiaramente.

Mentre Bigon si riscopre attaccante e torna a segnare come una volta, Franco si prende d’imperio il ruolo e contribuisce in gran parte al clamoroso decimo scudetto, quello della stella cercato e desiderato da tantissimo tempo. La squadra non era teoricamente attrezzata per cercare il titolo, ma non lo sa nessuno e così l’outsider sorprende tutti.

Dopo il successo, l’addio del capitano: Gianni Rivera, 36 anni, lascia il calcio dopo 19 anni di trionfi e la fascia passa a Bigon. Ma va via anche Liedholm, tornato alla Roma dopo contrasti contrattuali. C’est la vie.

Gli anni ’80 sono quelli esuberanti e glamour degli huppies e del profitto ad ogni costo, quelli di Ronald Reagan che da Hollywood finisce al numero 1600 di Pennsylvania Avenue e dà il via ad un decennio di liberismo sfrenato insieme a Margaret Thatcher e quelli in cui l’Italia pensa di averlo più grosso. Ma sono anche gli anni delle Falkland, di Chernobyl e della fine del mondo com’era conosciuto.

Mentre nemmeno lontanamente si pensava alla fine dell’URSS e alla caduta del Muro, il Milan era pronto a ritrovarsi dopo un periodo duro.

Nel 1980 due personaggi romani, tali Massimo Cruciani e Alvaro Trinca, fruttivendolo e ristoratore, si incontrano per l’ennesima volta. Uno rifornisce l’altro per il suo locale e si dicono: “tanti scommettono sulle partite di nascosto, sai quanti miliardi…”.

E così decidono di arrotondare i guadagni truccando le partite. Uno sa che il ristorante dell’altro è frequentato da calciatori di Roma e Lazio e allora perché non tentare?

Le cose vanno bene a volte, ma altre volte no. Non sempre i giocatori accettano, o almeno lo fanno cambiando poi idea. E così loro due perdono soldi e finiscono a terra.

Come rimediare? Meglio denunciare, pensano; così li freghiamo ben bene e ce li portiamo all’inferno. E così, a primavera appena iniziata, durante una domenica normalissima trascorsa a vedere i gol su 90° minuto, gli spettatori non vedono gol e spettacolo, ma manette. Calciatori portati via come fossero criminali pericolosi, direttamente negli stadi davanti a migliaia di tifosi.

Il Milan perde la faccia: addio presidente Colombo e addio Serie A. La Serie B non la conosce nessuno o quasi e in molti vanno via. Franco potrebbe farlo, ma decide di restare. E di resistere. L’annata va benissimo e la promozione arriva tranquillamente. C’è anche il tempo di segnare il primo gol della carriera in Coppa Italia.

Nel frattempo Enzo Bearzot lo chiama e lo convoca agli Europei in Italia. Lui non gioca. Bearzot non vuol farlo giocare libero, c’è già Scirea. E così sta in panchina mentre i compagni arrivano quarti.

Arriva un altro presidente e sulla panchina adesso c’è Gigi Radice, uno tosto ed esigente. Ma che succede? Non si segna, pensa Franco, non si riesce a trovare mai il gol. Radice organizza allenamenti distruttivi, ne risente persino uno come Joe Jordan che è scozzese e ha una fibra diversa.

Di più. Franco sta male: inizia a pensare al ritiro perché il corpo viene colpito da una malattia del sangue. Un’infezione da stafilococco che lo lascia senza forze; a 22 anni deve usare una sedia a rotelle. Mesi orribili nei quali combatte come può. In più, lui e i compagni sono sospettati di essere dei lavativi. E’ Radice che ha saputo così e si è fidato. Chissà chi glielo ha detto.

Mentre lui non c’è, la società è in guerra. Va tutto a rotoli, ci si fa male da soli e gli avversari non cadono quando serve. Si torna in B. Nonostante Franco torni e segni due volte.

E’ però un anno speciale quel 1982. Franco, respinta ogni proposta e ripresosi dal male, vola in Spagna con Bearzot per i Mondiali. Dalla panchina, ancora da là, il piscinin soffre durante il primo girone e poi gioisce nel secondo. Non gioca mai, ma anche lui è campione quando Dino Zoff alza la Coppa e Sandro Pertini esulta davanti a Juan Carlos. “Magari toccherà anche a me un giorno”, pensa.

E’ però tempo di tornare a Milano. Bisogna tornare in A e Franco dovrà guidare i compagni perché da questo momento è lui il capitano. Sono andati via Aldo Maldera, il terzino dal gol facile, e Fulvio Collovati, protagonista del Mondiale che ha “tradito” scegliendo i colori dell’Inter.

Niente Juventus, niente Sampdoria e soprattutto niente Inter. “Non posso andarmene” dice. E non va via. Con Ilario Castagner il Milan vola e torna subito in A e pazienza se la Cavese compie un’impresa agli inizi di novembre.

Franco è sempre più la colonna portante della squadra, diventa sempre più forte e la squadra tiene botta nonostante tutto. Nonostante i problemi societari e finanziari impediscano di provare a tornare grande. E’ un “piccolo diavolo” quello degli anni ’80.

Ma gli anni ’80 sono anche quelli delle svolte. Giuseppe Farina, presidente da non molto, deve assolutamente fare qualcosa: i debiti sono tanti, troppi, e le porte del tribunale stanno per spalancarsi. Franco, intanto, litiga con Bearzot: non vuol giocare mediano e manda a quel paese il “vecio” mentre ci si gioca un oro olimpico a Los Angeles. Addio Nazionale per un po’.

Nel frattempo, per raggranellare denaro Milanello era diventato di tutto, persino un luogo per celebrare matrimoni. Basta pagare l’affitto. Farina non molla, è tentato dal vendere Baresi, ma Baresi, dal canto suo, non vuol saperne di andar via. Arriva la Finanza, non sono stati pagati nemmeno i contributi. Farina se ne va

Nel 1986 un giovane imprenditore milanese sospettato di interismo salva il Milan dal fallimento e ne diviene il nuovo proprietario. E’ Silvio Berlusoni, ancora non politicamente impegnato, ma già potentissimo magnate della tv commerciale.

Spettacolarizzare tutto il mondo rossonero come fa lui, con elicotteri che atterrano in campo, musiche epiche e robe fin troppo pacchiane fa ridere tutti e nessuno dà credito a questo teatrino. Il Milan prova a tornare grande, ma manca ancora tutto a livello tecnico.

Ad un certo punto cambia qualcosa. Nel 1987 Franco incrocia la sua strada con quella di un giovane allenatore emiliano, tale Arrigo Sacchi. Noto solo come tecnico di provincia, pur essendo “profeta” di un modo diverso di concepire il calcio, Sacchi arriva dal Parma e un anno prima aveva eliminato i rossoneri dalla Coppa Italia.

Berlusconi se ne innamora, lo vuole e lo prende. Sacchi è un alieno, arriva a Milanello e manda al manicomio Franco facendogli vedere e rivedere i movimenti del libero del suo Parma, Gianluca Signorini, e lo sfibra con allenamenti specifici incredibilmente duri.

Franco non lo digerisce inizialmente, ma poi deve ricredersi. I problemi con il tecnico bisogna metterli da parte, al massimo affrontarli in altro modo e in altro luogo. In campo è un Milan che incredibilmente riesce a fare il miracolo di beffare il Napoli di Maradona, sorpassato con quel celebre 3-2, e di vincere il campionato grazie ad una grande rimonta.

Di quel pomeriggio napoletano si è detto di tutto, si è parlato anche di camorra, ma la partita è limpida. Meno limpida è la monetina di Alemao due anni dopo, ma questa è un’altra storia.

Per Franco è il secondo scudetto, il primo da capitano, ma ancora non sa che Sacchi ha intenzioni ancora più serie. In due anni arrivano due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Franco è diventato un campione di livello assoluto alla soglia dei 30 anni.

Barcellona, 1989. Franco alza la sua prima Coppa europea, la più importante. Lo Steaua Bucarest è forte, ma il Milan di più e poi con quell’esodo di tifosi tutti in rossonero non si può perdere. Franco annulla gli uomini migliori dei rumeni mentre Gullit e Van Basten banchettano in area.

Vienna, 1990: il Benfica, maledetto da Bela Guttman, è più duro da affrontare e il gol della vittoria è uno solo, di Rijkaard. Ma basta per rialzare la Coppa.

Tokyo, 1989 e 1990: Franco diventa addirittura leggendario con le sue due Intercontinentali vinte da protagonista. Non segna, non è un difensore con il gol nel sangue, però fa cose mai viste. Dirige, pressa, imposta. Come nessuno.

Diventa Immortale. Ovviamente in senso tecnico. Quella squadra diverrà un giorno immortale in quanto indimenticabile, leggendaria. La migliore di sempre. E quel piscinin gracile con la 6 ne è il sublime primo difensore.

Due anni di gioie, ma anche di dolori come a Marsiglia e, soprattutto, azzurri.

Il 1990 è l’anno del Mondiale italiano, quello che chissà quando ricapita, quello da vincere assolutamente. Vicini fa di lui un perno di quel gruppo. E invece no, è Maradona a dire no. Anzi, Caniggia. Franco è campione del Mondo, ma quello era il primo mondiale a vederlo in campo. Non aveva giocato otto anni prima e nel 1986 era rimasto a casa.

Ma nemmeno con Sacchi è tutto rose e fiori e nel 1991 lui e i compagni lo mettono con le spalle al muro. Quegli allenamenti erano terribili, mancava l’aria. Berlusconi dice sì e richiama Fabio Capello.

Sacchi va ad allenare la Nazionale e Capello, vecchio burbero compagno tanti anni prima, permette a Franco di iniziare a fare incetta di allori nazionali. Sono tre di fila, uno dei quali senza perdere mai. Insieme a Billy Costacurta, Mauro Tassotti e Paolo Maldini da immortale diventa invincibile. Ma immortali e invincibili sono anche Van Basten, Gullit, Rijkaard, Ancelotti, Donadoni e altri. Ma Baresi è sempre Baresi.

Degno erede di Beckenbauer, adesso Franco è il Kaiser. L’imperatore. Dirà Gianni Brera, non uno qualunque: “Baresi II è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962“.

Quel II accanto al nome non è un refuso, ma un modo per differenziarlo dal fratello Beppe, che sta concludendo la carriera all’Inter dopo 17 anni di fedeltà per concludere a Modena.

Franco invece è all’apice. Arrivano altri due scudetti e alcune grosse delusioni europee. Praticamente Capello compie l’opposto percorso di Sacchi in fatto di vittorie.

Monaco di Baviera, 1993: Capello lascia fuori Gullit e schiera un Van Basten appena tornato dall’infortunio. Il Marsiglia non è una novità del calcio europeo, ha una finale persa alle spalle e voglia di vincere. Il tutto condito da giocatori di prim’ordine. Gioca bene il Milan quella sera, ma non si passa. Un Barthez ancora capellone fa ottima guardia e un certo Basile Boli, difensore, segna di testa il gol decisivo.

Il Marsiglia, però, ha barato per vincere il campionato e finisce in B. Non gli viene tolta la coppa appena vinta, ma non può difenderla l’anno prossimo né può giocarsi Supercoppa Europea e Intercontinentale.

La prima competizione va al Parma, lei sì una grande novità. Vince 2-0 a Milano come in campionato. A fine 1993 Tokyo ritrova i rossoneri al cospetto del San Paolo. I brasiliani, guidati dall’arzillo Toninho Cerezo, vincono a sorpresa 3-2 e così niente coppa.

Ma l’anno nuovo è quello buono. Di nuovo una finale europea, stavolta contro il Barcellona ad Atene. L’ego di Johan Cruijff lo porta a sottovalutare l’avversario, acciaccato e privo anche degli squalificati Costacurta e Baresi.

Sì, Franco non c’è. E’ stato ammonito in semifinale e, per regolamento, deve abbandonare la fascia, che sarà di Tassotti. Franco è distrutto, voleva la rivincita e deve soffrire fuori dal campo. Soffrirà poco: Massaro, Massaro, Savicevic, Desailly e 4-0 con il quale Crujiff dice addio alla sua pizzuliana “baldanza”.

Un mese dopo Sacchi lo chiama per il mondiale. Franco sa che è l’ultimo e lo vuole vincere davvero. L’Irlanda è ostica e molto meno forte, ma è furba e segna subito con il piccoletto Houghton. Si comincia male.

La Norvegia è rude, di piccoletti non ce ne sono e tutti picchiano e ripartono. Pagliuca viene presto espulso per fallo di mano fuori area e Baggio deve far posto a Marchegiani dando del “matto” al ct in mondovisione; Franco lotta, si dà da fare e poi il buio. Una scivolata forse mal eseguita e addio menisco.

E’ un dolore enorme che forse nemmeno l’altro Baggio, Dino, riesce a mitigare segnando il gol risolutivo. E’ un calvario nel calvario: l’operazione, il Messico, la Nigeria che quasi ci elimina, la Spagna che non molla. Ma almeno c’è Roberto, finalmente ai suoi livelli, e anche la Bulgaria è sistemata.

Solo tu, Franco, sai come sei riuscito a giocare la finale contro il Brasile a 24 giorni dall’operazione al menisco. Solo tu sai come hai annullato Romario e Bebeto. Solo tu sai quanto coraggio ci è voluto per battere il primo rigore. Pazienza se è andato altissimo e pazienza se i verdeoro vincono. Un po’ campione del mondo lo sei anche tu per il coraggio e la forza che hai avuto sempre.

Quel 17 luglio a Pasadena finisce una storia lunga e tormentata tra Franco e la nazionale. In realtà finisce a settembre in Slovenia in una gara di qualificazioni all’Europeo, ma non è passata alla storia. Capitano dal 1991 al 1994, lasci la fascia all’erede Maldini.

A fine 1994 altra dolorosa sconfitta in Intercontinentale contro il Velez, ma almeno ti consoli con la Supercoppa Europea contro l’Arsenal. In campionato non va granché, solo 4°, ma c’è un’altra finale di Champions League, come si chiama ora.

Vienna, 1995. L’Ajax è giovane e ruspante, guidato dal’amico Rijkaard. Gara con poche emozioni, ma finisce male. Kluivert segna e così niente bis a Vienna e niente bis europeo.

L’anno dopo sai già che potrebbe essere l’ultimo o quasi. Cambieranno molte cose. Intanto vinci un altro scudetto, l’ultimo. Ma nel 1997 va tutto male e lasci senza trofei in mano in una piovosa giornata milanese quasi estiva.

Mentre Berlusconi ti dà quel pallone d’oro non proprio originale, ma bello a vedersi, hai pensato a questo. Lo hai pensato quando hai segnato contro quella sagoma di Preud’Homme durante la tua festa. O forse quando sei uscito. Non sostituito perché alle feste si entra e si esce.

C’era una frase su un diario: “Baresi, l’immensità che diventa leggenda”. E questa frase merita di essere lasciata così, da sola e come chiusura.

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