Allegri, dunque Juve: perhè Max non si è fatto schiacciare dalla pesante eredità di Conte

Massimiliano Allegri

Allegri mai probabilmente pensava, quando, un anno fa, il 13 gennaio 2014, nella nebbia di Sassuolo stava miseramente, travolto dal pokerissimo di Berardi, per finire il suo rapporto tecnico con il Milan, mai pensava di divenire, un anno dopo, l’allenatore della Juventus. Lui, livornese verace, già si prefigurava delle proficue pesche al largo, a bordo delle sue barche, perché se lo chiamano acciughino, anche in fatto di pesci, bè deve intendersene parecchio. La vita però è, come diceva qualcuno, quella cosa che accade quando stai facendo altro.

La nuova vita di Max ha cominciato ad accadere quando Conte Antonio ha capito che la sua storia d’amore e di trattore con la Juve, era giunta al capolinea. 15 luglio 2014, mezza Italia è in vacanza, tutta la Germania sta festeggiando la quarta coppa del mondo, arrivata due notti prima. Max inizia la giornata in infradito e costume e la finisce in scarpe eleganti ed in gessato. La Juve ha scelto lui per il dopo Conte. Apriti cielo, i tifosi mica lo accolgono con gioia e tripudi, il ragazzo viene dal Milan. Qualche raro saggio mormorò, non troppo preso su serio, “Bella gente, ma anche Pirlo Andrea veniva dal Milan, eppure…”. Qualche maligno sentenzia: “Ma Max e Pirlo non si potevano vedere al Milan, figuriamoci alla Juve…”.

La critica, attonita ed ancora abituata a vedere una Juve ad immagine e somiglianza di Conte, storse il naso e si immaginò una sorta di Gigi Del Neri 2.0.in bianconero. Max non si scompose, incassò, lasciò parlare ed iniziò a fare, o meglio a non far fare più quello che il suo predecessore, che poi si accaserà presto sulla panchina azzurra, faceva ossessivamente fare: Allegri cercò, passo dopo passo, consapevole che mattone su mattone viene su una grande “hasa”, alla toscana, di decontizzare la Juve.

L’allenatore salentino faceva letteralmente ammattire i suoi giocatori spremendoli e pretendendo sempre più del massimo, lui, che Max ce lo ha già nel nome, lasciò un pochino più fare, allentò la tensione, tenendo però vivissima la motivazione: la Juve passò da una Jeep (e qui lo sponsor non centra) versione carro armato, ad una moto da cross, si potette anche respirare ogni tanto, laddove si doveva, prima, solo marciare dritti. La partita di Allegri era così cominciata, per la serie, “Voglio riuscire anche io, senza essere un clone di Conte, ad ottenere risultati concreti”.

Gli stimoli della sua gente (quella di Conte, più Morata, Pereyra, Evra, Coman e qualche altro) erano stati toccati, anche loro erano pronti a dire: “Un momento, anche noi vogliamo mostrare all’Italia e perché no anche all’Europa, che mica solo con Conte rendevamo, che non siamo mica dei burattini guidati da un burattinaio e che ora la pacchia è finita, ma anzi non se ne parla nemmeno, semmai una nuovo e più fresco allestimento di una festa può aver inizio”.

Morale della favola? La Juve fa un girone d’andata da record, che nemmeno alcuni vati erano stati mai in grado di fare. Allegri non si è limitato ad essere una marionetta che scimmiescamente ripeteva il mantra di Conte, ma gradualmente, più all’inglese che alla tedesca, con un sano gusto di una competizione tutta italiana, ci ha messo del suo ed il gioco è stato presto fatto: Juve prima in Italia, Juve agli ottavi di Champions (obiettivo minimo). I giocatori? Bè ci hanno messo del loro, due su tutti, Tevez, continuando a fare la differenza con colpi che non ti lasciano indifferente, e poi Pogba, che ora ha un peso all’interno del gioco di Madama, che forse, negli ultimi vent’anni, ha avuto solo un certo Zinedine Zidane.

Allegri non è stato in distruttore di un credo ed un applicatore di una nuovo sistema, semmai, sornione ed intelligente, ha svolto un puntuale lavoro di “bricoleur”, di quei tram che una volta a Milano si chiamavano gamba de legn, che al posto della trazione equina (alias il lavoro di Conte) preferivano la trazione meccanica, ha donato nuovi usi a materiali che potevano correre il rischio di essere vecchi, stantii, logori.

E la Torino bianconera e tutti gli juventini della galassia, si godono la benedetta proprietà invariantiva zebrata: cambiando l’ordine degli addendi, pardon degli allenatori, il risultato non cambia: Juve prima ieri, Juve prima oggi. Scettici e maliziosetti messi a tacere. Colui che al primo anno ha fatto 13 al Milan, vincendo il titolo, per ora, per questa prima grande parte di stagione, sta facendo centro anche dalle parti dello Stadium, ed ora può lavorare tranquillo, non da “il dopo Conte”, da Max Allegri e basta, e quella nostalgia tipicamente propria degli interisti post Mourinho che i tifosi della vecchia, ma sempre giovanissima signora, avevano dal 16 luglio e per tutto il mese d’agosto, fino all’inizio del campionato, espresso, mentre sorseggiavano diffidenti i loro caffè, ora è diventata, sei mesi dopo, una stupita ed un pochino incredula gioia, mentre di nuovo carichi, anche senza Conte, bevono spremute d’arance.

Questo gattopardesco da Conte ad Allegri, tutto cambia perché nulla cambi, mi ricorda molto da vicino un passaggio epocale della storia milanista: da Sacchi a Capello, e la musica suonò più forte che mai.

Luca Savarese

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