Fabio Capello spegne 80 candeline e riapre il libro della sua carriera

Fabio Capello spegne 80 candeline e riapre il libro della sua carriera
Fabio Capello

Fabio Capello compie 80 anni e lo fa con il peso leggero di chi ha attraversato quasi ogni epoca del calcio moderno senza mai restare davvero ai margini. Prima centrocampista elegante, poi allenatore vincente, infine opinionista ascoltato e spesso tagliente, Capello è una delle figure più riconoscibili del calcio italiano. La sua storia non è soltanto una sequenza di trofei, ma un viaggio dentro generazioni diverse, spogliatoi pieni di campioni e decisioni che ancora oggi fanno discutere.

Nel giorno del suo compleanno, l’ex tecnico ha ripercorso alcuni dei momenti più importanti della sua vita calcistica, scegliendo anche i nomi che più hanno segnato il suo percorso. Tra ricordi, giudizi e aneddoti, il passaggio che inevitabilmente attira più attenzione riguarda il miglior giocatore allenato. Capello non ha avuto dubbi: Ronaldo il Fenomeno resta per lui il più grande.

La scelta non è banale, soprattutto se si considera la lista di campioni passati sotto la sua guida. Capello ha allenato fuoriclasse come Marco van Basten, George Weah, Alessandro Del Piero, Zlatan Ibrahimovic, Francesco Totti, Raúl, Roberto Carlos, David Beckham e molti altri. Eppure, davanti a tutti, nella memoria del tecnico friulano resta Ronaldo Nazario, talento assoluto, devastante, capace di cambiare una partita con una naturalezza rara.

Ronaldo il Fenomeno resta il più grande per Capello

Il giudizio su Ronaldo racconta molto del modo in cui Capello interpreta il calcio. Per lui il talento puro conta, ma non basta. Il Fenomeno viene ricordato come un campione fuori scala, un giocatore dotato di una qualità tecnica e fisica che pochi nella storia hanno posseduto. Allo stesso tempo, Capello non nasconde il rammarico per ciò che Ronaldo avrebbe potuto essere ancora più a lungo se avesse avuto un rapporto diverso con il sacrificio, l’allenamento e la gestione della propria carriera.

Proprio qui nasce il fascino di questa scelta. Capello non sta premiando soltanto il calciatore più disciplinato, più continuo o più semplice da allenare. Sta riconoscendo la grandezza istintiva di un giocatore che, nel suo massimo splendore, sembrava appartenere a una categoria diversa. Ronaldo aveva velocità, forza, tecnica, controllo del corpo, dribbling e freddezza davanti al portiere. Era un attaccante moderno prima ancora che il calcio moderno prendesse davvero forma.

Il rapporto tra Capello e Ronaldo al Real Madrid fu complesso. Il tecnico arrivò in un ambiente ricchissimo di stelle, ma anche di equilibri delicati. La sua idea di calcio chiedeva ordine, lavoro e responsabilità collettiva, mentre Ronaldo era già una leggenda segnata da infortuni, genialità e una gestione personale non sempre compatibile con la rigidità capelliana. Eppure, proprio Capello continua a considerarlo il più grande tra quelli allenati. Questo rende il giudizio ancora più forte, perché arriva da un allenatore che non ha mai fatto sconti a nessuno.

Cassano, il talento che faceva arrabbiare Don Fabio

Accanto al nome di Ronaldo, Capello ha citato anche Antonio Cassano, definendolo un talento fuori dal comune ma anche uno dei grandi rimpianti della sua carriera. Il legame tra i due è stato intenso, turbolento e pieno di frizioni, soprattutto ai tempi della Roma e poi del Real Madrid. Cassano aveva colpi da fuoriclasse vero, visione di gioco, tecnica, fantasia e una capacità naturale di inventare calcio negli ultimi metri.

Il problema, secondo Capello, è sempre stato il resto: continuità, disciplina, capacità di accettare regole e sacrifici. Cassano era un giocatore capace di accendere una partita con una giocata improvvisa, ma non sempre disposto a seguire il percorso necessario per trasformare il talento in grandezza stabile. Per questo il suo nome resta sospeso tra ammirazione e rimpianto.

La frase su Cassano colpisce perché sintetizza una carriera intera in poche parole: un talento immenso, ma non completamente realizzato. Capello, che lo ha conosciuto da vicino, non parla da semplice osservatore esterno. Parla da allenatore che ha visto il potenziale, ha provato a incanalarlo e si è scontrato con i limiti caratteriali di un giocatore amatissimo proprio per la sua imprevedibilità.

De Rossi scelto come miglior allievo

Tra i passaggi più significativi dell’intervista c’è anche la scelta di Daniele De Rossi come miglior allievo. Capello lo lanciò alla Roma, credette in lui e ne accompagnò i primi passi in un ambiente complesso, dove emergere non era semplice. De Rossi sarebbe poi diventato uno dei simboli romanisti più forti degli ultimi decenni, campione del mondo con l’Italia nel 2006 e figura di riferimento per temperamento, intelligenza tattica e senso di appartenenza.

La scelta di De Rossi dice molto anche sul Capello formatore. Spesso si parla di lui come di un tecnico duro, pragmatico, vincente, quasi freddo nella gestione dei rapporti. In realtà, il suo percorso dimostra anche una grande capacità di riconoscere giocatori destinati a crescere. De Rossi non era solo un giovane promettente, ma un centrocampista con testa, personalità e lettura del gioco. Tutte qualità che Capello ha sempre considerato fondamentali.

Il fatto che venga indicato come miglior allievo, più che come semplice ex giocatore, aggiunge un dettaglio umano. Non è solo una valutazione tecnica, ma anche affettiva. De Rossi rappresenta il calciatore che ha raccolto qualcosa dall’insegnamento di Capello e lo ha portato avanti nella propria carriera, prima in campo e poi in panchina.

Dal gol di Wembley alla Champions con il Milan

La carriera di Capello contiene momenti che appartengono ormai alla memoria collettiva del calcio italiano. Da giocatore vinse scudetti con Juventus e Milan, lasciando il segno anche in Nazionale con lo storico gol dell’Italia a Wembley contro l’Inghilterra nel 1973. Un episodio che ancora oggi resta una delle immagini più forti della sua vita da calciatore.

Da allenatore, però, Capello ha costruito la parte più imponente del suo mito. Il capolavoro assoluto resta la Champions League 1994 vinta dal Milan contro il Barcellona ad Atene. Una finale entrata nella leggenda, non solo per il risultato, ma per il modo in cui il Milan dominò una squadra considerata favorita. Quel successo mostrò la miglior versione del calcio capelliano: organizzazione, fame, intensità, qualità tecnica e capacità di colpire nei momenti decisivi.

A questi trionfi si aggiungono gli scudetti con il Milan, il titolo storico con la Roma, le esperienze alla Juventus, le vittorie in Liga con il Real Madrid e le avventure con le nazionali di Inghilterra e Russia. Una traiettoria lunga, severa, spesso divisiva, ma difficilmente replicabile.

L’eredità di Capello nel calcio moderno

A 80 anni, Fabio Capello resta una voce autorevole perché ha vissuto il calcio da ogni angolazione possibile. Ha giocato, allenato, vinto, litigato, scelto, tagliato campioni, valorizzato giovani e gestito spogliatoi pieni di personalità enormi. Il suo calcio è stato spesso definito pragmatico, ma ridurlo solo a questo sarebbe limitante.

Capello ha sempre cercato equilibrio tra talento e disciplina. La sua ammirazione per Ronaldo, il rimpianto per Cassano e l’affetto per De Rossi raccontano tre lati diversi della stessa idea: il campione deve avere qualità, ma anche testa, lavoro e capacità di stare dentro una squadra. Chi ha tutto diventa leggenda. Chi ha solo una parte rischia di restare incompiuto.

Il compleanno di Capello diventa così molto più di una ricorrenza anagrafica. È l’occasione per rileggere una carriera che attraversa il calcio italiano ed europeo, dal campo alla panchina, dai grandi club alle nazionali, dai campioni ingestibili agli allievi diventati uomini simbolo. E tra tutti i nomi incontrati, uno continua a brillare sopra gli altri: Ronaldo il Fenomeno, il giocatore che secondo Don Fabio aveva qualcosa che nessun altro possedeva davvero.

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