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MOTOGP | La Ducati riparte da zero…e da Dovizioso

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Andrea Dovizioso

Non che ci si aspettasse qualcosa di anomalo o profondamente diverso dalle “abitudini”, sta di fatto che il week-end della MotoGP ad Indianapolis non ha dato alla luce particolari novità. Tutto come previsto, tutto come al solito. I soliti che vincono (alternandosi), gli altri che perdono. C’è chi perde con estrema professionalità, arrivando persino a brillare, e chi invece resta a rantolare in maleodoranti e malinconiche retrovie. Altre sette gare alla fine, una lotta al titolo tutta da seguire ristretta a due nomi (Pedrosa e Lorenzo) e pochi altri spunti d’interesse. Si sa già quel che accadrà. Dani e Jorge se le daranno, con un terzo incomodo fastidiosissimo di nome Casey Stoner, potenziale ago della bilancia del campionato, nonché preziosa arma in favore di Pedrosa nel caso in cui servisse un “aiuto al compagno di squadra”. Dietro il Dovi, sempre in prima linea, e gli altri. Da Spies a Bradl, da Hayden a Crutchlow, da Bautista a (quel che resta di) Valentino Rossi, tutti a caccia di un risultato per l’onore.

In molti devono ancora definire il proprio futuro e lotteranno per ottenere il massimo, anche se i team ufficiali sono già a posto. Sistemati, pronti già ora a progettare le mosse in chiave 2013. La Honda, orfana di Stoner, si presenterà con Marquez e Pedrosa (il bimbo e il veterano di casa HRC, coppia tutta da scoprire), la Yamaha riproporrà il vecchio tandem Lorenzo-Rossi (con Jorge prima guida e Vale nell’insolito ruolo di “secondo”), la Ducati, a meno di clamorose sorprese, punterà sull’usato sicuro (Hayden) e su una delle note più liete del campionato in corso, Andrea Dovizioso. Manca l’ufficialità, ma ormai è questione di dettagli. Scaricato dai vertici Honda prima (2011) e Yamaha dopo (2012), il 26enne di Forlì ha accettato la sfida più difficile ma al contempo affascinante: riuscire laddove Rossi, il più grande di sempre, ha miseramente fallito.

Una scelta logica e naturale, così come sembrò terribilmente “normale”, due anni fa, giungere al compimento del matrimonio tra Valentino e Borgo Panigale. Un legame atteso da sempre, fisiologicamente celebrato al termine di un percorso che ha visto Rossi trionfare dappertutto, prima nelle classi inferiori (125 e 250), poi in Honda e Yamaha. E il Dovi? Arriverà da pilota sì forte e quotato, ma non vincente. Il suo ultimo (ed unico) titolo risale al 2004, in 125. Dopodiché, tre anni di sconfitte in 250 (contro Pedrosa e Lorenzo) e cinque stagioni in MotoGP segnate da ventun podi ed un solo successo, ottenuto nel 2009 a Donington con la Honda. Credenziali completamente diverse rispetto al Rossi di due anni fa, e chissà che per ignote e incomprensibili leggi della storia, la scelta stavolta non si riveli azzeccata. D’altronde, il futuro Ducati difficilmente potrà esser peggiore del presente desolante.

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Alessio Nardo

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