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Nelson Dida, l’impietoso declino

Foto ANSA

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Da brocco a stella, da stella a brocco. La strana storia di Nelson Dida ci racconta tutto e il contrario di tutto. Dalla sciagurata serata di Leeds di nove anni fa, a quella di Madrid di pochi giorni or sono. In mezzo, nientemeno che la gloria. Ma partiamo dall’inizio. Nel 1999 il Milan acquista il portiere brasiliano dal Cruzeiro. Di lui si dice un gran bene, in patria è molto stimato. In una fredda serata di Champions, tuttavia, il bestione si rende assai impopolare alla platea rossonera. La partita è Leeds-Milan, siamo alll’88’ ed il risultato è ancora fermo sullo 0-0. Il centrocampista inglese Lee Bowyer lascia partire un destro da fuori area, senza molte pretese. Dida sembra bloccare agevolmente, ma succede qualcosa. La palla gli sfugge, scappa via. L’urlo festante dei tifosi locali è un segnale inequivocabile: Nelson l’ha combinata grossa. Il Milan perde, e l’avventura europea del portiere brasiliano sembra già al capolinea. Nella stagione seguente, viene ceduto in prestito al Corinthians. Luiz Felipe Scolari lo convoca per i mondiali asiatici del 2002, che Dida vince da spettatore.

L’anno dopo è di nuovo al Milan come secondo. Christian Abbiati, per guai fisici, gli lascia il posto. Momentaneamente, pensano tutti. Ma l’estremo difensore brasiliano inizia la sua rapida e prepotente ascesa, smentendo e stupendo i detrattori di un tempo. A trent’anni, Dida splende. Tra i pali è un gatto, para anche l’imparabile. I rigori, per lui, sono quasi uno scherzo. Lo sanno bene i calciatori juventini, fermati nella roulette dei tiri dal dischetto nella memorabile finale di Champions del maggio 2003. A Manchester trionfa il Milan di Carlo Ancelotti, ma in particolare trionfa Dida. Il portierone incompreso, il bestione maltrattato. Il popolo rossonero è ai suoi piedi, Buffon vede seriamente in pericolo lo scettro di numero uno al mondo. Nel 2004 arriva anche lo scudetto, e Nelson è sempre più una garanzia.

Ma la storia, nel bene o nel male, si evolve. Siamo nella primavera del 2005, e al Meazza si gioca Inter-Milan, ritorno dei quarti di finale di Champions League. Il 2-0 rossonero dell’andata è una sentenza, la rabbia dei tifosi interisti si taglia con il coltello. Dalla curva Nord viene lanciato un razzo, che colpisce in pieno Dida. Il portierone crolla a terra, la paura scuote gli animi dei più. Per fortuna non è nulla, il brasiliano sta bene. Ma da quel momento, il suo rendimento non sarà più lo stesso. I movimenti cambiano, il felino lascia spazio al pachiderma. Gli errori cominciano ad essere ripetuti e ripetitivi, la collezione di brutte figure aumenta. Nel corso dei mesi perde il posto da titolare, e quando lo ritrova (per infortuni altrui) si dimostra tutt’altro che irreprensibile. E’ storia recente, il disastro di Madrid. Decimo minuto di gioco, Granero prova un destro da fuori area. Dida sembra bloccare. Ma, esattamente come a Leeds nove anni prima, la palla sfugge impazzita al suo controllo. Raùl è un rapace e non perdona: 1-0. La splendida rimonta del Milan non cancella una simile sciagura. Peraltro, l’ultima di una lunga serie. La storia calcistica di questo portiere sta evaporando malinconicamente, tra papere e non solo. Del magico “paratutto” che incantava la platea rossonera, ormai non v’è più nulla, se non qualche sporadica parata prodigiosa (vedere miracolo su Granoche in Chievo-Milan della 9^ giornata di Serie A).

Alessio Nardo

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