Basta con i paragoni: Pastore è Pastore
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mercoledì, novembre 17th, 2010

Javier Pastore
Pastore è Pastore. Non è Kakà, non è Zidane, non è Riquelme: è lui, semplice. L’ha detto anche Javier a un inviato del Mundo Deportivo: «A chi assomiglio? A Pastore». Ci siamo: è il momento del paragone assurdo, è giunta l’ora del confronto impossibile. Il giochetto funziona, appassiona, stimola la fantasia pallonara. Non ha senso, però piace. Allora parte la caccia al nuovo Messi nonostante Leo abbia solo ventitré anni, si cerca continuamente il doppione di Alex Del Piero o la fotocopia di Ronaldo, salta fuori un erede di Diego Maradona ogni settimana. Adesso tocca a Pastore: sembra Zidane, ricorda Kakà, si muove come Riquelme, ha lo stile di Francescoli, ha lo stesso tocco di palla di Totti.
La mania del paragone non risparmia neppure Javier, che giustamente rivendica la sua unicità. Dice di ammirare Kakà e però non azzarda inutili confronti, sa che ogni giocatore è incomparabile perché ha caratteristiche proprie e una storia sempre diversa alle spalle. Non ci sono discendenti, non esistono successori: Pastore ha il suo modo di giocare e di stare in campo. Unico, esclusivo, originale, differente dagli altri. Zidane? Javier cerca di più la porta e s’inserisce con maggiore frequenza. Kakà? Pastore ha un raggio d’azione più ampio e non ha la progressione di Ricky. Riquelme? C’entra niente. Qualunque paragone è un azzardo, qualsiasi confronto è sbagliato in partenza. I giornali scrivono, gli opinionisti si scervellano per cercare punti in comune con questo o quell’altro e lui continua a essere semplicemente Pastore, con i capelli lunghi, la barba ben curata e quella fisionomia che ha originato il soprannome di El Flaco, il magro.
E’ un fuoriclasse, Javier. Questo non è un azzardo: lo sa lui, che ha iniziato a parlare di Barcellona e di Champions League, lo sa Maurizio Zamparini, che dopo ogni gol di Pastore alza la clausola rescissoria, lo sa Palermo che se lo gode pur sapendo di essere destinata a perderlo. Javier è geniale senza essere appariscente, è essenziale in ogni singola giocata, è il calcio come dovrebbe essere: semplice, diretto, immediato. Un movimento, una finta di corpo, un velo: a volte Pastore è decisivo anche se non tocca il pallone. Poi sa anche segnare, certo. Come nel derby col Catania: testa, destro, sinistro. Tripletta. «Prima della trequarti gioca semplice, poi fai pure il Pastore» gli ripeteva spesso Angel Cappa, che lo ha allenato ai tempi dell’Huracan. «E’ un maleducato del calcio: tocca la palla come se avesse giocato 4-5 Mondiali» ha detto di lui Maradona. Pastore ringrazia e va avanti tranquillo: «Resterò a Palermo anche il prossimo anno. Lo vogliono tutti, io per primo. Sogno di giocare insieme a mio fratello». Suo fratello si chiama Juan, è ancora un ragazzino e gioca nelle giovanili del Palermo. Qualcuno lo paragona già a Javier.
Filippo Merli

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