Sudamerica, a casa le regine: chi è causa del suo mal…
- lunedì, 5 luglio 2010
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Lionel Messi
In molti già le vedevano in finale, l’una contro l’altra, in uno scontro che dire epico sa di eufemismo. Brasile versus Argentina, brividi a mille. La finale mai vista e mai vissuta, un duello fra autentici titani del Dio Futbol. Ma con un pizzico di delusione, dovremo attendere almeno altri quattro anni. Sudamerica regina del mondiale? Si direbbe di no, a giudicare dalle magre figure confezionate da Seleçao e Albiceleste contro corazzate europee del calibro di Olanda e Germania. Sconfitte brucianti, nette, impietose. Ma fondamentalmente meritate.
Nel pallone, come nella vita, è spesso l’inconsapevole tracotanza a fregarti sul più bello. E proprio quando a Dunga e Maradona la strada per la finale sembrava spianata, è giunta la puntuale e perentoria mazzata. Prima hanno sofferto i verdeoro, a lungo dominatori della supersfida con gli ‘orange’. Il gol di Robinho, i guizzi di un pimpante Kakà e lo strapotere del reparto difensivo hanno illuso amaramente la torçida carioca. Quando la supremazia risulta netta e non si concretizza, è il caso di preoccuparsi. Detto fatto. E’ bastato un minimo calo di tensione, dovuto all’inconscia idea di aver già (stra)vinto, e l’astuta e furba Olanda si è rifatta sotto. Un autogol, un guizzo sotto porta e la follia del singolo (l’irritante Felipe Melo): ricetta perfetta per la polverizzazione di un Brasile incredulo, ma meritevole di farsi da parte. Perseguire la strada del cinismo, ignorando la nobile tradizione del futbol spettacolo, è rispettabile e in parte persino condivisibile. Ma se si è cinici, bisogna sfruttare ogni occasione e legittimare a conti fatti un’evidente superiorità. Gigioneggiare non paga, e ad accorgersene è stata anche l’Argentina. Povero Maradona, inutile bacchettarlo ora per errori tattici commessi anche in precedenza. La formazione sconclusionata proposta nell’arco dell’intero mondiale (4/5 giocatori stabilmente fuori ruolo) ha pagato sino al pomeriggio di gloria teutonica. Lì, è mancata l’umiltà e la determinazione dei fuoriclasse. Con i veri Messi e Tevez la gara avrebbe avuto forse il medesimo vincitore, ma certamente uno sviluppo differente. E invece, Leo e Carlitos hanno vagato sul campo, lenti e fiacchi. Nella convinzione, probabilmente, che contro una ‘Germania qualsiasi’ sarebbe bastato il compitino scolastico. E mentre stampa argentina e brasiliana si irridono e bacchettano a vicenda, inscenando un triste e malinconico teatrino, l’Uruguay di Tabarez resta l’unica portabandiera mondiale del Sudamerica. Segno che l’umiltà, ancora oggi, paga più della presunzione.
Alessio Nardo

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