Il Milan vince. Ma convince?


by Alessio Nardo
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Massimiliano Allegri accoglie la dolce musica del triplice fischio e osservando il prato verde del “Meazza”, tra se e se, pensa: “Sì, anche stavolta l’abbiamo sfangata”. Come sabato scorso col Cesena, il Milan ha raccolto tre punti vitali nel grigiore generale. Contro la derelitta compagine di Giampaolo, desolatamente ultima in classifica a quota zero, lo striminzito succcesso era scaturito dalla poetica magia di Clarence Seedorf. Uno che di anni ne ha parecchi ma conserva il piedino dolce. Poi la Champions, il Viktoria Plzen semisconosciuto ma assai organizzato. Il tipo d’avversario più ostico da contrapporre al Diavolo, abituato a ritmi lenti e compassati. 4-2-3-1 di sostanza con Abbiati persino spaventato da un paio di sortite offensive, e quel Marek Cech (omonimo del collega Petr del Chelsea) impavido e fenomenale sul destro ravvicinato di Ibrahimovic. Ah, Ibra, proprio lui. Il primo dei tre soldati tornati al servizio del generale Max. Per gli altri due, Boateng e Robinho, si dovrà attendere ancora un po’.

Contro il Viktoria è bastato l’immenso talento di Re Zlatan, factotum del gioco rossonero. Centravanti? Sì, ma anche regista offensivo e ispiratore di tutte le manovre. E’ stato lui ad avere la migliore opportunità nel primo tempo, a realizzare il rigore dell’1-0 e servire a Cassano l’assist al bacio del raddoppio. Super Ibra e il Milan va, consapevole d’aver risolto la difficile pratica ceca con un penalty fortunoso, rimediato grazie all’ingenuità del centrale Cisovsky. La squadra, nel complesso, non è piaciuta. Modulo di difficile interpretazione (a tratti un 4-4-2 con Emanuelson e Seedorf schiacciati sulla stessa linea di Nocerino e Van Bommel), gioco e soluzioni esclusivamente affidati al genio di Malmoe. Ok, certe gare vanno vinte e basta, anche discapito dell’orchestra soave. Ma siamo già all’ennesima esibizione sottotono dei campioni d’Italia. Cosa non va? Le alternative ai titolari assenti.

La memoria torna ai tempi del Milan di Leonardo, privo dei tre acquisti boom poi “donati” ad Allegri. Ibra, Boateng e Robinho, rieccoli. I veri segreti del 18° scudetto. Nessuno come il ghanese sa interpretare al meglio il lavoro chiesto dall’allenatore, fatto di sostanza, corsa, inserimenti ed un’aggiunta di qualità. Col dovuto rispetto, Emanuelson non s’avvicina neanche un po’ a Kevin Prince. Per non parlare del parallelo tra Cassano e Robinho. Si elogia il barese da più parti snocciolando i numeri. Assist, gol, tutto bello e tutto vero. Ma Fantantonio continua a concretizzare appena il 10% di quel che crea. Il “cucchiaino” delizioso al Viktoria è stato preceduto dalle solite tre chance buttate al vento. Anche Robinho di gol ne sbaglia, ma è fuor di dubbio che il brasiliano abbia dimostrato nella scorsa stagione una miglior efficienza non solo rispetto a Cassano, ma anche a Pato.

Poi ci sono altri problemi. Dalle fasce v’è poca spinta e questo lo si sapeva. Iniziano a serpeggiare dei seri dubbi sull’effettiva consistenza dei due acquisti estivi del centrocampo: Nocerino e Aquilani. Il primo lavora, suda, corre, s’impegna. Ma non dà un apporto tangibile alla manovra. In prospettiva può diventare l’erede di Gattuso, ad oggi non possiede l’esperienza, la cattiveria agonistica e la presenza in campo di Ringhio. Riguardo “Albertino”, parla la carriera. 27 anni, tante chiacchiere e fatti isolati. La qualità c’è, manca (da sempre) lo spessore agonistico e mentale. Col Viktoria, anche a causa della serata sottotono di Seedorf, l’unico a tenere in mano la mediana, con i suoi pregi e i suoi difetti, è stato il rude Van Bommel. Decantare il de profundis del Milan sarebbe inopportuno e fuoriluogo, ma urge suonare il campanello d’allarme. Le sorti di questa squadra dipendono sempre e solo dai “soliti”, e se ciò dovrebbe bastare per giocarsi lo scudetto, non servirà a garantire lunga vita nell’Europa dei grandi.

Alessio Nardo



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