Ranieri, l’ultima sfida
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giovedì, settembre 22nd, 2011
E’ riapparso all’improvviso, con un colpo di teatro degno degli immortali. Era già accaduto due anni fa, più o meno di questi tempi. Anche prima di allora sembrava ormai sperduto, dissolto, lontano dal calcio dei grandi. E invece, le dimissioni di Spalletti gli aprirono le porte di Roma, casa dolce casa, l’avventura regina del suo percorso. Intensa e profonda, segnata da un incredibile scudetto sfiorato e tanti problemi. Le sequenze ricompaiono nitide nella mente: la lunga camminata a testa china, sotto il diluvio genovese e il dolore di un 3-0 tramutato in 3-4. Era il 20 febbraio 2011 e quel giorno, tra rimpianti e malinconie, finì il percorso giallorosso di Claudio Ranieri. Quel percorso che è ripreso ieri, tinto di altri colori e nuove motivazioni. Di nuovo Ranieri, di nuovo lui. Un portone sorprendente si spalanca: è l’Inter. La squadra più vincente al mondo degli ultimi due anni eppur crollata in disgrazia, vittima degli accrocchi di Gasperini e di un complesso ormai logoro e spento. Serve il medico e il medico arriva. Il classico curatore delle disgrazie, l’arcinoto mago dalla bacchetta fatata, colui che da una maleodorante poltiglia sa far nascere gustose pietanze. Magari di breve consumo, ma pur sempre saporite.
Massimo Moratti s’è messo l’ennesima mano sul cuore e, appurando l’impossibilità di riportare alla base l’uomo più rimpianto dei secoli (all’anagrafe Mourinho José da Setubal), ha optato per la scelta più logica e sensata. Quique Sanchez Flores? No. Una “spagnolata” rischiosa, dal forte sapore di Benitez bis. La soluzione interna? Non da grande squadra, soprattutto a settembre, a stagione appena iniziata. E dunque, cervello attivo e decisione semplice. C’è crisi? C’è devastazione? Il migliore in questi casi è lui, Ranieri. Ma stavolta non sarà come le altre volte. Ne siamo certi. A Parma, tranquilla piazza di provincia, poteva bastare la genuina grinta testaccina per tirarsi fuori dal brivido retrocessione e salvarsi tra gli applausi. A Torino, sponda Juve, l’incubo Serie B era alle spalle da un soffio. L’idea di giunger terzi o secondi era già, in partenza, un trionfo. Per non parlare di Roma, laddove l’ultimo segmento d’era spallettiana aveva portato l’ambiente in depressione. Una semplice scossa, per quanto poi effettivamente imponente e oltre ogni più rosea aspettativa, sarebbe comunque stata accolta da fanfare e fuochi d’artificio.
Ma l’Inter no, l’Inter è un’altra cosa. L’Inter vuol dire sei trofei nelle ultime due stagioni, cinque scudetti consecutivi dal 2006 al 2010, il triplete di appena sedici mesi fa (sembrano passati secoli…). L’ambiente nerazzurro, sciaguratamente nostalgico del Dio portoghese, nell’ultimo anno e mezzo ha travolto e sbranato allenatori in serie. Dal povero Benitez a Leonardo. Infine Gasperini. Gente brava, gente in gamba, colpevole solo di non chiamarsi Mourinho. E per Ranieri il compito sarà arduo. Proprio lui, che con lo Special nutriva rapporti d’antico livore, segnati dall’inquietante differenza di bacheche. Nel 2010, praticamente l’altro ieri, l’Inter trionfava con Mou e Ranieri era il perdente. Oggi le strade s’incrociano. Il medico più bravo al mondo è pronto a curare l’ennesimo malato. Non basterà. Il contratto biennale autografato col sorriso proietta il saggio navigatore di San Saba verso il biennio decisivo. Stavolta, oltre a stupire in avvio toccherà far bene in seguito. E per far bene non s’intende sfiorare uno scudetto, ma vincerlo. L’Inter significa questo. Vincere, semplicemente. Claudio è salito sul treno che porta al salto di qualità. Un treno atteso da anni, decenni. Giunto dal cielo, come un miracolo. La sfida più incredibile e inattesa. L’ultima, davvero.
Alessio Nardo



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