Scudetto 2006: storia di un pasticcio all’italiana


by Alessio Nardo
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Moratti-Facchetti

Moratti-Facchetti

A pensarci vien quasi la nausea. Sono trascorsi cinque lunghi anni dalla torrida, afosa e infinita estate del 2006. Impreziosita sì dal quarto sigillo mondiale dell’Italia del calcio, ma al contempo lacerata dal peggiore degli scandali che la nostra storia sportiva ricordi. Calciopoli, un’oceanica montagna d’immondizia sulla credibilità del futbol nostrano. Intercettazioni spuntate all’improvviso al finir di maggio, titoloni sui giornali, processi sportivi lampo e sentenze epocali. Da lì, si auspicava che potessimo ripartire, azzerando il marciume e guardando avanti con fiducia. Ma quando mai. Il quinquennio successivo è stato ancora peggio. Altri scandali di bibliche proporzioni non ce ne sono stati (se non il calcioscommesse, piccola tassa da pagare di tanto in tanto…). Si continua però a parlare di quell’estate. Indimenticabile, per tutti. Ed è anche logico che se ne parli, poiché il pasticcio confezionato all’epoca non poteva limitarsi ad effetti sul breve periodo.

Sì, pasticcio. Dei giudici, del calcio italiano, della Federazione, di tutti. Un pasticcio culminato con la scelta più controversa e ‘pericolosa’: togliere il 29° scudetto vinto sul campo dalla Juventus di Moggi e Giraudo e consegnarlo all‘Inter di Moratti, terza classificata alle spalle dei bianconeri e del Milan. In realtà, ancora oggi viene palesemente equivocato il senso di quella scelta: più che premiare i presunti ‘onestoni’ (targa autoimpressa dai nerazzurri e trasformatasi in boomerang), ci fu l’obbligo di riscrivere una classifica credibile al netto di retrocessioni e penalizzazioni. E visti i coinvolgimenti di Juve, Milan, Lazio e Fiorentina si andò per esclusione, trasportando l’Inter in testa, la Roma seconda, i rossoneri al terzo posto e il Chievo addirittura quarto. Tutto ciò, per un sol motivo: consegnare alle competizioni europee quattro squadre credibili, per lo meno le ‘migliori’ classificate sul campo tra quelle ‘prive’ di interettazioni compromettenti.

Fu un pasticcio, come detto. Ma era chiaro e lampante anche allora. Ci ricordiamo tutti come andò, e come potremmo dimenticarlo? In Italia siamo abituati a processi (penali, è vero, ma pur sempre processi) lunghi ed estenuanti, con pesanti responsabilità spesso a corto di individuazione dopo anni di indagini e interrogatori. Lo sport è diverso, non può (o non vuole, evidentemente) fermarsi. E come si fa? Come si fa a dire a milioni di appassionati: “Scusate, per colpa degli atti scellerati di una trentina tra dirigenti, designatori e arbitri dobbiamo fermarci almeno un anno per esaminare tutto il materiale e giungere a sentenze credibili e veritiere”. Si sarebbe interrotta la macchina eterna, la passione di un popolo intero, senza dimenticare le gravissime ripercussioni economico-finanziare sui club e del futbol italiano in generale sul fronte europeo. Non era possibile agire così, presupposti zero.

Dunque? Al ventaglio dei magistrati il grappolo d’intercettazioni che si fece in tempo a raccattare, rapidi controlli dei codici e via ai verdetti. Durissimi i primi (Juve in C, le altre tre in B), alleggeriti nei seguenti gradi di giudizio. Un bel pacchettino all’italiana incartato in quattro e quattr’otto per far contenti tutti: l’Inter campione (anche se non sul campo) dopo diciassette anni, il Milan penalizzato ma con la Champions, Lazio e Fiorentina non retrocesse e la Juve (che fra l’altro patteggiò) in B, con organico all’altezza per risalire subito. Fu sin troppo chiaro che la situazione non era stata gestita con regolarità. Tutti ne erano consapevoli, ma si trattò dell’unica via per uscire da un tunnel altrimenti infinito. Ricostruita la cronistoria del passato, passiamo al presente. Ovvio che gli effetti di quel disastro si protraessero nel corso degli anni. In particolare, i tifosi juventini più caldi e accalorati hanno aperto un fronte di guerra costante, chiedendo giustizia per l’ignobile (a loro dire) esecuzione sportiva e giudiziaria consumata ai danni del club e dell’armata dirigenziale guidata da Luciano Moggi.

Lo tsunami si è ripresentato cinque anni dopo. Oggi, per l’appunto. Cos’è successo? Semplice: da un vasto numero di nuove intercettazioni è emerso uno status interista per nulla fedele al concetto di ‘pulizia’. Dalle relazioni dell’ormai noto procuratore federale Stefano Palazzi sono venuti alla luce atti d’illecito sportivo da parte di Giacinto Facchetti, ex presidente e personalità di spicco dell’Inter, deceduto proprio al termine dell’estate 2006. Immaginate il caos e le polemiche di questi giorni, con un argomento tornato prepotentemente in ballo: il famoso scudetto degli onesti. Un vanto, un titolo simbolico esposto con orgoglio dal tifo interista per cinque lunghi anni, oggi messo seriamente in discussione, almeno sul piano morale. Moratti è incredulo, la Juve non ci sta e il tifo bianconero è sempre più rovente. Per rasserenare le acque, dopo anni di caos, basterebbe un passo indietro collettivo. In primis dell’Inter, che dovrebbe riconsegnare il tricolore di cartone alla Federazione (cosa erroneamente non fatta cinque anni fa) e accettare di privarsi di un trionfo senza più alcun significato.

Moratti, seppur con grossolano ritardo, tornerebbe a mostrare un po’ della sua antica signorilità, e la Juve godrebbe di pari trattamento, come richiesto espressamente dal presidente Andrea Agnelli. Per ora questo non sta avvenendo (la testardaggine non si confonda con la coerenza, caro Moratti..). Dovrebbe esser la FIGC a risolvere il tutto con un atto di buon senso. Ma in Italia è uso comune decidere di non decidere, e per ora il vessillo 2006 resta alla Pinetina. Occhio, tuttavia, a non cadere nel facile errore: togliere qualcosa all’Inter sarebbe giusto, ma restiamo alla larga da ogni tipo di ‘revisionismo’. Moggi e la sua banda ne combinarono più di Carlo in Francia, e a testimoniarlo ci sono intercettazioni che evitiamo di elencare per mancanza di ‘spazio’. Questa gentaglia abituata al malaffare ha contribuito a distruggere una fetta di calcio italiano, ancora oggi (e per sempre) in debito con gli appassionati onesti. Di quell’orribile misfatto denominato Calciopoli non ricordiamo vinti o vincitori, ma solo tanti carnefici appartenenti al carrozzone malato. Nessuna vittima, nessun santo. Finché una rivoluzione culturale e sociale non travolgerà il nostro paese, non saremo mai immuni da nuove vergogne. Rigorosamente italiane.

Alessio Nardo

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