Sampdoria, dalla Champions al pianto di Palombo
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lunedì, maggio 16th, 2011

Angelo Palombo (ANSA)
La Samp è una lacrima. Scende sul volto di Palombo e si ferma sullo stemma del marinaio con la pipa. Angelo s’inginocchia, piega la testa e scopre le stelle tatuate sul collo, nasconde gli occhi con la mano, allontana i dirigenti che cercano di consolarlo. Non ora, non adesso. E’ la solitudine del capitano che vuole isolarsi nella porzione di campo in cui si trovava al fischio finale.
Al Ferraris accade ciò che Beppe Di Corrado aveva previsto qualche giorno fa sul Foglio: «In tv ti ricordi sempre delle facce dei tifosi delle squadre che perdono: il regista te le regala sapendo che ognuno di noi prima o poi ha avuto quella espressione. Allora stringe, stringe, stringe. Zoomma: quei tifosi hanno primi piani meravigliosi, con le mani in faccia, con le lacrime che scendono, con gli occhi che ti parlano da soli». Quello dei registi è lo stesso sadismo pallonaro che porta i cameraman presenti a Genova a cercare gli sguardi dei tifosi doriani. Vogliono i migliori, i più significativi. Sembra che riprendano a caso e invece scelgono, spiano, selezionano per trasmettere quella sensazione di dramma sportivo che ti coinvolge e ti tiene attaccato allo schermo anche se non tifi Sampdoria.
Qualcuno lo fa perché gode delle disgrazie altrui, altri restano lì a guardare perché è semplicemente sport. La spia rossa della telecamera si accende e si spegne, il cameraman filma e stacca quando il collega ha un’immagine migliore. Passano i volti dei tifosi: uno con la testa piegata sulla balaustra, un altro che singhiozza e alza la sciarpa, un altro che regge lo striscione con la scritta «piano B, grazie Garrone», un altro che abbraccia il vicino di posto. Stacco. L’obiettivo si sposta di nuovo su Palombo, che si dirige verso la curva con le mani giunte. Abbassa la testa, non riesce a guardare i tifosi negli occhi. Chiede scusa.
Gli altri, dai giocatori a Cavasin, sono già rientrati negli spogliatoi, compresi quelli del Palermo che se la sono giocata come una normalissima partita di calcio, come dovrebbero fare tutti. In campo sono rimasti solo Palombo e Pozzi, che aspetta il suo capitano all’entrata del tunnel. La Samp è retrocessa quando la radiolina ha comunicato il vantaggio del Lecce col Bari, ha mollato quando la squadra di De Canio ha raddoppiato, s’è arresa quando il Palermo è ripartito improvvisamente: tre contro uno, tocco di Hernandez, gol facile di Pinilla per il definitivo 2-1. Questi saranno i giorni della cause di una retrocessione annunciata dopo l’esonero di Mimmo Di Carlo e le troppe sconfitte consecutive nel girone di ritorno, saranno i giorni del processo al presidente Riccardo Garrone, reo di aver ceduto Cassano e Pazzini, la mente e il braccio della squadra che pochi mesi fa aveva conquistato i preliminari di Champions League.
I tifosi passano dal bagno nella fontana di piazza De Ferrari del giugno scorso al dramma sportivo di una retrocessione che coinvolge e penalizza tutti: la società, i giocatori, l’allenatore, i magazzinieri, gli addetti allo stadio, i tifosi, gli sponsor, i giornalisti locali. Le lacrime di Palombo sono uguali a quelle dei giocatori di Bari e Brescia, il suo pianto è il pianto di Gillet e Caracciolo. Il girone dei dannati libera tre squadre e ne aspetta altre tre. Le prende, le punisce, le spedisce a Nocera Inferiore e a Portogruaro, le tortura per un anno. Qualcuno dirà che tanto Palombo chiederà di essere ceduto, che lui a Portogruaro non ci andrà perché resterà in serie A con un’altra squadra, con un’altra maglia. Lo diranno quelli che non sono mai retrocessi con una fascia di capitano al braccio. Gli stessi che cambiano canale perché non credono alle lacrime di un calciatore.
Filippo Merli

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