UN GIOCATORE, UN MITO: Paulo Sousa, e luce fu
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martedì, maggio 3rd, 2011

Paulo Sousa
Anche i più grandi capolavori della storia, dalle Cariatidi all’Ultima cena, rischiano di perdersi o danneggiarsi con il correre degli anni. Paulo Sousa, uno dei più geniali centrocampisti degli anni ’90, figlio della meticolosa e sempre attenta scuola calcio portoghese, ha lasciato gli scarpini nell’armadio a soli 31 anni, a causa di numerosi infortuni che hanno condizionato il proseguire della sua carriera. Nato nel 1970, prossimo a spegnere 41 candeline sulla torta, con il chiudersi degli anni ’80 inizia a mettere in mostra il suo talento nei serbatoi delle aquile di Benfica.
Cresciuto, adottando il ritmo di gioco, ma soprattutto la visione e la classe del calcio iberico, Paulo Sousa, dopo 5 stagioni ad altissimo livello tra Benfica, Sporting Lisbona e nazionale portoghese, viene corteggiato dai più grandi club inglesi ed italiani. Il fascino della vecchia Signora rapisce il centrocampista portoghese, che senza alcun ripensamento snobba Manchester United e Milan per arrivare da assoluto protagonista nella Juve di Marcello Lippi. Con la Juventus dirigerà la manovra bianconera per ben 54 volte in due stagioni, spesso in compagnia di Tacchinardi o di Giancarlo Marocchi. Sarà campione e protagonista della Juventus imbattibile di Vialli, Del Piero e Ravanelli, in sole due stagioni vincerà con la squadra bianconera 1 Champions League, 1 Coppa Italia, 1 Supercoppa italiana e il 23esimo tricolore della storia della Vecchia Signora.
Il solito dispettoso destino, è pronto dietro l’angolo, non tanto per Paulo Sousa ma per il suo più grande amore, la Juventus. Nel 1996, l’anno dopo il suo divorzio con la Juventus, Paulo Sousa alzerà al cielo per il secondo anno consecutivo la Champions League con la maglia giallo-nera del Borussia Dortmund, proprio nella finale dell’Olympiastadion contro la “sua” Juventus, quel bacio alla coppa che profuma ancora di tradimento. Se la Bundesliga e i successi con il Dortmund fanno dimenticare il passato bianconero di Sousa (curioso il 10 in pagella assegnatogli da tutta la stampa tedesca dopo un irripetibile partita di campionato), l’Italia ritorna inevitabilmente nei desideri del faro portoghese.
Senza grande fortuna, anche perchè tempestato da numerosi malanni fisici, vestirà la maglia dell’Inter ( 1998-1999 ) e quella del Parma (2000). Con una salute, calcistica, sempre più da pensionamento, nonostante l’ancora giovane età, Paulo Sousa spegnerà il faro che illuminava ogni centrocampo, con le non fortunatissime esperienze in Grecia con il Panathinaikos e in Spagna con l’Espanyol.
La classe nel passaggio, l’attenzione al gesto tecnico, le invisibili imperfezioni nel dettare la manovra di gioco caratterizzavano l’asso ex Juve, un antico metodista di centrocampo, un anticipo di un moderno Xavi, giocatori ormai in via di estinzione per il male del calcio che verrà. Se l’aspetto giovanile, il fascino mediterraneo ed il capello ancora lungo candiderebbero Paulo Sousa per il più bel allenatore dell’anno, gli scarsi risultati sulle panchine del QPR, dello Swansea e del Leicester City, accodano in lista d’attesa per un prossimo incarico il faro di Portogallo.
Alberto Fumagalli

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