TOP FIVE OF THE WEEK: Sulle orme di Mou
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sabato, aprile 9th, 2011

Leonardo
5 – In quinta posizione mettiamo l’accoglienza all’ex.
“Giuda Interista” così sembrava urlare lo striscione che tappezzava, molto coreograficamente, l’intera curva del Milan prima del derby contro l’Inter. Con l’ultima cena, quella di Leonardo da Vinci, che colorava il tifo rossonero e tra i dodici apostoli, sempre di difficile identificazione, si cercava ovviamente il più famoso tra tutti, Giuda l’Iscariota. Tra un pò di magone e quella testa mai alzata verso la sua ex curva, Leonardo, non da Vinci, impersonificava alla perfezione il ruolo del traditore per eccellenza. Niente di così grave come il ben più colpevole “giuda l’iscariota” percarità, se vogliamo dirla tutta, anche qualcosa in più di trenta miseri danari sono stati versati per dar vita a questo imperdonabile tradimento. Con l’odio verso l’ex amato Leo, che inniettava qualsiasi rappresentante milanista in San Siro, dal più tranquillo tifoso ai giocatori stessi, la vendetta del Diavolo per uno sgarbo così grande si consuma con un derby tutto rossonero, dal risultato (3-0) al gioco espresso in campo. Si dice che il non credere più al diavolo non ti proteggerà da lui. Se nella simpatica e pungente accoglienza della curva rossonera, Leonardo vestiva i panni di Giuda, Galliani, Braida e qualche senatore rossonero quelli di qualche altro apostolo, la domanda, abbastanza retorica, è quella di chi poteva calarsi nei panni di Gesù Cristo.

Josè Mourinho (LA PRESSE)
4 – In quarta posizione mettiamo la sconfitta in casa Mourinho.
9 anni, 150 partite di imbattilità casalinga, dal 22 Febbraio dell’ormai lontano 2002, Mourinho non perdeva nello stadio di casa della sua squadra allenata, Porto, Chelsea, Inter. Praticamente, per qualsiasi formazione che provava l’assalto tra le mura mourinhane, il risultato era l’inevitabile sconfitta o la più fortunata ritirata portandosi a casa un prezioso punticino. Ma nel castello di casa Mourinho, che sembrava fatto di mattoni dorati, certamente non di sabbia, un piccolo ladruncolo, che di nome non faceva Lupin, ma Miguel De Las Cuevas da Alicante, era pronto a portarsi a casa l’intero bottino. Tra i feroci nuovi cani da guardia in camiseta blanca, forse mancavano i più temibili Ronaldo, Benzema e Xabi Alonso ma comunque sia a sgambettare sul prato verde del Bernabeu c’erano i non da meno Khedira, Ozil, Ramos e compagnia. Sta di fatto che il colpo della vita di De Las Cuevas e dello Sporting Gijon è ormai stato fatto, tra il dormiglio di qualche giocatore con la testa già alla notte di Champions e un’allarme suonato troppo in ritardo, la cassaforte di casa Mourinho è stata scassinata e adesso conta 8 pesanti punti in meno rispetto al più ricco Barcellona.

Sneijder-Cambiasso (LE PRESSE)
3 - In terza posizione mettiamo la debacle dell’Inter.
Non bastava il pesantissimo derby perso per tre a zero pochi giorni prima, nella notte del riscatto da Champions, la fresca ferita fatta dal diavolo viene cosparsa inaspettatamente da sale tedesco. Il numero rugbistico, 04, che segue il nome Schalke è l’unica lontana speranza di risultato da parte dell’Inter al Gelsenkirchen per trovare il miracolo calcistico e dimenticare , come se fosse stato solo un bruttissimo sogno, il rossore delle gote per l’imbarazzo dopo il 2-5 casalingo contro il fin da poco prima etichettato modesto Schalke. Dopo la rara perla di Stankovic arrivata dopo 30 secondi, che sembrava ricordare a colori opposti il fulmineo inizio del derby, il ritorno al goal del Principe Milito, che tornava ad esultare come qualche mese prima facendo impazzire tutto il popolo neroazzurro, la partita di San Siro si trasforma in una divertende parodia calcistica fatta solo di azioni d’attacco senza alcun riguardo alla tanto “italiana” fase difensiva, che l’anno prima aveva permesso lo storico triplete all’Inter. Maicon, Chivu, Ranocchia e Zanetti rimangono omini da subuteo ogni volta che i minatori di Gelsenkirchen affondano dalle parti di Julio Cesar. Farfàn è un peruviano che sa giocare a pallone, Raùl non può che non segnare, Edu è un colosso che ricorda il vecchio imperatore Adriano e tutto lo Schalke espugna San Siro che rimane rabbrividido davanti ad un Inter che rimuove gli incubi ormai archiviati di quella “pazza” Inter di qualche anno fa. 04, quindi non è lo Schalke, ma è l’unico risultato e modo per dimenticare e continuare il quasi impossibile viaggio verso Wembley.

Walter Mazzarri (GETTY IMAGES)
2 - In seconda posizione mettiamo Mazzarri alias Sean Penn.
Il gogliardico presidente napoletano Aurelio De laurentiis, ora che vola sulle ali dell’entusiasmo di un Napoli, che a sette giornate dal termine del campionato è a meno tre punti dalla capolista, deve lasciare passare qualsiasi scaramanzia e dover per forza di cose e di risultati pronunciare, insieme alla città più scaramantica del mondo, la parola scudetto. Se il vecchio amico Reja viene paragonato, per questione di capello brizzolato se non altro, al mito di Clint Eastwood, l’incazzoso ma capace, così riconosciuto dal presidente , Walter Mazzarri viene incarnato cinematograficamente nell’affascinante Sean Penn. Non si sa se il presidente abbia in mente di rimpiazzare uno dei suoi cinepanettoni con una pellicola che possa raccontare il Napoli scudettato, con Sean Penn, che dopo essersi impersonificato in grandi personaggi come in Jimmy Markus (Mystic river), Harvey Milk (Milk) e David Kleynfeld (Carlito’s Way), debba farsi crescere un pò di capelli e farsi qualche mese nella Livorno più stretta per imitare l’accento di Walter Mazarri. Forse il profumo di scudetto che si respira a Napoli ha dato alla testa al presidente De Laurentiis, che già s’immagina il proprio allenatore Mazzarri farsi una passeggiata sul red carpet di Cannes o a ritirare un bell’Oscar, consigliandogli, almeno in quel caso, di presentarsi con la camicia allacciata e una cravatta ben legata. Il premio Oscar è decisamente una questione di Sean Penn ma il Napoli e la volata per lo scudetto sono decisamente nelle mani di Walter Mazzarri.

Foto AFP
1 - In prima posizione mettiamo il Porto di Andrè Villas Boàs.
Campione di Portogallo con 5 giornate d’anticipo, sensazione che l’erede dello special one Mourinho, Villas Boàs, a soli 33 anni abbia velocemente intrapreso la strada del maestro. E’ una festa biancoblu nel nido delle aquile di Benfica, i rivali storici, una vittoria che vale doppio, sia per il titolo sia per essersi consumata, con il goal decisivo di Hulk, quello non verde, allo stadio da Luz di Benfica. Lo scherzetto capriccioso del Benfica, che spegne i riflettori dello stadio e fà partire gli idranti a fine partita, non impedisce il brindisi e il consueto lancio in cielo dell’allenatore da parte dei giocatori. Il Porto è una macchina perfetta di calcio, simile come impostazione e mentalità allo stile mourinhano, subisce pochissimo (solo 9 goal fino ad oggi) e segna tantissimo (58 goal fatti) campione di Portogallo e favorito per la corsa finale verso Dublino dell’Europa League. Villas Boàs, quel giovanotto dalla barbetta incolta, lo sguardo intenso e il cappotto da modello che lo accompagna con giacca e camicia in panchina, cresciuto nello stesso palazzo di un guru del calcio come Bobby Robson per poi diventare lo stagista talentuoso di Mourinho è pronto a dar vita alla solita profezia dell’allievo che supera il maestro.
Alberto Fumagalli

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