L’Inter campione di tutto è ai “tituli” di coda
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mercoledì, aprile 6th, 2011

Sneijder-Cambiasso (LE PRESSE)
C’è una manita anche per Leo. Cinque. Come le dita della mano che l’allenatore dell’Inter passa tra i capelli ordinati dopo l’ultimo gol dello Schalke, come il gesto mostrato dai tifosi del Barcellona a Mourinho dopo la figuraccia del Real nel novembre scorso. Non ci sarà un ritorno, stavolta. Non ci sarà un campo sintetico da espugnare come avvenne con il Cska Mosca, né uno striscione giallo con la scritta «remuntada» appeso alla balaustra del Camp Nou. Nel calcio può succedere di tutto, d’accordo, ma la sensazione è che l’Inter sia finita, perduta, eliminata dalla squadra di Ralf Rangnick, l’allenatore con gli occhialini da intellettuale che in Germania chiamano «Il professore».
Rangnick non è un figo come Leonardo, non parla giapponese come lui e guida la decima forza della Bundesliga, una formazione capace di prendere gol da centrocampo in un quarto di Champions dopo 26 secondi. Poca cosa, se consideriamo che Neuer salva il risultato in un paio di circostanze, ma tanto basta per spingere i giornali all’ovvietà di un titolo che passerà alla storia del club: Schalke 05. La squadra che porta in giro per l’Europa il marchio Gazprom ridicolizza l’Inter del triplete. L’oro azzurro di Rangnick si chiama Raul, centravanti sui 34 anni che, oltre a segnare come nessuno nella storia delle coppe europee, ripiega e si sacrifica, come accadeva nell’Inter di Mou. Oggi il problema è questo: nell’Inter non c’è equilibrio, la difesa è scoperta, abbandonata dai centrocampisti che a loro volta vengono lasciati soli dagli attaccanti. Dopo il 4-2-fantastia del derby, che mai come allora aveva fatto godere i tifosi del Milan, Leonardo toglie Pandev e inserisce Stankovic, il migliore in campo. Deki non è sufficiente, però. Non può esserlo, dato che i reparti sono sfilacciati, lontani e vivono di vita propria.
Leo finisce alla sbarra per questioni tattiche. Poi, come in ogni processo, ci sono difese e attenuanti: Maicon è l’ombra di se stesso, Chivu non riesce più a finire una partita, il tempo passa anche per Zanetti e Cordoba, Ranocchia necessita d’esperienza e le assenze di Lucio e Samuel contribuiscono a creare un alibi forte. In mezzo è uguale: Cambiasso non ne ha più, Thiago Motta non va oltre il titic-titoc, Kharja è un buon giocatore ma nell’Inter c’entra niente, Sneijder è cotto dall’inizio dell’anno. Le cose migliori arrivano davanti, dove Milito torna al gol e dove Eto’o, pur senza incidere con lo Schalke, si conferma tra i migliori attaccanti del mondo. Con i tedeschi si salva anche Julio Cesar, che dopo le papere col Bayern evita all’Inter uno Schalke 06 o 07. «Abbiamo speso tante energie per arrivare fino a qui, a questo momento decisivo in campionato e in Champions» dice Leo a fine partita. Ma rincorrere per poi crollare sul più bello non ha senso.
L’Inter resta prigioniera delle manette di Mou. «Depressa dopo aver fatto la storia, perplessa dopo essere stata convinta, impacciata dopo essere stata disinvolta come mai nella vita» ha scritto Il Foglio qualche mese fa. L’Inter campione di tutto resta con un solo titulo, il Mondiale per club conquistato tra l’altro dal povero Benitez a dicembre. Facile e prevedibile – pensare a un altro triplete o a qualcosa di simile era assurdo fin dal principio – parlare della fine di un ciclo, di appagamento e di ricambio generazionale per una squadra vecchia e stanca dopo aver ricevuto gloria e onore. Dopo il quinto il gol dello Schalke alcuni tifosi hanno abbandonato gli spalti del Meazza, ripresi dai cori della curva che invitava tutto lo stadio ad applaudire e sostenere i nerazzurri fino alla fine. Nel calcio non c’è riconoscenza, non c’è passato, ma quell’applauso al triplice fischio è bello e doveroso. San Siro saluta l’ultima Inter, la più grande della storia insieme a quella di Angelo Moratti e Helenio Herrera.
Ora si andrà avanti a parlare di Pep Guardiola, di rifondazione e colpi di mercato per tornare subito competitivi dentro e fuori confine. Nel frattempo il Real 04 di Mourinho, che umilia il Tottenham al Santiago Bernabeu, aspetta una tra Barcellona e Shakhtar in semifinale. C’è un vecchio interista che non è ancora arrivato ai tituli di coda.
Filippo Merli

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