Zamparini il “mangiallenatori” ormai è prevedibile e così non vincerà mai
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mercoledì, marzo 2nd, 2011

Maurizio Zamparini
Zamparini ha il senso della notizia. Vede una telecamera e spara a zero, alza il telefono e interviene in diretta al Processo di Biscardi per attaccare arbitri e potenti del pallone, si concede ai taccuini e aspetta di leggere un titolo sulla prima pagina del giorno dopo. «Mi piace finire sui giornali e in televisione. Mi dà visibilità, popolarità». Sempre con quella voce roca e quella filosofia da pago e quindi pretendo, altrimenti arrivederci e grazie. Maurizio è il «mangiallenatori». Gli piace. Da quando è entrato nel calcio ne ha esonerati 29.
L’ultimo è Delio Rossi, cacciato dalla panchina del Palermo dopo il 7-0 con l’Udinese, la squadra per cui il friulano Zamparini fa il tifo, la società che avrebbe voluto acquistare nel 1994. C’era già l’accordo, ma al momento della firma Giampaolo Pozzo cambiò idea e non si presentò. Allora andò avanti col Venezia, che aveva salvato dal fallimento nel 1987. «La serie A era l’obiettivo di sempre. In B si possono anche fare affari, ma non c’è l’attenzione dei media, ci sono poche telecamere e si finisce a pagina 44 della Gazzetta dello Sport». Narciso, Zamparini. Lo dice lui stesso e si compiace della nomea di sciupatecnici. A ogni qualità corrisponde un difetto, tutti bravi ma non abbastanza per rimanere a lungo sulla panchina della sua squadra.
Zamparini non poteva non cacciare Guidolin, che oggi gioca il calcio migliore d’Italia e che domenica scorsa gliene ha rifilate sette. Il presidente era davanti alla tivù, come al solito. Lui non va allo stadio. Deve aver preso la decisione intorno al terzo gol: «Basta. Via Rossi, sotto con Serse Cosmi». Maurizio esonera per abitudine, straccia contratti per vocazione. E’ il padrone e quindi comanda, decide, sceglie. Era così anche da ragazzino. «Il primo pallone del paese l’ho avuto io. E visto che il pallone era mio, la squadra la facevo io». Tu giochi, tu no, tu con me, tu stai fuori. Oggi è uguale: Zamparini ingaggia un nuovo allenatore e sistematicamente lo lascia a casa. E’ successo con Ventura, Materazzi, Baldini, Delneri, Novellino, Zaccheroni, Spalletti, Prandelli, Papadopulo, Zenga. Ventinove in totale. Dal primo, Gibì Fabbri, all’ultimo, Delio Rossi. Ormai non fa più notizia. Ecco il problema: sembra quasi che Zamparini esoneri per mantenere fede al personaggio, per non deludere le aspettative della gente. All’inizio la storia del «mangiallenatori» funzionava, piaceva, portava lettori e stimolava la curiosità di chi vive e scrive di calcio.
Oggi è diverso, però. I giornalisti sono abituati, i tifosi pure: Zamparini continua a cacciare a oltranza senza più suscitare l’attenzione di una volta, senza più stupire davvero. E’ ripetitivo. Prevedibile. «Sono l’unico pazzo che butta via i soldi suoi». Ogni allenatore esonerato è uno stipendio da pagare insieme a quello del sostituto, soldi che potrebbero essere investiti altrove, magari sul mercato per rinforzare la rosa del Palermo. Si lamenta perché non vince, Maurizio. Così non vincerà mai. Un allenatore ha bisogno di tempo, di un progetto serio, di fiducia incondizionata. Poi può andare male e allora l’esonero è inevitabile, ma un tecnico non può essere condannato dopo una piccola serie di risultati negativi. Zamparini se ne frega: lui ci mette i soldi e giustamente fa quello che gli pare. Allora prende il telefono, compone il numero e dà il benservito al mister di turno. Ogni volta così, ogni volta la stessa storia. Cosmi ha firmato pur sapendo come andrà a finire.
Filippo Merli

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