Lo sciopero dei ricchi e dei viziati
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venerdì, dicembre 3rd, 2010

Massimo Oddo
Dopo tanti incontri, proposte di mediazione e bozze di accordi, è arrivata la notizia che fa scoppiare il mondo del calcio: l’Aic (Associazione Italiana Calciatori) ha proclamato lo sciopero nel weekend dell’11 e del 12 dicembre, in concomitanza della 16.a giornata di Serie A. L’accordo sul contratto collettivo non è stato trovato tra Lega e Aic e il sindacato capeggiato da Sergio Campana ha deciso di forzare gli eventi fermandosi per un turno. L’unico precedente risale al 1996 quando i calciatori non scesero in campo per il rinnovo dell’accordo collettivo, la previdenza, i parametri dopo l’entrata in vigore della Legge Bosman, la varie situazioni di morosità e la ristrutturazione dei campionati.
E pensare che a scioperare in passato erano le categorie più deboli o bisognose: infatti lo sciopero vide la prima manifestazione in Italia nel 1904 quando in solidarietà per l’uccisione di quattro minatori sardi, durante una rivolta operaia, scoppiata per reclamare migliori condizioni lavorative e salari più alti, per quattro giorni consecutivi ogni attività del paese rimase paralizzata. Il confronto tra questo sciopero e quello dei calciatori è talmente impietoso che in quest’ultimo caso forse si dovrebbe anche cambiare termine. Lo “sciopero” dei calciatori è stato infatti definito lo sciopero dei ricchi o dei viziati e non si può negare che non sia così.
Al di là delle richieste del sindacato dei calciatori, nella situazione economica del nostro Paese, dove purtroppo il precariato è regola e si stenta a vivere per gli esigui stipendi, è impensabile che una simile forzatura sia accettata dai tifosi che devono digerire anche questa batosta e che magari nella domenica pallonara passavano delle ore di svago e di distrazione da una realtà spesso dura e difficile. Come possono delle persone privilegiate, che guadagnano milioni di euro, che possono permettersi tutti i lussi di questo mondo, arrivare addirittura a “scioperare” alla faccia di chi invece deve ammazzarsi di fatica per vivere?
Forse è troppo facile cadere nel populismo ma promulgare un tipo di sciopero come questo sembra alquanto immorale: in un Paese che va a rotoli, in cui la politica è assediata da lotte intestine che bloccano l’attività legislativa e il futuro è a tinte fosche quest’idea assurda dello sciopero sembra solo una barzelletta da farci su una risata e basta. Invece no: è la triste realtà. Una caduta di stile? No, una caduta di valori.
Luca Parmigiani

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